"NO alla moschea di Venezia (Mestre)" - Incostituzionale? Lettera aperta al sindaco di Venezia Simone Venturini

Riflessioni sul tema della costruzione di moschea a Mestre, un progetto portato avanti dalla comunità bengalese della zona e ora affossato dalle ultime dichiarazioni del primo cittadino di Venezia che chiede preventivamente un certo grado di "integrazione", per poter autorizzare il cambio di destinazione d'uso di un terreno già comprato dalla stessa comunità bangla.

28 agosto 2026 - autore: 'Alī M. Scalabrin
Ultimo aggiornamento: 06 settembre 2026


Rendering del progetto della moschea di via Giustizia a Mestre
Credit: blog.urbanfile.org

“Prima dimostrate di essere integrati, poi forse parleremo della moschea”, così il sindaco di Venezia, Venturini, ha liquidato un progetto portato avanti da anni dalla comunità bengalese della zona con l’allora sindaco Luigi Brugnaro.
Si tratta di un’area industriale dismessa, un ex segheria abbandonata a ridosso della stazione di Mestre, già acquistata per 1,5 milioni di euro e per la quale sono stati raccolti circa 15 milioni di euro interamente dalla comunità, dando il via ad una trattativa che si trascina da quindici anni.

Al fine di contribuire a una riflessione serena e costruttiva sul tale tema, bisogna premettere che un luogo di preghiera per la comunità islamica veneziana esiste già da anni.
A dire il vero ne esistono 6 o 7 nel territorio, ma solo uno è ufficialmente riconosciuto come tale e moltissimi cittadini musulmani provenienti da diverse realtà etniche e culturali, nonché italiani convertiti all'Islam, cittadini naturalizzati e appartenenti alla seconda e terza generazione, frequentano abitualmente, ovvero il Centro Culturale Islamico di Viale Monzani a Marghera, che rappresenta storicamente uno dei pochi luoghi di culto islamici insediati in maniera stabile e conforme alle destinazioni urbanistiche previste dagli strumenti di pianificazione comunale, sebbene sia, di fatto, un capannone industriale che, con notevoli sacrifici, i singoli fedeli sono riusciti a restaurare, adeguare ed allestire in modo sufficientemente decente e pulito.

Anche se quello in viale Monzani sarebbe l'unico legittimo è e resta pur sempre, un capannone industriale, non è un luogo di preghiera adatto e dignitoso, diciamolo. Verrebbe da chiedersi, ma, i cristiani vanno in capannone la domenica ad assistere alla messa?

Il ruolo della moschea nell'Islam


Grande moschea di Medina in Arabia Saudita
Credit: turistipercaso.it

La moschea è il luogo dove si riuniscono i musulmani per pregare: il termine deriva dall’italianizzazione della parola araba "masjid", che significa appunto “luogo nel quale fare il sujud” (ovvero la prosternazione (dalla radice preislamica "sjd") che fa parte del rito della preghiera islamica), ma vi è anche il termine "muSallā" (al-Baqara 2,125), che indica il luogo in cui si compie la preghiera (salāt) e anche il termine “jami'" (dalla radice “riunire, radunare”, "accogliere"), che potrebbe essere tradotto con "moschea congregazionale", utilizzata originariamente soprattutto la preghiera del venerdì (Salat al-jum'a).
La prima moschea Qubā’, simbolo della pietà e dell’unità oltre le tribù. La moschea era casa comune, spazio pubblico, scuola, tribunale, assemblea. In un’unica struttura semplice fatta di muri di fango, tetto di foglie di palma, un cortile dove si concentravano tutte le funzioni della prima società islamica.
La stessa moschea di Medina (al-Masjid an-Nabawi nel 622 d.C) era contemporaneamente: luogo di culto, centro politico, tribunale pubblico, scuola e università, spazio comunitario e sociale. La moschea ospitava la Suffah, un’area ombreggiata dove vivevano e studiavano i primi compagni poveri. Era una sorta di università residenziale. Era anche Centro politico e amministrativo. Esiste tutto un mondo di studi sull'architettura (almeno a partire dal 628 sono esistiti elementi fondamentali con il minbar, il cortile (Sahn), il porticato (riwāq) e la sala di preghiera (zulla)) e sulla funzione sociale delle moschee. In realtà, sarebbe lo stesso ruolo originario delle chiese dalla parola "ekklesia" ("comunità").

La moschea, quindi, non è solo una semplice sala di preghiera. C'è da chiedersi, invece, cosa si fa in chiesa? Cosa si fa in sinagoga (dalla parola ebraica "Beit Knesset", “casa dell’assemblea”)?
Il ruolo della moschea deve essere visto al pari di quello della chiesa dove si svolgono i sacramenti, dove ci si riunisce per partecipare e ascoltare l'omelia del sacerdote, dove ci si scambia un "segno di pace" fra fratelli in Dio.
Spesso si sente dire: "i musulmani possono pregare a casa!" Il fedele cristiano non partecipa attivamente alla messa stando a casa. L'ebreo non celebra il sabbath semplicemente stando a casa. Anche nelle sinagoghe, così come nelle chiese si prega, ma non solo, si fa scuola (scuola di Torah o catechismo), ci si aggrega in una comunità di credenti, ci si dedica all'identità e alla memoria stroico religiosa, si organizzano raccolte fondi, aiuti ai bisognosi, ospitalità ai viaggiatori (questo non sempre).
Le moschea ha il medesimo ruolo delle Chiese e delle sinagoghe: riunire la comunità, trasmettere la tradizione religiosa, educare bambini e adulti, celebrarne i riti e i momenti chiave e offrire supporto sociale. Perché negare una moschea allora?

