Ceuta, Melilla e il Regno del Marocco

Ceuta, Melilla, il Marocco e la storia che l'Occidente dimentica o non insegna. Storia dell'esistenza del regno del Marocco

18 agosto 2026 - autore: 'Alī M. Scalabrin
Ultimo aggiornamento: 26 settembre 2026

Ceuta, Melilla, il Marocco e la storia che l'Occidente dimentica o non insegna.
di A. M. Scalabrin

Se Ceuta (in arabo “Sebta” o “Setta” in amazigh antico, oppure “Septem Fratres” in romanico antico o "Avyla" come nome antico fenicio) e Melilla (in arabo “Maliliya” o “Mric” in berbero o "Russadir" o "Rusaddir", come colonia fenicia tiria nel secolo VIII a.C.), sono spagnole, allora viene da chiedersi ma come mai si trovano in Africa?

Semplice, perché sono “colonie” ereditate dalla storia dei Regni coloniali europei. Colonie, non "enclave", non "territori europei in Africa", si chiamano colonie. Si chiama “furto di terra altrui”.
Il fatto che l'ONU non abbia mai incluso Ceuta e Melilla nella sua lista di territori da decolonizzare non dimostra che non siano colonie; dimostra solamente che la Spagna, con la complicità delle potenze imperialiste che controllano l'ONU, si è rifiutata di permettere che la questione venisse discussa.

E Gibilterra?

Gibilterra, ad esempio, (conquistata dagli arabi nel 711, contesa fra arabi e regno di Castiglia dal 1309 al 1492) è britannica (solo dal 1704) tanto quanto Ceuta è spagnola (solo dal 1415): ovvero territori nemmeno confinanti occupati dalle forze imperialiste.
Perché la Spagna non rivendica l'appartenenza di Gibilterra, che, geograficamente parlando si trova nel continente europeo e confina con il territorio spagnolo, prima ancora di rivendicare territori coloniali in un altro continente?

Ceuta e Melilla. Un po' di geografia.

Stiamo parlando di 18,5 km quadrati e circa 85 mila abitanti per Ceuta. Lampedusa è molto più grande, ad esempio, anche se molto meno popolosa di Ceuta.
E 12,3 km quadrati con 86 mila abitanti circa per Melilla.
L’86% degli stranieri residenti a Ceuta è di origine marocchina, quasi il 30% dell'intera popolazione di Ceuta è di origini marocchine fra residenti e naturalizzati spagnoli. Oltre il 20% della popolazione totale di Melilla è nata in Marocco. Diciamo che stiamo parlando due città paragonabili per dimensione e abitanti a Sesto San Giovanni (MI), la cui popolazione è per quasi metà milanese di origine. Il tutto nel continente africano.

Una coincidenza che fa riflettere

È anche quantomeno singolare che, proprio dopo la presa di posizione del governo Sánchez sulla questione palestinese, in Spagna si siano riaccesi simultaneamente diversi fronti di tensione: le frizioni su Ceuta e Melilla, il dossier del Sahara Occidentale, le mobilitazioni interne in Catalogna e le rivendicazioni dell’area basca. A questo quadro già complesso si aggiunge il caso giudiziario che coinvolge la moglie del premier, Begoña Gómez, rinviata a giudizio con accuse di traffico di influenze, appropriazione indebita, corruzione negli affari e malversazione.
Secondo diverse fonti, l’inchiesta nasce da denunce di gruppi dell’estrema destra e ha assunto una forte dimensione politica, tanto che lo stesso Sánchez ha definito il procedimento una “persecuzione” motivata da ragioni ideologiche.
La coincidenza temporale tra pressioni esterne, tensioni territoriali interne e l’esplosione di un caso giudiziario che tocca direttamente la sfera familiare del premier non prova nulla di per sé, ma delinea un contesto in cui dinamiche geopolitiche, rivalità politiche e fragilità istituzionali sembrano intrecciarsi. Un insieme di segnali che, almeno a livello interpretativo, lascia spazio a più di un interrogativo.

Le enclave marocchine di Ceuta e Melilla

Il Marocco è una delle monarchie più antiche ancora esistenti al mondo e ha governato senza contestazioni le sue coste e i suoi porti situati nel Nord Africa occidentale, tra cui anche quelli di Ceuta e Melilla.
Prima dell'arrivo degli europei, Ceuta e Melilla non erano mai state "terra nullius" ("terra di nessuno"); al contrario, erano due importanti città islamiche del Nord Africa fin dall'arrivo dell'Islam nella regione. Ad esempio, nel XV secolo, Ceuta contava oltre mille moschee, 62 biblioteche, 43 istituti scolastici e un'università.
Ceuta e Melilla riflettono una lunga storia di interazioni tra Marocco e Spagna, talvolta pacifiche e anzi commercialmente utili ad entrambi paesi, altre volte molto conflittuali che sfociarono in un'intensa lotta tra cristiani e musulmani per il controllo territoriale non solo nella penisola iberica, ma in tutta la regione del Mediterraneo occidentale.

