Libertà religiosa e islamofobia.
Una risoluzione ritenuta "non abbastanza neutrale" approvata, ma sulla quale non avrebbero dovuto esserci dubbi. Da Charlie Hebdo al caso Feltri (2024), dalla storica "Reconquista" europea della penisola iberica contro gli arabi all'11 settembre 2001.Il tema della libertà religiosa e il suo ordinamento legislativo nazionale e internazionale e la mancanza di una specificità normativa sull'islamofobia.
23 marzo 2024 - autore: 'Alī M. S.
Ultimo aggiornamento: 22 dicembre 2025
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Il 15 marzo 2024, in occasione della Giornata internazionale per la lotta all'islamofobia, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con sede a New York City, ha votato e approvato, con 115 voti a favore, nessun contrario e 44 astenuti, la risoluzione ONU n A/78L.48, intitolata “Misure per combattere l’islamofobia”, presentata l'08 marzo 2024 dal Pakistan, paese membro, che condanna la violenza, nel caso specifico, anti-musulmana e invita ad agire contro l'intolleranza religiosa.
Il fenomeno dell'Islamofobia oggi
L'08 marzo 2022, infatti, con la risoluzione presentata da Turchia e Pakistan, a nome dell'Organizzazione della cooperazione islamica (OIC), l'Assemblea generale delle Nazioni Unite istituiva e fissava per il 15 marzo, la "Giornata internazionale contro l'Islamofobia". In occasione della presentazione della prima Giornata, il 10 marzo 2023, il Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres apriva così il suo discorso: "Il crescente odio affrontato dai musulmani non è uno sviluppo isolato, È una parte inesorabile della rinascita dell'etno-nazionalismo, delle ideologie suprematiste bianche neonaziste e della violenza contro le popolazioni vulnerabili, inclusi musulmani, ebrei, alcune comunità cristiane minoritarie e altre. [...] “La discriminazione ci sminuisce tutti ed è nostro dovere opporci ad essa. Non dobbiamo mai essere spettatori del bigottismo”.
Dal 07 ottobre 2023 ad oggi, negli Stati Uniti viene segnalato un netto aumento degli episodi di odio contro ebrei e musulmani. Tra il 7 ottobre e il 2 dicembre, il Council on American-Islamic Relations ha registrato 2.171 richieste di aiuto, con un aumento del 216% rispetto allo stesso periodo del 2022.
Già il 17 marzo 2021 a New York, Guterres in un videomessaggio, in occasione di una giornata dedicata alla lotta contro l'islamofobia indetta dall’Organizzazione per la cooperazione islamica, affermava chiaramente, citando un rapporto al Consiglio per i diritti umani, che “Il fanatismo anti-musulmano è purtroppo in linea con altre tendenze dolorose che stiamo osservando a livello globale: una rinascita dell’etno-nazionalismo, del neonazismo, dello stigma e dell’incitamento all’odio che prendono di mira popolazioni vulnerabili tra cui musulmani, ebrei, alcune comunità cristiane minoritarie e altre. [...] L’islamofobia ha raggiunto proporzioni epidemiche”.
Che cos'è l'Islamofobia?

Ma che cos’è l’islamofobia? L'islamofobia è una vera e propria “forma di razzismo”, ci spiega Lorenzo Declich, esperto di mondo islamico contemporaneo e collaboratore di Limes, la nota rivista di geopolitica. L'islamofobia rappresenta il pregiudizio, il disgusto, il rigetto, l'attitudine xenofoba, l'ostilità infondata e l’avversione, l’odio o la paura contro l'islam e i musulmani in quanto sistema di pensiero ritenuto totalizzante o denigratorio verso determinate categorie. Molto spesso si tratta di pregiudizi infondati che mescolano ignorantemente tradizioni patriarcali o retaggi culturali con la vera religione e soprattutto generalizzano e non distinguono, all'interno delle comunità islamiche, caso per caso, vedendo solo l'aspetto negativo di un episodio, senza contestualizzare, né confrontare con altre realtà, anche maggioritarie, moderate e più vicine al reale messaggio religioso.
Il messaggio -talora perfino esplicito ed a chiare lettere, e considerato inaccettabile ove fosse rivolto a qualsiasi altra minoranza- è che gli “islamici” (non "i musulmani") sono pericolosi e perciò devono essere tenuti lontano o, addirittura fatti fuori: sono alla stregua di "subumani", "violenti", "fanatici", "fondamentalisti", "arretrati", "oppressivi", "incompatibili con la democrazia o la modernità".
Il termine islamofobia compare per la prima volta nel 1923, utilizzato dallo studioso Stanley A. Cook in un articolo sulla storia delle religioni.
Nel 1925 viene ripreso da Etienne Dinet e Slima Ben Ibrahim per descrivere un’“ostilità infondata” verso i musulmani.
Una tappa fondamentale è il rapporto britannico “Islamophobia: A Challenge for Us All” (1997), che definisce l’islamofobia come un problema sociale e politico strutturale.
Dopo l’11 settembre 2001, il fenomeno cresce in modo esponenziale: l’Islam viene spesso associato a terrorismo, violenza e arretratezza culturale a livello globale, alimentata da paure, stereotipi e narrazioni mediatiche.
Anche lo scrittore sociologo italo-algerino Khaled Fouad Allam e il franco-marocchino Tahar Ben Jelloun, nonché l'italo-egiziano Sherif El Sebaie, riconoscono sì il concetto di “islamofobia”, specialmente nelle sue manifestazioni più provocatorie, ma ritengono dialetticamente altrettanto opportuno distinguere fra “musulmani”, “Islamisti politici” e le varie correnti più o meno integraliste come il fondamentalismo salafita-wahhabita, sia in Occidente sia nei Paesi islamici.
L'islamofobia si manifesta con atti di discriminazione, pregiudizio e trattamenti ingiusti di cui sono vittime i musulmani (sia come individui sia come comunità), come ad esempio i tentativi di vietare o bloccare la costruzione di moschee o la pubblicazione di vignette o testi dal malgusto satirico, o peggio ancora con episodi di violenza di vario genere.