Alcune premesse

Venendo al dunque, dalle recenti dichiarazioni del primo cittadino riguardanti il progetto di realizzazione della nuova moschea nell'area di Via Giustizia a Mestre ne scaturisce una sensazione di profondo rammarico, fra i membri della comunità islamica locale.

Premesso che:

  • è stata finalmente individuata l'area destinata ad accogliere la nuova moschea, rispondendo a una richiesta da tempo avanzata dalla comunità bengalese presente sul territorio; considerato che la medesima comunità si è fatta carico, attraverso risorse proprie e iniziative di raccolta fondi, (senza alcun 8permille) dell'acquisizione dell'area e della sua futura riqualificazione, con l'obiettivo di restituire alla città uno spazio oggi inutilizzato e degradato;
  • considerato altresì che tale progetto a cura dell'architetto Alberto Miggiani di Marghera, rappresenta non soltanto la realizzazione di un luogo di culto, ma anche un intervento di recupero urbano e di valorizzazione del territorio;
  • premesso anche che, a quanto pare, era stato già imbastito un progetto della giunta precedente dell’ex sindaco Brugnaro che sembrava aver aveva assunto alcuni impegni con la comunità bengalese per l’apposita variante urbanistica, a fronte di una modifica dello stesso progetto, togliendo minareti e cupole;
  • premesso anche che fu Brugnaro, insieme all’allora assessore alle Politiche sociali Simone Venturini, a definire via Giustizia una “buona idea”, una “proposta interessante” e un possibile “punto di partenza per rigenerare la zona” per riqualificare l'area (La Nuova Venezia – 18 ottobre 2019);
  • premesso anche che il giovane Prince Howlader, presidente dell’associazione islamica Giovani per l’Umanità e esponente della comunità bengalese che si fa portavoce di questo progetto, era già nel direttivo di Fratelli d'Italia, (nella coalizione a sostegno proprio del neo eletto sindaco Venturini in campagna elettorale insieme ad altri bengalesi sostenitori di Fratelli d'Italia) ed era ad un soffio dalla candidatura ufficiale a Venezia;
  • premesso anche che nel 2017, c'è già stato un precedente a seguito della chiusura di una moschea in via Fogazzaro, (perché lo spazio era classificato come locale commerciale e non come luogo di culto), che provocò le proteste della comunità bengalese di allora. Si optò quindi dopo un tavolo di confronto, per una soluzione provvisoria al PalaPlip di Carpendo, successivamente in area Ca’ Marcello / via Torino.
  • Premesso anche che nel 2023 c'è già stato un altro precedente quando l’associazione bengalese Ittihad (creata ad hoc proprio nel 2023 come associazione culturale islamica, il cui riferimento principale è il discusso imam Arif Mahmud di Mestre) prende in affitto un ex supermercato in via Piave a Mestre e lo trasforma in un centro culturale islamico con sala di preghiera, senza però richiedere il necessario cambio di destinazione d’uso da commerciale a luogo di culto. Nel 2024 il Comune di Venezia ordina la chiusura della struttura per irregolarità urbanistiche. L’associazione presenta ricorso al TAR Veneto, che concede una sospensione temporanea della chiusura. Il Consiglio di Stato (10 aprile 2025) ha confermato che l’immobile non poteva essere usato né come moschea né come centro culturale. Ma, come al solito, per qualcuno che prende in affitto, c'è sempre qualcuno che dà in locazione... In questo caso, il proprietario è un imprenditore privato italiano, residente nel veneziano, non ha ruoli pubblici e non poteva non sapere che l'intento era proprio quello di trasformare un locale così ampio come l'ex supermercato in moschea dandolo in affitto ad una associazione culturale islamica composta da cittadini bengalesi. Certo, il proprietario non è responsabile dell’uso improprio dell’immobile, ma chi affitta un fondo commerciale in un quartiere delicato e fragile non può nascondersi dietro il libero mercato: esiste una responsabilità morale che va oltre il canone d’affitto, fatta di attenzione, trasparenza, pre-avvisi e clausole che evitino problemi alla comunità e tutelino il il territorio in cui opera. La legalità è un obbligo, ma la responsabilità morale è un dovere.. L’associazione Ittihad comunque non risulta direttamente coinvolta nell’acquisto dell’area dell’ex segheria Rosso in via Giustizia (2025).

premesso tutto ciò….
la posizione ribadita dal sindaco di Venezia sarebbe motivata, a suo dire, da una presunta insufficiente integrazione della comunità bengalese presente nel territorio veneziano. Molti si chiedono allora se il “No alla moschea” a prescindere, fosse una prerogativa leghista, con campagne elettorali sulle fiancate dei bus, oppure si allarga a tutto il centrodestra? Gli stessi bus che prendono ogni giorno migliaia di cittadini, anche i bengalesi, pagando il dovuto biglietto e nel territorio dove alcuni bengalesi hanno fatto campagna elettorale in favore del neo eletto sindaco.