Ma facciamo un po' di ordine. Ceuta o Sebta venne conquistata dal Portogallo, (non dalla Spagna), tra il 14 e il 22 agosto 1415, (fu il primo possedimento oltremare del Portogallo e l’inizio del suo impero coloniale), mentre il 17 settembre 1497, la Spagna occupò la città di Melilla, nel corso della cosiddetta “Reconquista”.
Ma “Reconquista” da cosa? Cosa c’era prima allora?

E il Marocco? Quando nasce il Marocco?

Il 1956 è l’anno della sua indipendenza, come Regno del Marocco, ma indipendenza da cosa? Dal colonialismo della Francia e dalla Spagna franchista certamente, ma prima cosa c’era?

Nel tempo, il Marocco subì la colonizzazione di vari popoli come i Fenici, i Cartaginesi, i Romani, i Vandali, i Vichinghi, i Bizantini, gli Arabi, i portoghesi, gli spagnoli, gli inglesi, i francesi, quelli dell'autorità del governo di Vichy, (il regime francese che collaborava con la Germania nazista (NSDAP) durante la seconda guerra mondiale), gli americani con l'Operazione Torch e con le successive basi militari americane (1942–1963).

Fonti archeologiche e storiche europee moderne (basate su documenti medievali) confermano che almeno dal XI secolo d.C: il Marocco era riconosciuto come l’Occidente musulmano unificato, governato dalle dinastie arabe musulmane degli Almoravidi, Almohadi, Marinidi, riconosciuto nelle fonti europee come entità politica stabile.
Il termine “Marocco”, “Morrocco” o “Marroch” o anche “al-Maghrib al Aqsaal” in arabo, ha sicuramente un’origine molto antica. Con tutta probabilità è associato al nome della ben nota città (marocchina) di Marrakesh “Marrakus”, termine derivato a sua volta dal termine berbero “Mur-Akush” (ossia Terra di Dio o Terra sacra o Terra dei Kush), un insediamento urbano che nel Medioevo europeo era conosciuto come "Città del Marocco".

Dante citava il Marocco

Dante Alighieri (1265-1321) cita il “Morrocco” come riferimento geografico reale e riconosciuto nell’Occidente islamico e Ceuta è citata nella Divina Commedia al Canto XXVI dell'Inferno (vv.09-111). Il riferimento è particolarmente significativo perché mostra come la geografia dell'Occidente islamico fosse già integrata nella cultura dotta europea del primo Trecento. Dante considerava quindi il Marocco un'entità geografica concreta e riconoscibile all'interno dell'orizzonte mediterraneo e islamico del suo tempo. È una delle attestazioni europee più chiare del nome medievale del Marocco.

L'etimologia della parola "Marocco"

La radice berbera M-R-K-S sta ad indicare un "luogo fortificato o di passaggio".
Il toponimo "Mraks" probabilmente lo si deve a una delle più antiche confederazioni berbere del Maghreb occidentale, autoctona dell’Alto Atlante e del Haouz, quella dei Masmuda, (Banu Masmuda), la cui base etnica risale agli Almohadi, dominanti nel Marocco atlantico e nell’Alto Atlante fino al XIII secolo. Dopo il 1269, con l’ascesa dei Marinidi, i Masmuda perdono potere politico.
Il nome “Marrakech” venne assegnato alla città dal suo fondatore il sultano almoravide Yusuf ibn Tashfin (deceduto nel 1106) che governava anche sulla Spagna musulmana (al-Andalus) dal 1094.
“Murakush” è la forma araba medievale del nome berbero "Mraks / Amurakush". Deriva appunto dal tamazight (berbero) masmuda e fu adottato dagli Almoravidi nel 1062.

Il Marocco nell'antichità

Anticamente parlando, il territorio dell'attuale Marocco è abitato da almeno 300 mila anni fa come confermano le ultime ricerche (2017) con la presenza umana attestata nel sito archeologico di Jebel Ighoud, nella provincia di Youssoufia, a circa 100 km a nord ovest da Marrakech in Marocco.

Dalle analisi del DNA dell'ominide "M81" scoperto a Tafraout datato oltre 15 mila anni fa, si è scoperta una provenienza genetica del 70% levantina e 29% di subshariana.
Nello specifico, 33 per cento legato al ceppo degli agricoltori neolitici dell'Anatolia, un 27 per cento di ibero-maurosiano e 15 per cento di cacciatori-raccoglitori natufiani.
Non si rilevano queste componenti in altre zone al di fuori del Nord Africa.
La componente genetica levantina deriva da popolazioni del Levante mediterraneo (Medio Oriente occidentale, che include Stati odierni come Siria, Libano, Israele, Palestina, Giordania). La cultura ibero-maurusiana (circa 25.000-11.000 anni fa) una delle più antiche culture del Maghreb.
Uno dei siti archeologici più importanti è Taforalt in Marocco nella cosiddetta Grotta dei Piccioni, nella provincia di Berkane, nella regione di Ait Iznasen, dove è stato trovato probabilmente il più antico cimitero del Nord Africa, che attestano la presenza di popolazioni stabili nel Nord Africa preistorico.