Forme di islamofobia nel mondo editoriale e accademico in Italia, sebbene siano minoritarie comunque, sono emerse con le tesi portate avanti dalla scrittrice fiorentina Oriana Fallaci, rifacendosi a sua volta anche alle teorie di Bat Ye'or (Gisèle Littman, scrittrice ebrea egiziana ma naturalizzata britannica) sull'Eurabia, secondo cui in Occidente oggi ci sarebbe in atto "un processo di islamizzazione" la cui principale conseguenza di questa politica sarebbe l'ostilità europea verso Israele. Argomenti poi ripresi anche dal giornalista e scrittore italo-egiziano Magdi Allam con lo sdegno dell'intera comunità islamica in Italia. Altri avrebbero addirittura accusato i musulmani di usare e strumentalizzare la parola "islamofobia" come "arma per confondere e mettere a tacere”, scrive Rémi Brague, professore emerito di Filosofia medievale e araba presso l'Università Paris 1 Sorbona.
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La Risoluzione pakistana A/78/L.48
La proposta risolutiva pakistana, messa ai voti il 25 marzo scorso, nasce dal crescente numero di episodi di profanazione del loro libro sacro; attacchi a moschee, siti e santuari; e altri atti di intolleranza religiosa, stereotipi negativi, odio e violenza, rimarcando la necessità e l’importanza di applicare misure legislative e politiche per contrastare tale forma di intolleranza e odio.
Nell'agenda "item 14" della 78esima sessione dell'Assemblea generale dell'ONU, il Pakistan, richiamandosi e ispirandosi ai principi della Carta delle Nazioni Unite del 1945, della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 e alla Dichiarazione e Programma d'Azione di Vienna del 1993 per la promozione e la protezione di tutti i diritti umani e delle libertà fondamentali di tutte le persone, oltre alla condanna e alle misure legislative richieste, propone al Segretario generale delle Nazioni Unite, nel testo di questa risoluzione, la nomina di un inviato speciale dedicato alla lotta all’islamofobia, con il compito di coordinare gli sforzi internazionali e di sostenere misure concrete per affrontare la discriminazione contro i musulmani.
Oltre a ciò, la risoluzione richiede al Segretario Generale di presentare anche un rapporto all’Assemblea Generale sull’attuazione della risoluzione e sulle misure pertinenti adottate dagli Stati membri e dalle Nazioni Unite per combattere l’islamofobia.
Le obiezioni alla Risoluzione con i vari emendamenti
In fase di discussione, vi sono state comunque alcune riserve espresse da alcuni Stati membri circa la focalizzazione ristretta del testo su una religione che indicherebbe, a dir loro, una certa "esclusività islamica". Prima della votazione e della seguente adozione della versione “L.48”, l'Assemblea ha esaminato gli emendamenti al testo (documenti A/78/L.51 e A/78/L.52 ) presentati dal rappresentante del Belgio a nome dell'Unione europea.
Con 53 voti favorevoli, 61 contrari e 28 astenuti, l'Assemblea ha respinto la “L.51”, che avrebbe sostituito il comma operativo 2 con una disposizione: “Condanna l'incitamento alla discriminazione, all'ostilità o alla violenza contro le persone sulla base di religione o credo, anche contro i musulmani, nonché il numero crescente di attacchi a siti e santuari religiosi ed esprime preoccupazione per altri atti di intolleranza religiosa, stereotipi negativi, odio e violenza”.
Ha respinto anche la “L.52” con 57 voti favorevoli, 61 contrari e 24 astenuti. L'emendamento avrebbe sostituito il paragrafo operativo 3 con una disposizione: “Invita il Segretario generale a nominare un punto focale delle Nazioni Unite, nell'ambito delle strutture e delle risorse esistenti, per combattere la discriminazione anti-musulmana”.
Il rappresentante del Belgio, che ha introdotto gli emendamenti, si è giustificato affermando che l'odio e la discriminazione anti-musulmana sono inaccettabili e violano i principi e gli scopi delle Nazioni Unite sanciti nella sua Carta e le disposizioni della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Tuttavia “l'Onu dovrebbe essere neutrale rispetto alla religione e non parlare di 'profanazione dei libri sacri'”. Secondo la Dichiarazione e il Programma d’azione di Vienna, il termine “profanazione” è limitato ai soli siti religiosi. Il diritto internazionale sui diritti umani non protegge una religione o un credo in quanto tale, o i suoi simboli, né proibisce la critica delle religioni o delle credenze.
Cosa dice l'ordinamento giuridico italiano?
Nel caso dell'Italia, a livello nazionale, la nostra Costituzione italiana tutela già di fatto sia la libertà religiosa istituzionale (riferita alla Confessioni religiose agli articoli 7, 8), sia quella individuale e collettiva (riferita alle persone fisiche e alle confessioni religiose art. 19 della Costituzione) e ne sancisce per "tutti" indistintamente senza alcuna differenza (art. 3 Cost.) non solo il "diritto di professare liberamente la propria fede religiosa", ma anche di diffonderla nei limiti consentiti dalla legge.
Questo status implica che anche a livello legislativo, la libertà religiosa non debba essere confusa con la tolleranza e nemmeno con la libertà dell'atto di fede (per sua natura non può che esser libera, come atto di coscienza individuale), ma semmai le contiene entrambi nell'assenza di discriminazioni, atti di intolleranza religiosa, stereotipi negativi, odio e violenza.
Ma non solo: "E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art 3 Cost.).
Giuridicamente parlando, si può intendere che è compito dello Stato, pur riconoscendosi incompetente in materia religiosa, mettere in atto ogni tipo di misura lecita a porre ogni individuo, indistintamente, in uno stato di immunità dalla coercizione esterna qualificata giuridicamente come un diritto pubblico soggettivo. Significa essere immuni sia dalla negazione, dall'impedimento coercitivo, sia dall'imposizione di un determinato credo.
Questa si chiama democrazia, nel momento in cui tale status sia liberamente e indipendentemente raggiunto per tutti senza distinzione e ognuno al pari degli altri.
Recentemente, è nata anche una collaborazione tra il Nodo anti-discriminazioni della Città metropolitana e le associazioni islamiche di Torino per la raccolta dati su casi di islamofobia e crimini d’odio correlati. Questi dati saranno utilizzati per compilare un report annuale, che servirà non solo a evidenziare l’entità del problema, ma anche a individuare strategie efficaci per contrastarlo.
Cosa dice l'ordinamento giuridico internazionale?