Cartelloni pubblicitari in campagna elettorale
per le elezioni amministrative a maggio 2026

La campagna pubblicitaria della Lega alle elezioni comunali

Ad aprile 2026, infatti, circa 70 autobus del trasporto pubblico veneziano e mestrino hanno iniziato a circolare con grandi manifesti della Lega recanti lo slogan: “No moschea – Vota Lega”. A seguito delle polemiche dovute al fatto che tale messaggio era giustamente percepito come aggressivo e discriminatorio, perché veicolato su mezzi pubblici pagati da tutti i cittadini, inclusi i musulmani, la società VELA, che gestisce la pubblicità sui mezzi ACTV/AVM, ha ordinato la rimozione immediata dei banner, motivandola come "contenuti religiosi non compatibili con il regolamento pubblicitario dei mezzi pubblici" e "violazione del codice etico aziendale della concessionaria SD Gestione Servizi". In ogni caso, l’UCOII (Unione delle Comunità Islamiche d’Italia) ha depositato un esposto alla Procura della Repubblica di Venezia.

La valutazione in merito alla richiesta di cambio d'uso data dal sindaco Venturini ha lasciato perplessi molti cittadini musulmani della zona, soprattutto considerando che il percorso amministrativo e urbanistico finalizzato alla destinazione dell'area a luogo di culto risulta essere stato finora portato avanti secondo le procedure previste e nel rispetto delle norme vigenti. Inoltre, la stessa comunità si è assunta l'onere economico dell'acquisizione e della riqualificazione dell'area, (da tempo abbandonata), senza gravare sulle finanze pubbliche.

Una moschea è per tutti, non solo per i bengalesi

Ad ogni modo, prima di tutto, è bene evidenziare che l'opposizione comunale a tale progetto non riguarda esclusivamente la comunità bengalese che ne è promotrice, ma finisce inevitabilmente per interessare una parte molto più ampia della popolazione musulmana presente nel territorio.

Pur nella diversità delle origini nazionali, culturali e linguistiche delle varie comunità islamiche presenti nell'area veneziana, un luogo di culto regolare, dignitoso e adeguato rappresenta un punto di riferimento per tutti i fedeli. La moschea, infatti, non è concepita come uno spazio riservato a una sola nazionalità o gruppo etnico, bensì come un luogo aperto all'intera comunità musulmana.

Il progetto e il contratto di compravendita

Il progetto promosso dalla comunità bengalese non prevede alcuna forma di esclusione nei confronti delle altre comunità islamiche presenti sul territorio; al contrario, esso offre la concreta possibilità di disporre di uno spazio idoneo alla preghiera, all'incontro e alla vita comunitaria per musulmani di ogni provenienza, nonché per cittadini italiani convertiti all'Islam, naturalizzati o appartenenti alle seconde e terze generazioni.

Il 05 settembre 2026, la testata giornalistica locale de "Il Gazzettino" pubblica i dettagli del contratto di compravendita dell'area dell'ex segheria Rosso a Mestre, (che ormai erano rimasti solo dei ruderi da parte), dell'associazione "Giovani per l'ummanità", a cui fa capo Prince Howlader. Formalmente, si tratta quindi di un contratto di "compravendita risolutivamente condizionata", ovvero nel caso in cui gli effetti immediati potrebbero essere annullati retroattivamente, nel caso in cui si verifichi un determinato evento (che può essere il mancato pagamento di una o più rate). Nello specifico, all'art.5 del medessimo contratto si legge che erano già stati versati 150 mila euro a marzo 2025, altri 40 mila euro il 30 luglio scorso e che, la restante parte sarebbe stata pagata in 10 rate (con importi vari) fino al 31 dicembre 2028 (per un totale di 1 milione e 500 mila euro).
In particolare si legge che nel caso in cui "il mancato pagamento di una o più rate che superino complessivamente l'ottava parte del corrispettivo di vendita (pari a 187.500 euro), il contratto si intenderà automaticamente risolto", con l'erede dell'ex segheria che tornerà in possesso del terreno "trattenendo quanto già percepito a titolo di penale o di indennizzo".
Inoltre, vi è anche la clausola che esclude qualsiasi modifica allo "stato dei luoghi" e nemmeno costruire qualsiasi opera edilizia (fatto salva la demolizione del fabbricato esistente, fatalità) fino al 31 dicembre 2028, data di risoluzione definitiva del contratto.
Quindi, significa che comunque prima del 01 gennaio 2029 non si sarebbe mai potuto posare neanche un mattone della nuova moschea.
Ma venendo ancora nel dettaglio sulle clausole del contratto, sempre in caso di risoluzione del contratto (principalmente per morosità), se il Comune di Venezia concederà, in ogni caso, il cambio di destinazione d'uso (da area produttiva a luogo di culto), il venditore potrà rientrare in possesso del terreno e trattenersi anche 600mila euro di penale, (che scenderanno a 350mila nel caso in cui non ci saranno varianti alla destinazione d'uso).
Viene davvero da chiedersi, a questo punto, chi sia veramente il venditore che ha imposto tali clausole, ben sapendo che l'area era stata anche "consigliata" all'associazione dalla precedente amministrazione Brugnaro, ben sapendo che lui stava venedendo ad una associazione che stava proprio cercando un luogo dove edificare una moschea e ben sapendo che se non si fosse realizzato il cambio di destinazione d'uso, anche gli stessi pagamenti, probabilmente, sarebbero stati compromessi dalla comunità stessa che, certamente, farebbe così cessare la donazioni.