I più antichi nord africani che possiamo analizzare erano già un misto e proprio questo profilo genetico antico viene indicato come marcatore berbero presente ancor oggi in quasi tutta la popolazione del nord Africa.
Abitato fin dalla preistoria da popolazioni berbere, quando le fonti scritte diventano più abbondanti, troviamo conferme archeologiche dei primi regni berberi: Numidia, Mauretania antica (tra il III e il I secolo a.C., che comprendeva Marocco settentrionale e l'Algeria nord-occidentale) da cui il nome di "Mauri" (i suoi abitanti o "Mori" usato nel Medioevo) con città come Volubilis (in Marocco a nord di Meknès) e Garamanti nel Sahara.
Ancor oggi, tra le sabbie del deserto algerino, sorge il Mausoleo berbero numidico di Madghassen (o anche Medracen), nella provincia di Batna (Algeria), risalente probabilmente tra il II e III secolo a.C., probabilmente il più antico mausoleo reale del Nord Africa.

Baga è stato un antico re berbero della Mauretania vissuto approssimativamente attorno alla fine del III secolo a.C. (circa 225-206 a.C.), considerato nelle fonti storiche il fondatore del primo regno mauretano nell'area corrispondente agli odierni Marocco settentrionale e Algeria. Nel corso della seconda guerra punica, intorno al 203-202 a.C., offrì il proprio supporto inviando una scorta di quattromila guerrieri mauri in aiuto del principe numida Massinissa.

L'antica capitale marocchina di Tingis (l'odierna Tangeri), il cui nome appunto "Tingis" derivava proprio da Tinjis, moglie di Anteo (mito greco) è probabilmente almeno di origine fenicia, (tra il VI e il V secolo a.C.), se non prima, in quanto l'area era abitata già in precedenza da popolazioni proto-berbere, almeno al VII secolo a.C.
Dopo la caduta di Cartagine, (146 a.C., al termine della Terza Guerra Punica), Tingis entrò nel mondo dei regni berberi della Mauretania. I sovrani mauri mantennero forti contatti con Roma e, durante il regno di Giuba II, il territorio conobbe una forte influenza romana.

La provincia romana della Mauretania Tingitana (dal 42 al 534 d.C.)

Prima dell'arrivo dei Romani, esisteva il Regno di Mauretania, abitato principalmente da popolazioni berbere (i Mauri, da cui deriva il termine "Mori"). Il regno era entrato nell'orbita di Roma già nel I secolo a.C. come stato cliente.
Uno dei sovrani più famosi fu Giuba II (25 a.C. - 23 d.C.), educato a Roma e fortemente romanizzato; dopo di lui regnò suo figlio Tolomeo di Mauretania.
Quando l'imperatore Caligola lo fece uccidere nel 40 d.C., il regno precipitò in una rivolta e Roma decise di annetterlo direttamente.
La "Mauretania Tingitana" (dal latino "Tangerine Mauretania", che deriva dal toponimo latino "Tingis" di origine berbera, che dà il nome attuale città marocchina di Tangeri) esistette come provincia romana fino al V secolo, quando il Nord Africa occidentale passò progressivamente sotto il controllo dei Vandali e poi di altre potenze.
La maggioranza degli abitanti non era romana, bensì amazigh (berbera). Vi si potevano trovare Mauri (popolazioni berbere locali), discendenti di Fenici e Cartaginesi, coloni e funzionari romani, immigrati provenienti dalla Spagna romana e altre comunità mediterranee
Molte tribù amazigh dell'interno conservavano i propri capi e una notevole autonomia.
I Romani preferivano spesso governare attraverso alleanze, trattati e rapporti personali con i leader tribali piuttosto che occupare militarmente ogni regione. i capi tribali amazigh erano leader locali riconosciuti e spesso integrati nel sistema romano.
Gli scavi di Volubilis suggeriscono che la componente di origine europea fosse una minoranza. In età imperiale la maggior parte della popolazione rimaneva locale, pur essendo progressivamente romanizzata.
Teoricamente la provincia apparteneva all'Impero; nella pratica il controllo romano era molto più forte nelle città e lungo le principali vie di comunicazione che nelle montagne e nelle regioni interne. Per certi versi, la Tingitana assomigliava più a una "frontiera negoziata" che a una provincia completamente integrata come la Gallia o l'Italia.

Ceuta, sotto i romani, venne ribattezzata "Septem Fratres", ovvero "i sette fratelli", un nome che derivava dai sette rilievi montuosi che caratterizzano il promontorio su cui sorge la città.

Il cristianesimo si svilupperà solamente a partire dal III secolo.
Anche il sito archeologico di Lixus, (come il ben più noto Volubilis), che si trova vicino all'attuale città di Larache sulla costa atlantica del Marocco, nei pressi della foce del fiume Loukos, viene indicato come una delle città importanti della provincia romana, ma, anche questo sito, in realtà è noto fin dall'antichità. Alcuni autori dell'antichità collocavano nella regione di Lixus il celebre Giardino delle Esperidi, il luogo mitico dove crescevano i pomi d'oro custoditi dalle ninfe Esperidi. Qui si possono trovare numerosi reperti mostrano un continuo incontro tra: popolazioni amazigh locali, commercianti fenici, influenza cartaginese e amministrazione romana.