Anche a livello internazionale, esiste comunque un'ampia letteratura costitutiva in merito al tema della libertà religiosa, dal Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (UDHR) adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1948, al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) adottato nel 1966, che, in particolare, vieta espressamente la discriminazione basata sulla religione, alla Convenzione Europea per la Protezione dei Diritti Umani e delle Libertà Fondamentali (CEDU) adottata nel 1950, alla Dichiarazione sull'Eliminazione di Tutte le Forme di Intolleranza e Discriminazione Fondate sulla Religione o sulle Credenze del 1981 adottata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, al Trattato di Maastricht (1992), alla Carta dei diritti fondamentali della UE di Nizza (2000), al Trattato di Lisbona (2009).
E' anche vero che nessuno dei trattati elencati menziona specificamente l'islamofobia o qualsiasi altra discriminazione nei confronti di una religione in particolare. Tuttavia, essi sottolineano il diritto alla libertà religiosa in generale e vietano la discriminazione basata sulla religione o le credenze. Questi trattati sono generalmente intesi a proteggere i diritti umani universali e promuovere la tolleranza religiosa senza focalizzarsi su una religione specifica.
La questione dell'islamofobia è stata a lungo oggetto di dibattito e iniziative a livello internazionale, ma finora non ha portato alla creazione di un trattato specifico sulla questione. Ci sono diverse risoluzioni e dichiarazioni delle Nazioni Unite e di altre organizzazioni internazionali che affrontano la discriminazione religiosa in generale, concentrandosi sull'incitamento all'odio e alla violenza contro le persone basate sulla loro religione o credo, senza riferimento specifico all'islamofobia. Alcuni esempi includono:
1. Risoluzione 1904 (XVIII) del 20 novembre 1963, che proclamava la Dichiarazione delle Nazioni Unite sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale, e in particolare la sua affermazione che "qualsiasi dottrina di differenziazione o di superiorità razziale è scientificamente falsa, moralmente condannabile, socialmente ingiusta e pericolose".
2. Convenzione internazionale sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale (1965): Questa convenzione mira a eliminare la discriminazione razziale in tutte le sue forme, compresa quella basata sulla religione o sulle convinzioni personali.
3. Dichiarazione sull'eliminazione di tutte le forme d'intolleranza e di discriminazione fondate sulla religione o il credo (1981): Questa dichiarazione ribadisce l'importanza della libertà di religione e il diritto di non essere discriminati per le proprie convinzioni religiose.
4. La tutela dei diritti delle persone appartenenti a minoranze nazionali, etniche, religiose e linguistiche. Questa risoluzione è conosciuta come la “Dichiarazione sui diritti delle persone appartenenti a minoranze nazionali, etniche, religiose e linguistiche” ed è stata adottata il 18 dicembre 1992 che prevede il principio di non discriminazione.
5. La risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite "Combatting Defamation of Religions" (2007), che ha suscitato un dibattito sulla protezione della libertà di religione rispetto alla diffamazione delle religioni.
6. Decisione quadro 2008/913/GAI obbliga gli Stati membri a criminalizzare l’incitamento pubblico all’odio o alla violenza contro gruppi definiti per razza, religione, origine etnica. L’antisemitismo è spesso citato come esempio paradigmatico.
7. La risoluzione del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite "Combating Intolerance, Negative Stereotyping and Stigmatization of, and Discrimination, Incitement to Violence and Violence Against, Persons Based on Religion or Belief" (2011), che si concentra sull'affrontare l'intolleranza e la discriminazione religiosa.
8. La Dichiarazione di Rabat sulla diffusione del messaggio religioso e la lotta contro l'incitamento alla discriminazione, all'ostilità e alla violenza (2012), adottata dall'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, che fornisce orientamenti su come bilanciare la libertà di espressione e la prevenzione dell'incitamento all'odio.
9. La Risoluzione del Consiglio Europeo "Combattere l'intolleranza religiosa e proteggere la libertà di religione" (2013), che esorta gli Stati membri a proteggere la libertà di religione e a combattere l'intolleranza religiosa.
10. Risoluzione contro il Neonazismo: Nel 2020, l’ONU ha adottato una risoluzione che condanna il neonazismo e altri movimenti simili. Questa risoluzione afferma che tali movimenti alimentano forme di razzismo, discriminazione razziale, antisemitismo, islamofobia e cristianofobia. Gli Stati membri sono stati invitati a prendere misure per contrastare questo fenomeno.
11. Giornata internazionale delle vittime di violenza in relazione alla loro religione o al credo: L'ONU ha istituito questa giornata per ricordare tutte le vittime di violenza a causa della loro religione o credo.
Tuttavia, è importante notare che mentre queste risoluzioni e dichiarazioni possono sollevare consapevolezza e promuovere azioni contro l'islamofobia, non costituiscono trattati vincolanti.
La specificità di una Risoluzione

Se da un lato, abbiamo visto che esiste tutta una serie di trattati e Carte costitutive e dichiarazioni internazionali che affrontano in generale la discriminazione religiosa e garantiscono i principi cardine fondamentali per la tutela del diritto di esercitare la propria fede in assenza di condizioni ostili e discriminatorie (e che tali condizioni debbano essere punite a norma di legge), abbiamo anche riscontrato che non esiste uno specifico atto risolutivo sull'islamofobia e nemmeno risoluzioni specifiche per contrastare la discriminazione contro i cristiani e altri gruppi religiosi, eccetto le questioni relative all'antisemitismo sì, invece.
Ora, posto il fatto che servirebbe un trattamento specifico a parte per spiegare tutte le valenze e le connotazioni etimologiche e storiche, spesso anche molto discutibili, che stanno alla base del significato della parola "antisemitismo", è certamente di comune accettazione che tale termine riguardi una forma di discriminazione e pregiudizio diretta specificatamente contro gli ebrei, basata su motivazioni razziali, religiose o culturali. Si manifesta attraverso atteggiamenti ostili, discriminazioni, persecuzioni e violenze nei confronti degli individui o delle comunità ebraiche. Ha radici storiche profonde e può assumere forme sia esplicite che sottili, minacciando la sicurezza e il benessere degli ebrei in molte parti del mondo, che, fondamentalmente, si tratta dello stesso principio della manifestazione dell'islamofobia.
Le Nazioni Unite hanno adottato, negli anni, diverse risoluzioni che affrontano il tema dell'antisemitismo, direttamente o indirettamente, nel corso degli anni. Ecco un breve riassunto:
1. Risoluzione N°3379 (1975): Questa risoluzione definiva il sionismo come "una forma di razzismo e di discriminazione razziale". Fu successivamente revocata dalla Risoluzione 46/86 nel 1991 1.