La responsabilità morale di chi vende

È bene ricordare che, per qualcuno che compra, c’è sempre qualcuno che vende e che magari, come in questo caso, lascia per anni l’area totalmente abbandonata e inutilizzabile. Ed è anche altresì ovvio che un’associazione, come in questo caso, legata alla comunità islamica bengalese, che compra un terreno da circa 8.000 mq per circa 1,5 milioni di euro, grazie a raccolte fondi di fedeli musulmani, non può far altro che chiedere la destinazione d’uso come luogo di culto, mi sembra ovvia la cosa.

I diritti civili subordinati a valutazioni della soggettiva percezione di integrazione nella società?

Inoltre, non si può nascondere il disagio della comunità nel sentire affermare che l'esercizio di un diritto fondamentale possa dipendere da una preventiva (e soggettiva) valutazione del livello di integrazione di una comunità. Se accettassimo tale principio, finiremmo per distinguere tra cittadini titolari di pieni diritti e cittadini i cui diritti sono condizionati da giudizi soggettivi. Una prospettiva che, di fatto, risulta incompatibile con i principi di uguaglianza e libertà religiosa sanciti dalla nostra Costituzione.

Cosa prevede la nostra Costituzione

Inutile ricordare che la nostra Costituzione non si limita a riconoscere formalmente le libertà individuali, tra cui la libertà di culto sancita dall'articolo 19, ma impone alle istituzioni, attraverso l'articolo 3, il dovere di rimuovere qualsiasi ostacolo che ne limiti l'effettivo esercizio.

La libertà religiosa, giuridicamente parlando, non va confusa con la tolleranza religiosa. Le istituzioni, nel loro ruolo, devono garantire l'immunità dalla coercizione esterna nell'esercizio della fede religiosa dei propri cittadini, essa va qualificata, giuridicamente, come un diritto pubblico soggettivo e, come tale, esente da costrizioni, negazioni, imposizioni e ingiustificate restrizioni.

L'articolo 19, in tema di libertà religiosa e l'articolo 3 della Costituzione, in tema di dignità umana nella sua totalità, iniziano con "Tutti i cittadini...", indistintamente senza alcuna differenza. Non può esistere quindi una distinzione (o discriminazione) su base etnica, sociale, religiosa che determini una restrizione all’esercizio libero dell’attività religiosa (purché chiaramente si rispetti l’ordine pubblico e la pacifica convivenza fra le comunità).

È dunque principio costituzionale non solo il rispetto, ma anche la promozione concreta delle condizioni che consentano a ciascun cittadino di esercitare pienamente i propri diritti fondamentali.

Inoltre, bisogna tener presente una questione fondamentale: se da una parte l'articolo 8 comma 1 sancisce che “tutte le Confessioni Religiose sono ugualmente libere davanti alla legge", allo stesso modo, il principio di laicità impone allo Stato di riconoscersi come “incompetente in materia religiosa”.

Non è quindi assolutamente possibile, per una istituzione pubblica, limitare l'esercizio della libertà religiosa condizionando e subordinando l'edificazione dei luoghi di culto a determinati requisiti imposti, (che non siano legati a questioni urbanistiche, normative e di pubblica sicurezza), in quanto essa NON è competente nel giudicare l'adeguata "idoneità" sociale e religiosa di una comunità di fedeli. Se vi sono rispettati tutti i requisiti normativi, finanziari, urbanistici, non vi è alcun motivo di negare un cambio di destinazione d'uso, imponendo ulteriori criteri, del tutto soggettivi, al progetto stesso.

Il diritto di professare e praticare liberamente la propria religione non trova tutela soltanto nella Costituzione italiana, ma anche nelle principali fonti europee e internazionali. L'articolo 9 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo e l'articolo 10 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'Unione Europea riconoscono espressamente la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, compresa la libertà di manifestare la propria fede individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato.

Oltre a ciò va citata anche la Convezione di Roma (1950), il Trattato di Maastricht (1992), la Carta dei diritti fondamentali della UE di Nizza (2000), il Trattato di Lisbona (2009) e tutto il percorso di dialogo, a livello nazionale, fra Stato e confessione religiosa islamica, con il D.M. del 10 settembre 2005 con cui viene istituita la "Consulta dell'Islam italiano", la Carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione" (2007) e il "Comitato per l'Islam italiano" (2010), che, per vari motivi, ha subito un brusco arresto.

Ne discende da questi testi normativi, che le istituzioni non solo devono astenersi dal comprimere tali libertà, ma sono altresì chiamate a favorirne il concreto esercizio, eliminando ogni impedimento ingiustificato che possa ostacolarle.

Né tale principio può essere subordinato a valutazioni discrezionali o a giudizi, per loro natura opinabili e interpretabili, circa il presunto grado di integrazione di una determinata comunità di fedeli, sopratutto identificando tale comunità in base alla provenienza etnica.

I diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione appartengono alla persona in quanto tale e non possono essere condizionati da verifiche preliminari di carattere sociale, culturale o politico e soprattutto di carattere generalizzato.

Oppure facciamo che la Costituzione e la tutela dei diritti fondamentali delle persone "valgono sì, ma fino ad un certo punto", (come affermato recentemente da un nostro ministro in riferimento al diritto internazionale)?

L'integrazione è sempre a doppio senso!