Chi sono i "Mori"?

Ma chi sono i "mori" (dal latino "maurus", nome dato dagli europei a tutta una serie di popolazioni arabe e berbere che popolavano il Nord Africa)?

Già al tempo dei Fenici il Nord Africa era dominato da popolazioni berbere con la crescente influenza di Cartagine, mentre la penisola iberica era abitata da Iberi, Celti e Tartessi.
Quando le fonti scritte diventano più abbondanti, troviamo conferme archeologiche dei regni berberi di Numidia; della Mauretania antica (tra il III e il I secolo a.C., che comprendeva Marocco settentrionale e l'Algeria nord-occidentale) da cui il nome di "Mauri" (i suoi abitanti o "Mori" usato nel Medioevo) con città come Volubilis (in Marocco a nord di Meknès) e di Garamanti nel Sahara

Ma chi sono i berberi?

I Berberi (termine improprio di origine occidentale che indica il popolo "amazigh", che signica "popolo libero"), non sembrano essere arrivati da un'unica migrazione identificabile. Sono principalmente i discendenti delle antiche popolazioni indigene del Maghreb, arricchite nel corso dei millenni da contatti e mescolanze con popoli del Mediterraneo, del Vicino Oriente e del Sahara. Quando i Fenici fondarono Cartagine, i Berberi erano già da secoli, probabilmente da millenni, i principali abitanti del Nord Africa.
Quando Cartagine fu fondata nell'814 a.C., le popolazioni che chiamiamo berbere possedevano già una storia millenaria alle spalle e non erano semplici nomadi del deserto: avevano tradizioni, strutture tribali, economie agricole e reti commerciali ben radicate.
Già nel II millennio a.C. gli antichi Egizi menzionavano popolazioni della Libia chiamate: Libu; Meshwesh; Tehenu.
Il popolo antico berbero degli Meshwesh (originario dell'attuale Libia occidentale/Tunisia) conquistò addirittura parti dell'Egitto settentrionale andando al potere nella 22esima e 23esima dinastia faraonica dell'Antico Egitto (947–713 a.C.).

Ancora oggi gli studi genetici mostrano che molte popolazioni amazigh conservano marcatori molto antichi caratteristici del Nord Africa. esiste una forte continuità tra gli abitanti preistorici del Maghreb e gli attuali Amazigh.

L'arrivo dell'Islam

Le prime spedizioni arabe islamiche raggiunsero il Maghreb estremo (l'attuale Marocco) verso il 680-700 d.C.
La conquista fu completata intorno al 708-710 d.C., quando le principali tribù berbere della regione furono integrate nel nuovo ordine islamico.
Nel 711 d.C., un esercito composto in gran parte da berberi convertiti all’Islam attraversò lo stretto di Gibilterra e avviò la conquista della Spagna visigota.
Tra i primissimi clan tribali merita citare i Banu Barghawata, gli Idrisidi (in arabo al-Adarisa 788-985 d.C.), l’emirato di Nekor (750-859) nel Rif marocchino (non lontano dall’attuale Melilla) composto da persone di discendenza araba himyarita (attuale Yemen) e berbera nafza autoctona. Di certo non spagnoli.

Un curioso episodio in merito alla conquista araba musulmana del Maghreb e, in particolare proprio di Ceuta, merita essere citato. Il Conte Giuliano (noto anche come Don Juliàn, Ilyan o Yūliyān) fu un personaggio del VII-VIII secolo associato al governo di Ceuta (all'epoca Septem). Le fonti lo descrivono come un governatore cristiano, ma la sua origine è incerta: potrebbe essere stato bizantino, visigoto o berbero cristiano. È ricordato soprattutto per il ruolo attribuitogli nella conquista musulmana della penisola iberica del 711.
Secondo le cronache arabe, avrebbe collaborato con le forze omayyadi guidate da Tāriq ibn Ziyād, facilitando il passaggio dello stretto di Gibilterra.
Una celebre tradizione racconta che si alleò con i musulmani per vendicarsi del re visigoto Rodrigo (Roderico), accusato di aver disonorato sua figlia Florinda la Cava. Gli storici moderni considerano però questa parte della storia in gran parte leggendaria.

Negli anni, nel territorio marocchino si sono insediate diverse dinastie arabe/berbere gli Idrisidi (789–974), Almoravidi (1040–1147), Almohadi (1147–1269), i Marinidi (o Merinidi) (1269–1472), i Wattasidi (1472–1554), succeduti ai Marinidi e parenti della stessa confederazione zenata, i Sa'diani (Saaditi) (1554–1659), che sostituirono i Wattasidi, fino agli Alawiti (Alaouiti) (dal 1666 a oggi), la dinastia attualmente regnante in Marocco.