2. Risoluzione 242 (1967): Anche se non menziona esplicitamente l'antisemitismo, questa risoluzione è stata un punto di riferimento importante per il conflitto israelo-palestinese e le discussioni relative ai diritti degli ebrei e al sionismo.
3. Risoluzione contro la glorificazione del nazismo (2019): Adottata dall'Assemblea Generale, questa risoluzione condanna la glorificazione del nazismo e dell'intolleranza correlata.
4. Glorificazione del Nazismo: Nel novembre 2021, la Terza Commissione dell’ONU ha approvato una risoluzione che vieta la glorificazione del nazismo. Questa risoluzione ha ricevuto 125 voti a favore, 53 astenuti e l’opposizione degli Stati Uniti e dell’Ucraina. L’obiettivo è combattere ogni forma di glorificazione del nazismo.
Inoltre, l'UNESCO e la Commissione Europea hanno lanciato un progetto congiunto per combattere l'antisemitismo attraverso l'istruzione. Queste sono alcune delle iniziative e risoluzioni principali, ma ci sono stati molti altri sforzi e dichiarazioni da parte dell'ONU per combattere l'antisemitismo nel corso degli anni.
La specificità della cristianofobia
Ci sarebbe quindi da chiedersi, allora, perché esistono risoluzioni ONU e trattati specificamente legati all’antisemitismo e non vi sono, invece, dichiarazioni in merito alla lotta contro la cristianofobia o perché non dovrebbero esserci contro l’islamofobia. Sebbene l’antisemitismo abbia una lunga storia di persecuzione contro gli ebrei, che risale a secoli fa e chiaramente eventi come l’Olocausto abbiano portato a una maggiore visibilità storica, consapevolezza globale e impegno internazionale nel combattere l’antisemitismo maggiore rispetto ai fenomeni legati alla cristianofobia, esistono comunque anche altri fattori dovuti ad una inclinazione verso una sensibilità politica e diplomatica maggiore nei confronti dell’antisemitismo, piuttosto della cristianofobia o dell’islamofobia. Inoltre, è indubbio che gruppi di interesse e organizzazioni della società civile possono influenzare politicamente l’agenda internazionale. Le organizzazioni, le lobby e i gruppi di interesse che si concentrano sull’antisemitismo potrebbero aver avuto un ruolo nell’impulso per risoluzioni specifiche. La cristianofobia potrebbe non avere lo stesso livello di mobilitazione o rappresentanza.
In effetti, sebbene l’ONU abbia adottato, negli anni, risoluzioni che affrontano le varie forme di persecuzione religiosa, tutte in maniera generica, tranne quelle, come abbiamo visto, sull'antisemitismo, le persecuzioni contro i cristiani nel mondo sono una tragica realtà che ha richiamato l'attenzione di numerose organizzazioni internazionali, stimolando così l'attenzione di numerose organizzazioni internazionali al fine di chiedere misure di protezione e sostegno per le vittime.
Il 06 dicembre 2011, nell'ambito del diciottesimo Consiglio ministeriale dell'OSCE a Vilnius (Lituania), l'arcivescovo Dominique Mamberti, Segretario per i rapporti con gli Stati della Santa Sede, propone l'istituzione di una giornata internazionale contro la persecuzione e la discriminazione dei cristiani, "quale segno importante dell'intenzione dei governi di affrontare questa grave questione". In un report del 2024 di Open Doors International, infatti, su cento Paesi monitorati, 78 hanno un livello di persecuzione considerato almeno "alto", mentre quelli a livello "estremo" sono passati in un anno da 11 a 13. In Nigeria, ad esempio, record per uccisioni a causa dei numerosi gruppi armati violenti di matrice fondamentalista che nulla hanno a che fare con il senso reale della religione islamica. Il primo in classifica è, come sempre dal 2002, la Corea del Nord, dove è impossibile vivere la fede cristiana, per un totale di circa 365 milioni di cristiani perseguitati nel mondo, un numero in costante aumento.
Il punto della situazione e il rammarico sulle astensioni
Nonostante vi sia certamente una certa soddisfazione a seguito dell'approvazione di questa risoluzione volta a rigettare e reprimere l’islamofobia, segnando sicuramente un altro tassello nella sensibilizzazione, a livello istituzionale nei confronti del fenomeno dell’intolleranza religiosa e della violenza, questa volta specificatamente, contro i musulmani in tutto il mondo, desta comunque una preoccupazione e sgomento la scelta di molti paesi europei, (ma non solo) come Argentina, Belgio, Brasile, India, Svizzera, Regno Unito, Francia, Spagna, Ucraina e naturalmente l'Italia, che hanno scelto di astenersi dal voto su questa risoluzione.
Perfino la Francia, l'Olanda e il Belgio che, con circa 4,87 milioni di persone di fede islamica, rappresentano il cuore dell'Europa musulmana formata, ormai, già da seconde e terze generazioni di famiglie originarie dei paesi a maggioranza islamica, ma anche di convertiti che, spesso, non figurano neanche all'interno di questi dati statistici, hanno deciso di non decidere. Una non decisione che lascia l'amaro in bocca e che purtroppo è sinonimo, essa stessa, di una certa deriva del pensiero politico tipica delle destre e delle sinistre che ormai non sono più sinistre.
Colpisce anche la formale giustificazione di molti paesi membri astenuti al voto sulla mancanza di un approccio “religiosamente neutrale” della risoluzione approvata, (che in realtà, come abbiamo visto, esiste già sia in altre risoluzioni più generiche, sia nell'ordinamento internazionale). Un voto unanime e compatto e senza dubbi su un tema così importante, nel rispetto proprio dei principi cardine dell'ordinamento legislativo internazionale, avrebbe rappresentato un pilastro nell'equipollenza nella considerazione internazionale con l'antisemitismo e getterebbe le basi sul recepimento, a livello nazionale, dell'obbligo, quanto meno morale, di attuare ogni misura legislativa paritaria ed egualitaria nei confronti della libertà di ogni religione come previsto dall'art. 8, comma 1 della Costituzione italiana. Ricordiamo a questo proposito che, nonostante vi siano stati diversi tentativi fra i vari governi italiani negli anni, a tutt'oggi la seconda religione per numero di fedeli in Italia, non ha ancora ricevuto il giusto riconoscimento ufficiale con un'intesa con lo Stato italiano che si traduca poi in uno Statuto come previsto dall'art. 8, comma 2 e 3 della stessa Costituzione.
L'Italia, infatti, non si è espressa pur astenendosi dal voto.