Del resto, il concetto stesso di integrazione non può essere inteso come un processo unidirezionale, nel quale si richieda esclusivamente a una comunità di conformarsi alle aspettative della maggioranza. L'integrazione autentica è necessariamente un processo reciproco e presuppone l'incontro, il dialogo e il riconoscimento tra tutte le componenti della collettività.
L’integrazione non si può pretendere e basta.

Non integrati per una moschea, ma integrati per fare politica?

Ma allora se i bengalesi di Mestre e Marghera non sono "sufficientemente integrati" perché alcuni di loro sono stati accettati nelle liste dei candidati dei vari partiti sia di destra che di sinistra alle ultime elezioni locali? Per raccimolare voti non serve essere "integrati"?

E chi dovrebbe occuparsi di questa "integrazione"?

Parliamoci chiaro, se non fosse per tutta una serie di associazioni, cooperative sociali, centri sociali, comunità culturali, circoli, iniziative di singoli privati, parrocchie, patronati, e, perché no anche moschee (e centri islamici stessi), che operano e si impegnano singolarmente sul territorio offrendo corsi di lingua, servizi di orientamento e discussione, sostegno alle famiglie, servizi fiscali…. il comune cosa fa? Certo, ci sono servizi offerti dal comune spesso però sono subappaltati a cooperative, carenti e, evidentemente, non sono sufficienti a soddisfare un determinato livello di integrazione richiesto dallo stesso comune, sopratutto dopo i recenti tagli al sociale.

Per lavorare sei integrato, per vivere in società no

Fa comodo al mondo del business far venire qui ed avere lavoratori a basso costo fra la miriade di ditte in appalto e subappalto della Fincantieri, dove regna l’iper-sfruttamento senza regole (salari anche sotto i 5 euro l’ora, e orari anche di 200 ore al mese) o vederli sparire nei retrobottega delle cucine dei ristoranti a Venezia nel preparare piatti tipici veneziani, oppure a gestire l'edicola, il tabacchino o il chiosco del “paron” veneziano. Ma quando si tratta di ascoltare la semplice richiesta di rispetto di un diritto fondamentale utile alla vita sociale di queste persone che, a spese loro e nella totale trasparenza, intendono esercitare per sentirsi non solo lavoratori (in alcuni casi direi anche schiavi), ma anche cittadini, allora improvvisamente si pongono limiti.

Una moschea per l'emersione dall’illegalità

Ed è proprio la presenza stessa di una moschea regolarmente riconosciuta, concepita come luogo aperto, pienamente inserito nel tessuto urbano può rappresentare un importante strumento di integrazione, trasparenza e partecipazione civica. Luoghi di culto aperti, visibili e pienamente inseriti nella vita della comunità favoriscono infatti il dialogo, la conoscenza reciproca e il rispetto delle regole comuni, contribuendo a rafforzare la coesione sociale anziché indebolirla, creando così percorsi di inclusione, responsabilizzazione e reciproca conoscenza, contribuendo concretamente a quella coesione sociale che troppo spesso viene invocata come precondizione invece che perseguita come obiettivo.

Fare di tutto, rendersi disponibili a fornire un luogo di culto a una comunità religiosa del territorio è un gesto di reciprocità e di rispetto, visto che pagano le tasse e finanziano con i loro soldi questi luoghi! Un modo di restituire dignità a queste persone che pregano in luoghi angusti, di fortuna, allestiti alla meno peggio, spesso non del tutto regolari. E proprio questo gesto può contribuire all’emersione dell’illegalità. Parliamoci chiaro, un capannone, un magazzino, un garage lo troveranno sempre e continueranno, in modo del tutto abusivo, a disturbare il vicinato e ad alimentare la diffidenza fra i cittadini.

I virtuosi esempi di vere moschee in Italia, già ci sono!

Basti pensare alla Grande Moschea di Roma, sede del Centro Islamico Culturale d'Italia, alla moschea di Colle Val d'Elsa, uno dei più significativi luoghi di culto islamici del Paese, alla moschea di Ravenna, alla moschea al-Rahman di Segrate (Milano), la Moschea della Misericordia di Piazza Cutelli a Catania e ad altri edifici espressamente progettati e destinati all'esercizio del culto islamico presenti sul territorio nazionale. Tali realtà dimostrano come la presenza di moschee regolarmente autorizzate e integrate nel tessuto urbano non costituisca un elemento di divisione, bensì un'opportunità di dialogo, trasparenza e partecipazione alla vita civile. In particolare, la stessa Grande Moschea di Roma rappresenta da decenni un punto di riferimento religioso, culturale e istituzionale riconosciuto dallo Stato italiano.

Chiedere che anche a Mestre sia garantito un luogo di culto dignitoso, (non un semplice capannone industriale), non significa rivendicare un privilegio, ma semplicemente domandare l'effettiva applicazione dei principi di libertà religiosa e di uguaglianza sanciti dalla Costituzione o devo pensare che qui nell’”enclave” leghista regionale rappresenterebbe una sconfitta l’edificazione di una moschea?

Le giustificazioni del sindaco Venturini nel dettaglio

Inoltre, sulla base di quale principio giuridico o costituzionale una presunta (e non meglio definita) mancata integrazione di alcuni individui di una determinata etnia o paese di provenienza (o anche di tutta la comunità, generalizzando erroneamente) potrebbe giustificare la compressione o il diniego di un diritto fondamentale spettante a un'intera comunità religiosa di fedeli?