A dover di cronaca, dobbiamo ricordare che ci sono state alcune tensioni cruciali fra la popolazione berbera nativa, autoctona e gli arabi arrivati da Levante, sopratutto a causa della propaganda kharigita e dell'irrisolta questione dei mawali (convertiti all'Islam, ma non arabi). Due questioni che portarono allo scoppio della Grande rivolta berbera (739-743 d.C.) contro il Califfato omayyade, il cui il principale promotore e primo leader era Maysara al-Matghari (noto anche come al-Maghari Maisara ?-740, uccido agli stessi Berberi), capo tribale e rivoluzionario berbero dell'VIII secolo.

Da tener presente che, dopo la prima grande espansione araba con i califfi Omayyadi (661-751), fatimidi poi (909-1171), durante la dinastia Almoravide (1040-1147), l’estensione del regno berbero marocchino andava dalla città di Aoudaghost nel sud dell’attuale Mauritania, fino alla frontiera militare con i regni cristiani di León-Castiglia, Navarra e Aragona, alla valle dell'Ebro, comprendendo città come Siviglia, Cordova, Toledo, Granada, Malaga, Almería, Badajoz, Valencia, Alicante e Saragozza e naturalmente le attuali Ceuta e Melilla.

A quando risale la costituzione del "primo Regno del Marocco"?

Sebbene abbiamo visto che la presenza "moresca" (e in senso più ampio berbera) in Marocco risalga a molto tempo fa e un primo regno (quello degli Idrisi del "Maghreb al-Aqsa" venne costituito già nel 788 dC con Mūlaī Idrīs I (743 – 791)), si può considerare la costituzione vera e propria del primo Regno berbero/arabo marocchino attorno al 1050/1060 con Abdullah ibn Yasin, berbero sanhaga andaluso di Cordoba, che scelse il sunnismo malikita come linea fondamentale costituente dell'Islam nel paese (come lo è ancora oggi).
Egli conquistò molti seguaci della tribù dei Lamtuna e decise di fondare una ribah (convento fortificato, da qui il nome di al-Murabitun, «quelli del ribah»), nella attuale regione del Souss (Marocco) che diede poi il nome alla dinastia Almoravide), ucciso in battaglia, il cui fratello Abu Bakr ibn 'Umar sottometerà poi i Barghawata.

Con l'arrivo di Moulay Idriss I, (743-791) fondatore sciita zaydita della dinastia degli Idrisidi del Maghreb al-Aqsa (attuale Marocco), tutte le dinastie marocchine hanno esercitato la sovranità anche su questi territori rubati dal colonialismo europeo e su tutte le coste mediterranee del Marocco, dando inizio al primo stato islamico nel Nord Africa occidentale nel 788.

La conquista musulmana della Spagna

I "mori" quando attraversarono la Spagna non arrivarono come predoni, ma come portatori di civiltà in un territorio quello iberico spagnolo medievale caratterizzato da superstizione, paura dell’ignoto, violenza.
Era un regno unico con grandi città imperiali come Fes, Meknes e Marrakech, (attestata come capitale almohadi almeno dal 1147).
Eroe della conquista musulmana della penisola iberica è sicuramente Tariq ibn Zyad, generale berbero musulmano (forse un africano nero). Con appena 7 mila soldati attraversò il mare verso la Spagna e, nella battaglia di Gadalete contro Roderico, affrontando i visigoti. Le città spagnole non caddero nel caos ma bensì nella cultura, la Spagna fu profondamente trasformate e, in sette anni, la maggior parte della penisola iberica passò sotto il controllo musulmano, dove ebrei, cristiani e musulmani vivevano in pace portando scienza, biblioteca, musica, legislazione, cultura, medicina.

La fine della presenza musulmana in Spagna fu un processo lungo, culminato nel 1492, (con la presa di Granada) quando i Re Cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona conquistarono il Regno di Granada, governato dall’ultimo sovrano nasride Boabdil (Muhammad XII). Dopo la resa, molti musulmani rimasero come “mudéjares”, ma nel 1502 la Corona impose la conversione forzata ai musulmani di Castiglia, seguita da quelle in Aragona nel 1526, creando la comunità dei moriscos. Le tensioni culminarono nella rivolta delle Alpujarras (1568–1571), repressa da Don Giovanni d’Austria.
Re Alfonso I delle Asturie (739-757), approfittò dei contrasti che ci furono fra berberi e arabi in Andalusia il via alla prima espansione del neonato regno cristiano verso le valli del nord e da lì numerosi sovrani iberici si scontrarono contro i musulmani, compreso Alfonso VI di Castiglia e León (1065-1109) che prese Toledo nel 1085, Alfonso I d'Aragona "il Battaglione" (1104-1134) che Liberò la città di Saragozza nel 1118, Alfonso VIII di Castiglia (1158-1214) che guidò i cristiani alla vittoria nella storica battaglia di Las Navas de Tolosa (1212), fino a Ferdinando II d'Aragona e Isabella I di Castiglia (noti come i Reyes Católicos) che nel 1492 si fecero consegnare le chiavi del Sultanato di Granada.