Senza contare la posizione del tutto fuorviante e discutibile del rappresentante del Canada che, sebbene abbia votato a favore della L.48, ha espresso preoccupazione per il fatto che i suggerimenti per integrare il linguaggio di genere nel testo non siano stati incorporati.
L'india e il Brasile rimangono sulla posizione di non esprimersi specificatamente sull'islamofobia, ma bensì di “combattere sullo stesso piano la discriminazione contro musulmani, cristiani ed ebrei, senza stabilire priorità tra questi fenomeni” e che l'esprimersi selettivamente potrebbe creare un precedente che renda necessario a sua volta pronunciarsi su ogni specifico singolo sentimento anti-fede.
Questa sembra più una posizione di comodo che tende a non sbilanciare troppo il peso dato all'antisemitismo rispetto a quello dato all'islamofobia. Non si capisce, infatti come una risoluzione specificatamente dedicata alla questione antisemitica sia lodevolmente permessa, mentre sull'islamofobia no e sebbene, esistano già numerose risoluzioni di condanna generica verso gli atti ostili ai vari credi religiosi nel mondo, non si capisce come una risoluzione esclusiva sul tema anti-Islam possa compromettere le altre risoluzioni esistenti generiche.
A riprova di ciò, infatti, possiamo constatare che, in realtà, ci sono già state risoluzione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite rivolte alla salvaguardia dei musulmani, come ad esempio quella del 27 dicembre 2019 che approvava la condanna per abusi dei diritti umani - arresti arbitrari, torture, violenze - ai danni dei musulmani di etnia Rohingya e di altre minoranze in Myanmar. La risoluzione è stata adottata con 134 voti a favore su 193 Paesi rappresentati, nove contrari e 28 astenuti. Al governo del Myanmar si chiedevano misure urgenti per contrastare qualsiasi forma di incitamento all'odio contro le minoranze.
Il colore nero invece, nelle indicazioni sui paesi votanti alle assemblee generali dell’ONU non rappresenta alcuna posizione di voto. Quando un paese appare in nero, significa che non ha partecipato alla votazione o che il suo voto non è stato registrato. In altre parole, il nero indica l’assenza di una posizione ufficiale da parte di quel paese sulla questione in discussione. Si fa notare l'assenza del voto di Israele.
Ci congratuliamo comunque per il risultato emerso da questa votazione che rimarrà comunque come un passo storico verso la condanna e l'attuazione delle necessarie misure di sensibilizzazione (anche a livello preventivo) e per combattere ogni forma di discriminazione e violenza e la messa in campo dei necessari organi internazionali di osservazione anche a livello specifico e auspichiamo una maggiore equità e sensibilizzazione imparziale che suggerisca nell'individuo la stessa sensazione di sgomento e condanna verso ogni tipo di emarginazione, ghettizzazione, isolamento, penalizzazione o violenza, che sia di matrice antisemita, islamofoba, cristianofoba o verso ogni altra fede religiosa.
Il recente caso di Vittorio Feltri e le offese verso i musulmani

Fonte Ansa.it
Vittorio Feltri, noto giornalista e direttore di diverse testate italiane, è stato recentemente al centro di polemiche per alcune dichiarazioni controverse
riguardanti i musulmani. Feltri, noto per il suo stile diretto e spesso provocatorio e noto sopratutto per le sue posizioni apertamente ostili verso i musulmani,
che in passato ha suscitato numerose reazioni sia positive che negative, era già stato colpito a maggio 2022, insieme ad Alessandro Sallusti, da "imputazione coatta per diffamazione aggravata e istigazione
a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa" dal GIP di Milano Teresa De Pascale, per le parole rivolte nel maggio 2020 a Aisha Silvia Romano,
la cooperante milanese rapita in Kenya nel novembre 2018 e liberata dopo un anno e mezzo di prigionia.
In un intervento del 28 novembre 2024 al format "La Zanzara" su Radio 24, il consigliere regionale di Fratelli d’Italia in Lombardia, nonché direttore editoriale del quotidiano “Il Giornale”, Vittorio Feltri, nel contesto delle tensioni al Corvetto di Milano, dopo la morte del diciannovenne Ramy Elgaml travolto e ucciso nell'inseguimento delle forze dell'ordine, ha fatto affermazioni che molti hanno interpretato come offensive e discriminatorie nei confronti della comunità musulmana.
Le sue parole hanno scatenato un dibattito pubblico, con critiche da parte di associazioni per i diritti umani, rappresentanti delle comunità islamiche e politici,
che hanno denunciato il linguaggio utilizzato come incitamento all'odio e alla discriminazione religiosa.

Fonte facebook
"Non frequento le periferie, non mi piacciono" –aveva detto il direttore de "Il Giornale"– "Sono caotiche, brutte e soprattutto piene di extracomunitari che non sopporto. Basta guardarli… Poi vedi quello che fanno qui a Milano e come fai ad amarli? Già, non amo i musulmani. Ma io gli sparerei in bocca. Sono tutti ladri e assassini", ha affermato Feltri. "Tutti, tutti. Non mi vergogno affatto di considerare i musulmani una razza inferiore. Ma che me ne frega a me?Sostengo quello che voglio".
In Italia, le dichiarazioni pubbliche che incitano all'odio religioso o razziale possono essere perseguite ai sensi della legge Mancino (Legge 13 ottobre 1993, n. 205), che punisce chi diffonde idee basate sulla superiorità o sull'odio razziale o etnico.
A gennaio 2025, l'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia (UCOII) aveva annunciato di voler presentare una denuncia contro Vittorio Feltri per le sue dichiarazioni ritenute offensive e discriminatorie nei confronti della comunità musulmana. L'UCOII, una delle principali organizzazioni rappresentative dei musulmani in Italia, ha considerato le parole di Feltri come un incitamento all'odio e una forma di islamofobia, chiedendo un intervento legale per contrastare questo tipo di linguaggio.
In Italia, le denunce per reati legati all'incitamento all'odio religioso o razziale vengono esaminate dalle autorità competenti, che valutano se le dichiarazioni rientrino in fattispecie previste dalla legge, come la già citata Legge Mancino.
A dicembre 2024, Feltri, in un post su X, si sarebbe scusato definendo le sue parole una "battuta discutibile", integrando tali parole in un proprio articolo pubblicato su "Il Giornale" che, a suo dire, dimostrerebbe "la totale assenza di intento offensivo o discriminatorio”
Come cita anche TorinoToday.it, l'articolo riportava le seguenti parole: "Se non fossero inferiori questi immigrati che ci odiano, che disprezzano le nostre norme, il nostro vivere civile, i nostri costumi, i nostri simboli, la nostra fede, perché vogliono trasferirsi tutti qui?".