Una simile impostazione finirebbe infatti per attribuire responsabilità collettive a persone diverse tra loro per storia, condizione sociale, percorso di vita e grado di partecipazione alla comunità civile. Tra i fedeli vi sono lavoratori, professionisti, piccoli imprenditori, (che insieme apportano un notevole contributo del PIL dell’area comunale, si parla di un dato dal 4 al 6%), studenti, famiglie stabilmente residenti da anni sul territorio e, non di rado, cittadini italiani a tutti gli effetti. Appare pertanto difficile comprendere per quale ragione l'eventuale comportamento o la presunta insufficiente integrazione di alcuni possa tradursi in una limitazione dei diritti costituzionalmente garantiti a molti altri.

Se si accettasse tale principio, si aprirebbe la strada a una pericolosa concezione dei diritti fondamentali come concessioni subordinate a valutazioni collettive e discrezionali, anziché come prerogative individuali riconosciute e tutelate dalla Costituzione. Al contrario, lo Stato di diritto si fonda sul principio che ogni persona risponde delle proprie azioni e che i diritti non possono essere negati a una comunità sulla base di giudizi generici o attribuzioni di responsabilità per appartenenza.

Ad avvalorare la tesi, il sindaco Venturini richiama obiettivi quali “la riduzione dell'abbandono dei rifiuti presso le isole ecologiche”, “l'integrazione delle donne”, “l'apprendimento della lingua italiana”, “il rispetto dei regolamenti comunali in materia di commercio” e un “utilizzo più consapevole dei servizi pubblici”, per poi affermare che soltanto in seguito si potrebbe "eventualmente aprire un tavolo", in un “percorso” di integrazione che il primo cittadino stesso, con un nota probabilmente fin troppo pregiudiziale, afferma di essere “ancora molto lungo”, escludendo comunque la realizzazione di quelli che definisce "progetti faraonici".

Ed è singolare il fatto che il sindaco di Venezia NON abbia menzionato il rispetto dei vincoli normativi in ambito urbanistico o di ordine pubblico in riferimento allo stesso progetto, perché effettivamente NON vi è alcun motivo reale ed effettivo al diniego di tale richiesta urbanistica.

Ma che relazione esiste tra tali aspetti e il diritto di una comunità religiosa ad avere un luogo di culto adeguato?

La libertà religiosa è un diritto riconosciuto dalla Costituzione e non una ricompensa da concedere al raggiungimento di determinati obiettivi sociali. Se il diritto ad avere un luogo di culto viene subordinato a criteri quali il livello di integrazione percepito, il comportamento di alcuni individui o valutazioni politiche contingenti, esso cessa di essere un diritto e diventa una concessione discrezionale.

E allora, in che modo, una determinata persona di fede islamica che fa un uso corretto delle isole ecologiche debba essere penalizzato, oppure perché una donna musulmana che vive, lavora e studia, qui nel territorio e parla benissimo italiano debba essere penalizzata comunque dalla opposizione comunale al progetto? Non mi si venga a dire che tutta la comunità islamica di Venezia abbandona i rifiuti, non si integra e non fa un “consapevole dei servizi pubblici”! Questa sarebbe una grave presunzione di colpevolezza generalizzata!

E i cittadini cristiani negligenti?

E se un cittadino del nostro comune, cristiano autoctono non dovesse riciclare correttamente i rifiuti, o non rispettasse i regolamenti comunali in materia di commercio, o non dovesse utilizzare correttamente i servizi pubblici, cosa facciamo? Gli impediamo di andare in chiesa la domenica? E i casi di rifiuti edili abbandonati e non correttamente smaltiti? Non mi sembra ci siano molti edili tra la comunità bengalese, forse si tratta di altre comunità (italiana compresa)?

E le altre comunità islamiche?

Il sindaco, quindi, ritiene che la comunità bengalese non sia pronta, ma se allora fosse stata la Comunità marocchina a chiedere di fare una moschea? Oppure quello afro-subshariana? Sarebbe stata forse in linea e idonea alla richiesta di edificazione di una nuova moschea? Poi magari, ci sarebbero venuti sicuramente anche bengalesi; la moschea, infatti, è, e deve essere un luogo aperto.

Il tema delle donne e del velo integrale

Sul tema delle donne musulmane è bene precisare che il velo integrale indossato da una piccolissima parte della comunità islamica, non fa parte dell’Islam, nella formulazione del suo credo, nemmeno nella cosiddetta giurisprudenza islamica, ma si tratta di un retaggio culturale che alcune famiglie di alcune comunità si portano avanti e solo grazie al dialogo, alla comprensione e ad atteggiamenti che non siano esclusivamente di contrasto e di opposizione in stile “remigrazione”, si possa arrivare alla comprensione da parte di queste famiglie della mancanza di una presunta necessità di indossarlo, (velo integrale), soprattutto in una società occidentale come la nostra.

Non ci sono mai stati problemi di identificazione delle donne che usano il velo integrale sulla base dell’Art.85 - R.D. 18.6.1931 n. 773, Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza o dell’art.5 - L.152/75, considerando che di per sé il velo islamico, (anche che fosse integrale) non deve essere considerato automaticamente un mezzo illecito di occultamento con volontà di eluderne il riconoscimento (come stabilito dal Consiglio di Stato n.3076 del 2008) e che tale velo sia considerarsi un “giustificato motivo” (sulla base dell’art. 5 della legge n. 152/1975).