La vendetta e il tradimento spagnolo con la benedizione papale

Isabella di Castiglia (la Cattolica 1451-1509), dopo aver firmato nel 1491 le "Capitolazioni di Granada" detto anche "Trattato di Granada", con l’emiro Boabdil, si trovò presto in una situazione che le pesava profondamente: quel trattato, che prometteva ai musulmani libertà religiosa, tutela delle moschee e protezione delle loro leggi, era diventato un ostacolo alla politica di unificazione religiosa che lei e Ferdinando volevano realizzare.
A seguito delle rivolte che scoppiarono dovute alle conversioni forzate imposte dal cardinale Cisneros e la sua Inquisizione, Isabella comprese che era venuto il momento di violare tale patto, ma non voleva apparire come una sovrana che tradiva la parola data. Cercò allora la legittimazione morale della Chiesa, ottenendo, da papa Innocenzo VIII (1484–1492), un sostegno implicito alla linea dura verso Granada: non una dispensa formale, ma un clima di approvazione che le permise di “mettersi il cuore in pace”, convincendosi che la difesa della fede cristiana giustificava la rottura dell’accordo sotto il nuovo re Alessandro VI Borgia (1492–1503).
Così, il trattato che aveva segnato la fine pacifica del dominio musulmano fu progressivamente svuotato, mentre Isabella trovava nella benedizione papale la serenità per accettare una scelta che sapeva controversa.
Così la cattolicissima Isabella fece circa 20/30 mila morti tra combattenti e civili, decine di migliaia di sfollati, città assediate (Málaga, Baza, Loja) con carestie e epidemie, il tutto per la Reconquista cattolica della penisola iberica, senza contare le 2, 3 mila persone giustiziate (per lo più al rogo) e le decine di migliaia incarcerate, torturate o perseguitate in nome della "Santa Inquisizione" spagnola (dal 1478).

Infine, nel 1609–1614, il re Filippo III ordinò l’espulsione dei "moriscos", che portò all’allontanamento di circa 300.000 persone, completando la scomparsa ufficiale dell’Islam storico in Spagna dopo quasi otto secoli di presenza.
Dopo la cacciata dei mori, in Spagna arrivò l'Inquisizione, i musulmani furono costretti a convertirsi o morire, persino l'architettura moresca venne rivendicata come spagnola.

L'occupazione di Cueta

Quindi, i portoghesi, di re Giovanni I, occuparono Ceuta nel 1415, che apparteneva allora al Sultanato merinide (Marinide) del Marocco, abitata soprattutto da berberi e arabi musulmani, con importanti minoranze ebraiche e una forte funzione commerciale tra Mediterraneo e Africa.
I portoghesi occuparono Cueta per impadronirsi di una roccaforte che controllava lo Stretto, per punire la pirateria barbaresca e per trarre profitto dal commercio dell'oro e degli schiavi. Fu un'operazione coloniale nel senso più stretto del termine: una potenza europea che occupava con la forza un'enclave costiera africana per proiettare il proprio potere e i propri commerci.
Nel 1668 il Portogallo cedette definitivamente Ceuta alla Spagna, attraverso un accordo dinastico tra re.

L'occupazione di Melilla

E Melilla? Venne occupata nel 1497 da una spedizione di truppe del Duca di Medina Sidonia, al servizio dei Re Cattolici di Castiglia e Aragona, guidata da Pedro de Estopiñán, in seguito alla caduta di Granada (1492).
In quel periodo Melilla era parte del Sultanato wattaside del Marocco. Cosa occuparono? Una roccaforte quasi disabitata, fondamentalmente uno sperone roccioso. Non c'era un popolo melillano da "liberare", né una "provincia" da incorporare; c'era una posizione strategica politica e militare da presidiare. La storiografia critica lo afferma senza mezzi termini: queste conquiste furono concepite come un sistema di occupazione militare circoscritta, senza alcun reale collegamento con la terraferma circostante.

Una curiosità: il confine di Melilla non è stato tracciato da un popolo o da una cultura; è stato tracciato nel 1862 da quattordici colpi di cannone sparati dalla piazza principale della città. Il punto in cui è atterrata l'ultima palla di cannone è quello che segna il confine "tradizionale".
E quando la moderna recinzione è stata costruita nel 1998, la Spagna ha di fatto ceduto una striscia del proprio territorio per tenere fuori Melilla.

E di certo, sia i marinidi, che i wattasidi non erano spagnoli…..

Le fonti medievali europee parlano del Marocco

Le stesse fonti iberiche medievali (cronache portoghesi e castigliane tra il XII e il XV secolo), parlano regolarmente degli Almohadi, dei i Marinidi e del Regno del Marocco come potenza nordafricana.

Le stesse cronache della “Reconquista” e delle guerre atlantiche, infatti, citano: “Rei de Marrocos” (Re del Marocco) “Marruecos” come territorio politico con interazioni militari tra Portogallo, Castiglia e le varie dinastie marocchine. Queste fonti sono confermate dagli studi europei moderni sulla storia connessa del Marocco medievale.