L’UCOII ha dichiarato che non intende fermarsi: “Continuiamo a confidare nella giustizia italiana”.
Il caso rimane emblematico del delicato equilibrio tra libertà di espressione e rispetto delle minoranze, un tema che continua a suscitare dibattiti e riflessioni nella società italiana. Se ci saranno sviluppi significativi dal punto di vista giudiziario, è probabile che il caso tornerà alla ribalta nei media.
È importante sottolineare che la libertà di espressione, sancita dalla Costituzione italiana, deve bilanciarsi con il rispetto dei diritti e della dignità delle persone. Quando i confini tra opinione e incitamento all'odio diventano labili, le autorità competenti possono intervenire per valutare se ci siano stati reati.
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Fonte TorinoToday.it
Nella sentenza di primo grado del 05 dicembre 2025, vengono definite “discriminatorie” le parole di Feltri alla trasmissione "La Zanzara", su cui l’Associazione Studi giuridici sull’immigrazione (Asgi) aveva presentato un ricorso e, per questo motivo, il Tribunale di Torino Prima Sezione Civile ha accolto il ricorso.
Il giornalista dovrà quindi versare 20 mila euro all’associazione e pagare per la pubblicazione della sentenza sul quotidiano "Corriere della Sera". Inoltre, dovrà rimborsare all’Asgi le spese legali.
Le motivazioni, sollevate dal giudice Ludovico Sburlati, fanno notare che "il carattere della trasmissione non include la sussistenza della molestia discriminatoria. Le frasi in esame non risultano pronunciate in modo ironico dall’ospite del programma.
L’articolo di rettifica è in realtà la risposta alla lettera di un lettore, che non menziona la trasmissione e non contiene una sostanziale modifica del giudizio sull’inferiorità degli islamici e degli immigrati".
L'UCOII, in un comunicato, ha espresso apprezzamento per il lavoro dell’ASGI, promotrice del ricorso e delle altre realtà intervenute, tra cui ARCI. Si tratta sicuramente di un "precedente giuridico che rafforza tutti: istituzioni, società civile, comunità musulmane e cittadinanza".
"La libertà di parola comporta responsabilità. E la tutela della dignità dei musulmani è un principio costituzionale, se non un segno di civiltà.
Continueremo a difenderlo con il diritto, il dialogo e un impegno pubblico costante".
In conclusione, il caso di Vittorio Feltri evidenzia come la libertà di espressione, pur tutelata dall’art. 21 della Costituzione, non possa essere invocata per legittimare condotte che integrano una molestia discriminatoria ai sensi della normativa antidiscriminatoria vigente. La sentenza del Tribunale di Torino del 5 dicembre 2025 ha chiarito che le affermazioni rivolte contro i musulmani non rientrano nell’alveo del dibattito pubblico, ma costituiscono un attacco diretto alla dignità di un gruppo sociale, con conseguente obbligo risarcitorio e pubblicazione della decisione.
Tale pronuncia riafferma il principio secondo cui la tutela della dignità e dell’eguaglianza prevale su ogni abuso della libertà di parola, delineando un confine netto tra critica legittima e discriminazione. In questo senso, l’analogia con l’antisemitismo è evidente: così come le espressioni che incitano all’odio contro gli ebrei sono da tempo riconosciute come lesive e incompatibili con i valori costituzionali, allo stesso modo le dichiarazioni discriminatorie contro i musulmani sono e devono essere ricondotte al medesimo paradigma di intolleranza vietata, affinché la giurisprudenza garantisca coerenza e uniformità nella protezione dei diritti fondamentali.
La sentenza del Tribunale di Torino del 5 dicembre 2025 sul caso Feltri è significativa perché applica lo stesso paradigma già consolidato per l’antisemitismo: la libertà di parola non copre espressioni che degradano un gruppo religioso e la tutela della dignità deve prevalere, garantendo coerenza e uniformità nella protezione dei diritti fondamentali di tutti i gruppi religiosi ed etnici.
La sfida per l’Italia e per l’Europa è garantire coerenza e uniformità nella protezione dei diritti fondamentali, affinché la libertà di parola non diventi mai legittimazione della discriminazione.
Il parallelo fra islamofobia e razzismo anti-palestinese

Fonte keystone RSI.ch
Se da un lato si è tornato a parlare di antisemitismo dopo il 07 ottobre 2023, in seguito al genocidio a Gaza, dall’altro lato si è registrato un incremento significativo dell’islamofobia in Europa e anche in Italia. Secondo l’Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali (FRA), già prima dell’attacco di Hamas contro Israele si osservava un aumento di episodi islamofobici; dopo il 7 ottobre 2023, il fenomeno ha conosciuto un vero e proprio picco.
Dopo il 7 ottobre 2023 si è registrato in Europa un aumento parallelo di antisemitismo e islamofobia.
Secondo l’Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali, circa un musulmano su due subisce discriminazioni nella vita quotidiana e un terzo incontra ostacoli nell’accesso al lavoro e alla casa.
In Italia il fenomeno è meno diffuso rispetto ad altri Paesi, ma si manifesta attraverso stereotipi mediatici e episodi di esclusione sociale.
Il quadro complessivo mostra come islamofobia e antisemitismo vadano trattati come forme di odio equivalenti, entrambe incompatibili con i valori costituzionali e con la tutela dei diritti fondamentali.
Recentemente, il professor Joseph Massad, docente di cultura e storia araba presso la Columbia University di New York, ha sviluppato la tesi secondo cui l'islamofobia e il razzismo anti-palestinese avrebbero un'origine comune.
In una recente analisi sociologica, la dottoressa Batul Hanife, medico psichiatra tra Trento e Bolzano, afferma che "la continua, quotidiana alimentazione di diffidenza e pregiudizi diffusi verso i musulmani in genere, e la costruzione dello spauracchio del cosiddetto “terrorismo islamico”, hanno consentito di mantenere uno stato di costante paura e allerta nel mondo “occidentale”, in modo da rendere l’opinione pubblica inerme e controllare qualsiasi moto di critica, di protesta o di solidarietà. In tal modo, è stato possibile mobilitare una fantomatica “guerra al terrorismo” in Medio Oriente - regione a prevalenza musulmana, ove sono stati provocati milioni di morti in oltre 20 anni di violenze: la propaganda islamofoba ha coperto le ragioni della pura supremazia geopolitica e dello sfruttamento delle risorse naturali, delegittimando e criminalizzando a priori qualsiasi forma di resistenza popolare".