Prima di tutto il dialogo, prima ancora dei dinieghi

Le chiusure, a prescindere, non aiutano comunque e cosa dovrebbero dire allora le sorelle (nella fede) che non usano il velo integrale, ma gradirebbero comunque un luogo dignitoso per poter pregare. Spesso, accade che nei famosi “capannoni” (o peggio ancora garage) o non vi sia neanche una sala di preghiera per le donne oppure, certamente non è grande come quella dedicata agli uomini. Una vera e propria moschea risolverebbe anche questo.

Riesce, quindi, difficile comprendere perché ciò che viene normalmente riconosciuto ad altre confessioni religiose debba essere sottoposto, nel caso della comunità musulmana, a condizioni preliminari che nella hanno a che vedere con l'esercizio della libertà di culto. Oppure dobbiamo pensare vi sia qualche pregiudizio di troppo?

Qui non stiamo parlando di criminali e, naturalmente, di criminali possono esserci ovunque che siano cristiani, atei, agnostici, musulmani, questo è a prescindere dalla loro fede.

Alla base di tutto deve rimanere il dialogo e mi sembra che proprio questo stia venendo a mancare. Il versetto coranico Al-'Ankabūt (Il Ragno) 29,46 invita il musulmano a dialogare “se non nel modo migliore”, ovvero, in un pacato confronto argomentato e non aggressivo, “con saggezza e buona parola” (An-Nahl - Le Api 16,125), rammentandoci che il nostro Dio è lo stesso del vostro e ciò che ci unisce è molto più importante di ciò che ci divide.

Anche il parroco della Cita di Marghera, Don Nandino, in un intervento al TGR Veneto del 30 agosto 2026, ribadisce l'importanza del "dialogo" fra le parti e "stop al muro contro muro" in nome di una società di fratelllanza come immaginava San Francesco in occasione dello storico incontro con il e il sultano d’Egitto Malik al-Kamil, proprio nel momento più cruciale della Quinta Crociata, bandita dal Concilio Lateranense nel XII sec.

I precedenti delle Chiese orientali nel territorio veneziano

Vale anche la pena ricordare come il territorio veneziano abbia saputo negli anni accogliere e accompagnare la realizzazione di importanti luoghi di culto destinati ad altre comunità religiose presenti sul territorio, come la nuova Cattedrale copta ortodossa di San Marco a Campalto (su una popolazione comunale di tale fede di circa 0,3–0,4%) e la chiesa ortodossa di Zelarino, (grosso modo tra il 3 e il 4% della popolazione comunale). Non saranno “faraoniche” come costruzioni, ma certamente sono comunque edifici di culto, di una certa entità, destinati a soddisfare le esigenze di una comunità religiosa. Ed è precisamente questo che viene richiesto anche per i musulmani che, indicativamente parlando stiamo parlando tra il 7 e l’8% della popolazione comunale. Ed entrambe le Chiese hanno colonne simili a minareti e cupole che richiamano l’arte orientale, tanto che, molti, ancor oggi, le scambiano erroneamente per moschee.

Tali realtà rappresentano un esempio concreto di come l'esercizio della libertà religiosa e la disponibilità di spazi adeguati alla preghiera non siano ostacoli all'integrazione, bensì strumenti che favoriscono la partecipazione, il senso di appartenenza e il radicamento delle diverse comunità nella vita della città. Del resto, moschee e centri islamici sono presenti da anni in numerose città italiane, da Roma a Torino, da Milano a Palermo. La loro esistenza non è stata subordinata a una verifica preventiva del "grado di integrazione" dei fedeli. Per quale motivo, allora, dovrebbe esserlo a Mestre?

L'apertura storico religiosa della Republica della Serenissima verso i musulmani

Inoltre, storicamente parlando, nella Repubblica della Serenissima, presso il Fondaco dei Turchi a Santa Croce (Venezia), vi era un luogo di preghiera dedicato ai musulmani adibito a sala di preghiera, (in arabo musallā), attestato a partire almeno dal 1621 se non prima e rimasta attiva fino al 1768. Ah proposito, la parola “Fontego” o Fondaco” deriva dall' arabo “funduq” che significa "albergo", "locanda" o "magazzino". Più accoglienza di così.

Una moschea a Venezia in centro storico...

Ma non finisce qui. Più recentemente, va ricordato il tentativo, con il premier Letta, la comunità marocchina e la Fondazione Musei Civici, di istituire un centro culturale islamico a Venezia nel febbraio del 2014 nel Palazzo delle Pescherie a Rialto, oppure l’iniziativa presso l’ex chiesa di Santa Maria della Misericordia (zona Cannaregio) che nel 2015 fu temporaneamente trasformata in una moschea funzionante come progetto artistico della 56ª Biennale d'Arte di Venezia, realizzata dall'artista svizzero Christoph Büchel per il Padiglione dell'Islanda, in collaborazione con il centro culturale islamico di Marghera. Al suo interno lo spazio era stato allestito come una vera moschea, con tappeti orientati verso la Mecca e altri elementi tipici del luogo di culto, ma quando alcuni fedeli musulmani iniziarono effettivamente a utilizzarla per la preghiera, allora si è scatenato il putiferio, con l’intervento del comune e della prefettura che, sotto la spinta del Patriarcato di Venezia, (anche se la Chiesa è sconsacrata da tempo), ha revocato le autorizzazioni e disponendone, motivata ufficialmente da questioni legate all'uso dello spazio e alla sicurezza.