Curioso, infatti, sapere che un certo numero di fonti medievali spagnole, in particolare, attestano la presenza di un ampio regno (musulmano) chiamato appunto "Marruecos".
La prima fonte che merita citare è rappresentata da un celebre manoscritto geografico e politico castigliano-spagnolo, risalente alla fine del XIV secolo (circa 1385 d.C.), noto con il suo titolo spagnolo: "Libro del Conosçimiento de todos los rregnos", (oppure anche noto come "Il Libro della Conoscenza di tutti i Regni, Territori e Sovranità esistenti nel mondo, i loro simboli e i loro stemmi").

La versione completa e conosciuta di questo manoscritto è conservata con il codice di riferimento (MS 1990) presso la Biblioteca Nazionale di Spagna di Madrid.
Il libro è scritto in antico castigliano nello stile della letteratura di viaggio immaginaria, narrato da un frate francescano che viaggia per il mondo documentando i vari regni dell'epoca. Giunto nell'Occidente islamico, l'autore descrive il suo viaggio da Tlemcen, Oujda e Fez fino all'arrivo nella capitale dell'Impero almohade, parlando appunto del "Regno del Marocco" con i "segni di una bandiera rossa con una scacchiera bianca e nera".

La seconda fonte iberica medievale che attesta l'esistenza di un regno del Marocco almeno dal XII secolo è il Commentario Haraldino sullo stendardo almohade (1121-1269 d.C.).
Sulla destra del manoscritto compare il disegno originale dello stendardo di stato almohade. È costituito da uno sfondo rosso con un motivo a scacchiera centrale in bianco e nero. Questo disegno geometricamente ordinato simboleggia la filosofia almohade di disciplina e la netta distinzione tra giusto e sbagliato e d è citato come stendardo del "Regno almohade del Marruecos". Questo stendardo non solo è documentato in questo libro, ma appare anche raffigurato con precisione nelle miniature di un altro manoscritto castigliano del XIII secolo, noto come "Cantigas de Santa María" (Canti di Santa Maria).

Ed è quanto meno interessante notare che la bandiera della città di Ceuta ricorda vagamente quella scacchiera almohade.

Anche la storiografia francese, attraverso: traduzioni di cronache medievali arabe (Ibn Khaldun, Ibn Abi Zar', Ibn al-Athir) e studi moderni (Salmon, Ghouirgate), forniscono un quadro coerente e robusto dell’esistenza del regno almohade del Marocco, riconosciuto come uno dei grandi imperi del Medioevo occidentale.
Negli Annales de Saint-Bertin (XII–XIII sec.) che raccontano la Cronaca monastica francese registrando eventi del mondo cristiano e musulmano. Gli Almohadi compaiono come “Mauri de Maroch” o “Mauri de Maroc”, riconosciuti come potenza nordafricana impegnata in guerra contro i regni iberici. Così come le Chronicon Turonense (Tours, XIII sec.) che citano gli “Almohades” come “Almohadi de Marruch”, indicando Marrakech come centro del potere.
Oppure possiamo citare anche gli Annales de Saint-Denis (XIII sec.) che, nel contesto delle notizie sulla Reconquista, menzionano gli “Almohadi d’Africa” come forza militare che sostiene "al-Andalus", distinguendo fra: “Sarrasins d’Orient” (Ayyubidi, Zengidi) e “Sarrasins d’Occident” (Almohadi).

Anche le fonti ecclesiastiche francesi confermano l'esistenza e la storicità del Regno del Marocco. Gli Actes du Concile de Latran IV (1215) descrivono La discussione fra i delegati francesi della minaccia degli “Almohades d’Espagne et de Marroc”.

È evidente che in passato anche i regni medievali occidentali (come la Spagna e la Francia) usavano il nome dell'attuale capitale, "Marrakesh" (in spagnolo: Marruecos, e in francese: Maroc), per riferirsi all'intero Impero marocchino. Quindi, anche eper il medioevo occidentale il Marocco veniva percepito come regno già almeno dal XII sec. e gli Almohadi come suoi sovrani, proprio come adesso esiste il Regno del Marocco con la dinastia alawita al comando.

Ma a cosa servivano e servono tutt’oggi le colonie spagnole di Ceuta e Melilla alla monarchia spagnola?

Nel quadro geopolitico successivo alla Reconquista, le colonie di Ceuta (1415) e Melilla (1497) assunsero un ruolo che andava oltre le ragioni militari e economiche relative al commercio fra i paesi, ma bensì configurandosi come strumenti di controllo politico e psicologico sul Maghreb e come strumenti strutturali di sorveglianza strategica di intelligence sul Maghreb occidentale.

La monarchia iberica, consapevole della persistenza di reti culturali e religiose che collegavano le comunità morische espulse alla sfera politica marocchina, interpretò il Marocco come l’unico potenziale vettore di una minaccia “post-andalusa”.
In tale contesto, Ceuta e Melilla furono integrate in un sistema di intelligence preventiva, volto a monitorare le dinamiche interne dei sultanati marocchini, (dalle lotte di successione alle alleanze tribali, dalle confraternite religiose ai rapporti con la Sublime Porta ottomana) e a intervenire diplomaticamente per contenere fazioni percepite come ostili.