Alla luce, quindi, della recente catastrofe umana a Gaza, dal carattere sempre piu' certo, evidente che si configura come un genocidio, anche dal punto di vista giuridico, la dottoressa Hanife sottolinea che "l'esito di questo processo è stato la normalizzazione della disumanizzazione dei popoli da sacrificare alla ragion economica: se oggi di fatto è possibile “tollerare” decine, centinaia di palestinesi morti ogni giorno, deprivati di qualsiasi diritto, è perché nel corso degli anni precedenti è stata resa “tollerabile” la morte di centinaia di migliaia di civili in quel “altrove” islamico, negandogli qualsiasi dignità”.
L'islamofobia nella storia

Fonte miro.medium.com
Il primo scontro fra arabi musulmani e cristiani d'Europa avvenne nella cosiddetta "Reconquista in Iberia", che assunse anche i caratteri di una guerra politica e religiosa,
ovvero la progressiva espansione dei regni cristiani del nord della penisola iberica occupando nuovamente i territori del califfato islamico di al-Andalus dal IX al fine del XV sec.
riportandolo nell’alveo della cristianità.
Si tratta, in realtà di un lungo processo durato quasi 8 secoli, inziato, tradizionalmente, dalla Battaglia di Covadonga (722) e conclusosi con la caduta di Granada (1492),
ultimo regno musulmano iberico.
Papa Alessandro II nel 1064 emanò una bolla in cui assicurava la piena remissione dei peccati a chiunque avesse partecipato alla lotta contro i mori.
Altro teatro di scontro fra musulmani e la conquista dei normanni, (inizialmente giunti come mercenari a partire dal 1017), della penisola italica meridionale in mano agli arabi dal IX secolo (conquistata tra l'827 e il 902), allo scopo di estendere i confini della cristianità latina e strappare questi territori al dominio arabo musulmano, fino alle conquiste della Sicilia di Ruggero I e II nel 1130.
Gli Arabi erano visti come un popolo complesso: da un lato, nemici e invasori da combattere e convertire; dall'altro, portatori di una cultura raffinata, sofisticata e utile da assimilare, specialmente in campi come la scienza, la filosofia, l'architettura e l'agricoltura.
I Normanni, una volta conquistata la Sicilia, adottarono molti elementi della cultura araba, inclusi stili architettonici, pratiche amministrative e persino personale di corte arabo, assumendo funzionari, scienziati e artisti arabi per amministrare i territori conquistati. Dal punto di vista religioso, gli Arabi musulmani erano visti come "infedeli" dalla Chiesa cristiana e dai conquistatori normanni. Tuttavia, i Normanni furono relativamente tolleranti rispetto ad altre potenze cristiane dell'epoca.
La conquista normanna della Sicilia e dell'Italia meridionale (1061-1091) fu presentata come una "riconquista cristiana" dei territori caduti in mano musulmana, anche se in realtà i Normanni collaborarono spesso con élite locali arabe e fu caratterizzata da un mix di conflitto, collaborazione e assimilazione culturale, che lasciò un'impronta duratura nella regione. In Sicilia, per esempio, permisero ai musulmani di praticare la propria religione per un certo periodo, anche se alla fine furono costretti a convertirsi o a emigrare.
Con la Prima Crociata (1096-1099) richieste di aiuto dell'Impero Bizantino per respingere i selgiuchidi e recuperare i territori perduti. Con il Concilio di Clermont (1095), Papa Urbano II tenne un discorso appassionato, esortando i cristiani a prendere le armi per liberare Gerusalemme e sostenere i bizantini. Promise indulgenze plenarie (perdono dei peccati) a chi avesse partecipato.

Fonte brewminate.com
Durante le Crociate, in Europa circolavano molte immagini che rappresentavano i musulmani — spesso chiamati genericamente “saraceni” — in modo distorto, fantasioso o ridicolizzante.
Queste raffigurazioni non erano basate sulla realtà, perché la maggior parte degli artisti medievali non aveva mai visto un arabo o un musulmano dal vivo.
Le immagini servivano soprattutto come propaganda religiosa, per rafforzare l’idea del nemico da combattere, spesso caratterizzate da personaggi con turbanti enormi, abiti orientaleggianti,
colori vivaci, tratti somatici enfatizzati, il tutto per giustificare la guerra e rafforzare l’identità religiosa europea.
Il "peccato" del popolo palestinese, agli occhi dei crociati e dei colonialisti di allora come adesso, è quello di abitare la terra che il Signore aveva lasciato in eredità, prima ai cristiani latini e, dall'inizio del XX secolo, agli ebrei ashkenaziti, entrambi originari di quella che sarebbe poi diventata l'Europa. fino alla Conquista di Gerusalemme (1099)
La Palestina ha avuto la sfortuna di essere la sede sia della prima colonia europea (con le crociate) ed è passata tra vari domini da quello ottomano a quello britannico, fino a quello israeliano; una calamità di cui il popolo palestinese continua a soffrire e contro cui continua a resistere.
I musulmani e i cristiani della Palestina furono i primi a essere presi di mira dalla cristianità latina in una "Guerra Santa", in seguito nota come Prima Crociata.
Nel 1492 – lo stesso anno in cui Colombo arrivò in America – dopo alcuni anni di guerra, i Castigliani e gli Aragonesi conquistarono anche l’ultimo baluardo della Spagna islamica, il sultanato di Granada.
E' singolare il fatto che la "scoperta" dell'America abbia coinciso con la rivincita dell'egemonia cristiana sul resto del mondo e la "glorificazione" della persecuzione, in nome della "superiorità" cristianità, delle altre religioni, non solo l'Islam.
Il decreto dell'Alhambra (o Editto di Granada), firmato il 31 marzo 1492 dai “cattolicissimi” sovrani spagnoli Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, fra le altre cose, costrinse gli ebrei a lasciare la Spagna,
alimentando l’odio antigiudaico della società spagnola di allora.