Per non parlare di città all’estero come Istanbul (Turchia), Sarajevo, Mostar (Bosnia-Erzegovina), Toledo, Cordova (Spagna), Salonicco (Grecia), Alessandria d'Egitto, Singapore, simboli della storica convivenza fra religioni, nonostante le guerre, nonostante gli interessi politici ed egemonici. Vogliamo come veneziani essere da meno?

La questione della mancata intesa con lo stato italiano

Alcuni fanno leva sulla questione della manta intesa dello Stato con l'Islam, ma è del tutto errato far discendere dalla mancata conclusione di un'Intesa tra lo Stato e le organizzazioni rappresentative dell'Islam italiano, come previsto dall’articolo 8 comma 2 e 3 della Costituzione italiana, una presunta impossibilità di realizzare luoghi di culto. L'assenza di un accordo istituzionale non sospende la libertà religiosa e non può trasformarsi in un ostacolo all'esercizio di un diritto costituzionale.
In uno Stato di diritto, il diritto di pregare, riunirsi e disporre di luoghi adeguati all'esercizio del culto non può essere condizionato da accordi politici ancora non conclusi. Se così fosse, si finirebbe per attribuire ai fedeli di una determinata religione una tutela inferiore rispetto a quella riconosciuta ad altri cittadini.

L'Intesa con lo Stato disciplina i rapporti tra lo Stato e una confessione religiosa, nello specifico, la costituzione di luoghi specifici di sepoltura, festività, permessi per motivi religiosi, ecc.; essa, di per sé, non determina il diritto alla libertà religiosa, che la Costituzione già riconosce e garantisce a tutti.

Non si tratta quindi stabilire una sorta di "supremazia dell'ordinamento giuridico italiano", rispetto le richieste delle confessioni religiose, (come alcuni affermano erroneamente), ma bensì è proprio tale ordinamento legislativo costituzionale che stabilisce un non competenza diretta dello Stato nelle questioni religiose e stabilisce, quindi, la formula delle intese e degli statuti sulle questioni pratiche. Da precisare che lo statuto di ogni confessione religiosa è e deve essere, già nella forma rispettosa dell'ordinamento giuridico italiano come previsto dallo stesso art.8 comma 2 della Costituzione.
È altresì banale e scontato che alcune questioni come ad esempio la poligamia non vengano nemmeno prese in considerazione e, infatti, nelle varie bozze degli statuti presentati finora dalle associazioni islamiche questioni simili non sono mai state affrontate. Ma qui non si sta parlando di intese, non è necessario avere un'intesa per esercitare il proprio culto.
La libertà di professare il proprio culto e la garanzia che esso possa essere esercitato è a prescindere per tutti e per qualsiasi forma di credo religioso anche se priva dell'intesa con lo Stato.

I diritti costituzionali (e la loro effettiva realizzazione) non possono essere subordinati a un esame di integrazione, altrimenti non stiamo più parlando di diritti, ma di concessioni subordinate a determinate condizioni e valutazioni.

Il parere del Prof. Franco Cardini

Lo stesso prof. Franco Cardini, storico medievalista di fama internazionale e tra i maggiori studiosi europei delle relazioni tra mondo cristiano e mondo islamico, ha definito la polemica sulla moschea di Mestre una «fesseria, pure incostituzionale». Cardini ricorda che «la moschea è il luogo dove si riuniscono i musulmani per pregare: il termine deriva dall’italianizzazione della parola araba masjid, che significa appunto “luogo di preghiera”». Da questo punto di vista, la questione non dovrebbe neppure esistere: «I cittadini italiani musulmani hanno il sacrosanto diritto costituzionale di avere un luogo di culto. Punto e basta».

Per Cardini, le proteste contro la moschea non nascono da ragioni giuridiche o urbanistiche, ma da un calcolo politico: «Mi sembra insomma che queste proteste servano a negare un diritto — quello di una parte del popolo italiano che vuole andare a pregare — perché un’altra parte, per fortuna ancora minoritaria, per fanatismo religioso, pregiudizio ideologico o, molto più semplicemente, per la volgarissima ricerca di consenso elettorale, sa che esiste una fetta di elettorato sensibile a questi temi. E allora si fa terra bruciata».

Cardini giudica legittima e persino auspicabile una mobilitazione della comunità bangla: «Uno sciopero di protesta? Mi farebbe molto piacere se accadesse», perché sarebbe un gesto di educazione civica: «danno un esempio di civismo: il civismo significa anche impartire lezioni di libertà e di buona condotta politica». Esercitare — o scegliere di non esercitare — il diritto di sciopero è, secondo Cardini, una forma di difesa di principi fondamentali: «Esercitare il diritto di sciopero è un modo per difendere un diritto che per gli italiani è costituzionale, e per gli altri appartiene al diritto internazionale e alla convivenza civile su cui questo si fonda. Mi sembra sacrosanto».

Il professore respinge inoltre la retorica che associa la religione islamica alla criminalità: «Non si può pensare che, siccome alcuni appartenenti a quel culto delinquono, allora quel culto sia per definizione pericoloso: è un discorso da giornalismo scadente». E conclude con una critica durissima verso chi alimenta tali narrazioni: «Questo è un argomento tipico che muove milioni di ignoranti, imbecilli o prevenuti».



Fonti e approfondimenti:


 

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