L'islamofobia dell'era moderna
L’11 settembre 2001 rappresenta, indubbiamente, uno spartiacque, non solo nella storia delle relazioni internazionali, ma anche nella percezione globale dell’Islam e delle comunità musulmane. Gli attentati contro le Torri Gemelle e il Pentagono hanno inaugurato un nuovo paradigma securitario, nel quale l’identificazione tra “musulmano” e “minaccia” è stata progressivamente normalizzata in molte società occidentali. Questo processo ha alimentato forme strutturate e diffuse di islamofobia, intesa come insieme di pregiudizi, discriminazioni e atti ostili rivolti a individui percepiti come musulmani.
Subito dopo gli attacchi dell'11 settembre, le prime speculazioni dei media occidentali suggerivano spesso che Hamas potesse essere responsabile, nonostante il fatto che non avesse mai compiuto alcun atto di resistenza al di fuori della Palestina storica. L'intreccio tra islamofobia e razzismo anti-palestinese comincio' a formarsi da allora nel momento in cui Israele stava affrontando la seconda Intifada popolare (2000–2005), in seguito alla la visita provocatoria di Ariel Sharon (in quel momento leader dell’opposizione israeliana) alla Spianata delle Moschee il 28 settembre 2000.
Quando, infatti, il presidente George W. Bush, il 16 settembre 2001, parlò di una “crociata” contro il terrorismo, stava cercando di dare voce allo shock, alla rabbia e alla determinazione degli Stati Uniti dopo gli attacchi dell’11 settembre, ma allo stesso tempo sanciva l'apertura di nuova era dell'Islamofobia. In quelle ore concitate, mentre il Paese era ancora immerso nel lutto e nella paura, Bush volle trasmettere un messaggio di fermezza: la risposta americana non sarebbe stata né simbolica né temporanea, ma un impegno lungo, complesso, globale. Lo disse chiaramente: sarebbe servito “un po’ di tempo”.
Indubbiamente, quella parola — crociata — non fu scelta con cura. Era un termine carico, storicamente pesante, soprattutto nel mondo islamico e, infatti, la Casa Bianca si affrettò a correggere il tiro nei giorni successivi. Ma il lapsus (se di lapsus si trattava) rivelava qualcosa di più profondo: la percezione, in quel momento, di trovarsi davanti a una battaglia epocale, quasi morale, tra il mondo democratico e un terrorismo che aveva colpito civili innocenti nel cuore degli Stati Uniti.
Nei giorni seguenti Bush cercò di riequilibrare il messaggio. Il 17 settembre, parlando al Centro Islamico di Washington, sottolineò che “l’Islam è pace” e che la stragrande maggioranza dei musulmani non aveva nulla a che fare con al-Qaeda. Era un tentativo di evitare che la retorica della guerra al terrorismo si trasformasse in uno scontro di civiltà.
Eppure, la frase iniziale rimase impressa. Per molti osservatori, segnò l’inizio di una stagione politica e militare che avrebbe ridefinito la geopolitica mondiale: l’intervento in Afghanistan, la costruzione di una coalizione internazionale, la nascita del concetto di “guerra preventiva”, fino alla controversa invasione dell’Iraq nel 2003.
La “crociata” di Bush non fu mai una guerra religiosa, (forse), ma fu certamente una guerra ideologica: la promessa che gli Stati Uniti non si sarebbero lasciati intimidire, che avrebbero colpito chiunque sostenesse o ospitasse il terrorismo e che avrebbero difeso il proprio modello di società. Una promessa che, come Bush stesso disse, avrebbe "richiesto tempo", "sacrifici" e un impegno che sarebbe andato ben oltre la sua stessa presidenza. In realtà, Le guerre in Afghanistan e Iraq, con la destituzione di Saddam Hussein, furono, oltre che conflitti militari, anche un’occasione per rafforzare l’egemonia americana, controllare aree energetiche strategiche e alimentare un’enorme macchina economica legata alla difesa. Oltre a rappresentare un "regalo" all'alleato Israele che ne trasse benefici strategici significativi, come l'eliminazione di un nemico storico di Israele, l'indebolimento del fronte arabo nazionalista,
Le guerre post-11 settembre, uffcialmente, non erano motivate dall’islamofobia, ma hanno contribuito a creare un clima culturale che ha reso l’islamofobia più diffusa, più accettabile e più radicata. In altre parole, non furono guerre contro l’Islam, ma produssero effetti che colpirono profondamente i musulmani, sia in Occidente sia nel mondo arabo, con la narrativa polarizzante sullo “scontro di civiltà”, (“noi” (Occidente, democrazia, libertà), contro “loro” (terroristi, estremisti, talvolta confusi con l’intero mondo musulmano)), le politiche interne che hanno normalizzato la diffidenza, le leggi sull'antiterrorismo, la rappresentazione mediatica del “musulmano” sospetto, potenzialmente violento,
Fonti e approfondimenti:
- Scarica la Risoluzione proposta dal Pakistan
- L’ONU approva risoluzione contro l’islamofobia ma l’Europa opta per una controversa astensione: “risoluzione non abbastanza neutrale” - La Luce News
- Marking International Day to Combat Islamophobia, General Assembly Adopts Resolution Condemning Anti-Muslim Violence, Calling for Action against Religious Intolerance - United Nation
- "Sparerei in bocca ai musulmani": Feltri si scusa tra opportunismo e rischi legali ma l'UCOII incalza La Luce News
- Esce il Report Europeo 2019 sull’Islamofobia: Feltri, Sallusti, Salvini e Meloni in pole position La Luce News
- Offese a Silvia Romano, gip: imputazione coatta per Sallusti e Feltri Sky TG24 12 maggio 2022
- Enrico Galoppini, Islamofobia: Attori, Tattiche e Finalità, Edizioni all'insegna del Veltro, Parma 2008
- Vittorio Feltri condannato per molestia discriminatoria dopo le parole sui musulmani dette alla Zanzara - Il Fatto Quotidiano 09 dicembre 2025
- Vittorio Feltri condannato a Torino per le frasi sui musulmani a La Zanzara: "Sono razze inferiori" - TorinoToday 09 dicembre 2025
- Aumenta l’islamofobia in Ue. Un musulmano su due è vittima di discriminazione nella vita quotidiana - eunews.it 24 ottobre 2024
- Porto il velo adoro i Queen: il racconto di una donna trentina nel docufilm sulle nuove italiane - TrentoToday 19 aprile 2017
- Islamofobia: il fenomeno e le sfide in Occidente - OSMED Osservatorio sul Mediterraneo 23 febbraio 20022
- 1492 - L'Editto di Espulsione - randazzomedievale.it 23 dicembre 2019
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