Le fonti diplomatiche dei secoli XVI–XVIII attestano un uso sistematico di informatori nelle corti marocchine, missioni “osservative”, agenti infiltrati nelle tribù del Rif, scambi epistolari controllati, missioni diplomatiche “osservative”, rapporti segreti con notabili locali che trasformarono le due città in centri di raccolta e analisi informativa di intelligence.
Tale infrastruttura rispondeva a una logica di lungo periodo: impedire che il Maghreb potesse costituire un polo politico o simbolico capace di riattivare l’immaginario collettivo di una restaurazione islamica nella penisola iberica.
In questo senso, Ceuta e Melilla operarono (e operano tutt'oggi) come dispositivi di contenimento geopolitico, la cui funzione primaria non fu coloniale in senso moderno, ma preventiva, orientata alla stabilizzazione dell’ordine post-Reconquista e alla neutralizzazione di qualsiasi dinamica che potesse minacciare la nuova configurazione cristiana della Spagna, bloccando sul nascere qualsiasi desiderio marocchino di una “restaurazione andalusa”.

Il colonialismo spagnolo in Africa e la guerra ispanico marocchina

Tra il 1859 e il 1860, durante la guerra ispanico marocchina, scoppiata quando la Spagna, guidata dal presidente del Consiglio Leopoldo O’Donnell, dichiarò guerra al Marocco accusando le tribù del Rif di attacchi contro Ceuta, il simbolo del decadente imperialismo spagnolo divenne un giovane armatore, Antonio Lopez, (che diventerà marchese di Comillas), il cui titolo nobiliare derivava dalla tratta degli schiavi a Cuba, grazie alla quale ha fatto fortuna nell' isola caraibica colonizzata dagli spagnoli. Un mercante di schiavi diventato marchese divenne così il padrino dell'africanismo spagnolo.
Antonio López, infatti, ottiene un contratto per trasportare i soldati (spesso schiavi) e i rifornimenti in Marocco.
Non a caso, l’abolizione della schiavitù sarebbe giunta a Cuba solo tre anni dopo la morte del marchese, per volontà dello stesso Alfonso XII, (1857-1885), che certo non avrà potuto ignorare gli interessi economici dell’amico nell’isola.

Il sultano marocchino Muhammad IV (in carica dal 1859 al 1873), tentò inizialmente una soluzione diplomatica, ma la Spagna avviò una campagna militare massiccia. Le battaglie decisive furono Castillejos, Tetuan e soprattutto Wad Ras (23 marzo 1860), dove le truppe spagnole sconfissero l’esercito marocchino comandato da Mawlay Abbas, fratello del sultano.

Dopo Wad Ras, il Marocco fu costretto a chiedere la pace e accettare il Trattato di Wad Ras (26 aprile 1860), un accordo estremamente oneroso, considerato dagli storici praticamente imposto dalla Spagna.
Il trattato obbligò il Marocco a pagare una indennità gigantesca di 20 milioni di duros, una cifra superiore alle riserve del Makhzen, e a concedere alla Spagna l’ampliamento dei territori di Ceuta e Melilla, la conferma dei Penones e la cessione della città Sidi Ifni sulla costa atlantica (che poi ritornerà marocchina).
Inoltre, la Spagna occupò Tetouan fino al pagamento completo dell’indennità, trasformando la pace in una vera forma di pressione politica e finanziaria.
C'è da dire che il Marocco, in questo periodo, era economicamente debole e circondato da potenze coloniali aggressive. La Francia aveva appena conquistato l’Algeria (1830) e stava avanzando verso il confine orientale marocchino, (in quello che poi verrà chiamato come "protettorato francese", mentre la Spagna manteneva avamposti costieri come Ceuta, Melilla e i Penones.
La Guerra ispanico-Marocchina (1859–1860) si concluse con il Trattato di Wad Ras, una pace pesantissima e imposta, che obbligò il Marocco a pagare una somma enorme e a concedere vantaggi territoriali e politici alla Spagna.

Nel 1898, la Spagna cessò di essere un impero d'oltremare. Nel giro di poche settimane, perse Cuba, Porto Rico e le Filippine e, con esse, il commercio di zucchero, tabacco e schiavi, dando inzio, pero', ad una fase del colonialismo moderno.
Nel 1912, Francia e Spagna, si divisero il territorio marocchino, creando i cosiddetti "protettorati".
Alla Spagna toccò la pagliuzza più corta, il Rif, una catena montuosa aspra e bellicosa che non voleva avere nulla a che fare con i protettorati. La Spagna vi cercava minerali, le miniere di ferro del Rif. La Compagnia Spagnola Mineraria del Rif fu l'esca, e gli storici hanno quantificato senza remore l'impatto: interessi peninsulari, truppe mobilitate e il budget per l'"azione" spagnola nel Maghreb.
Il protettorato era più di una semplice amministrazione; era una compagnia in uniforme e, come ogni impresa coloniale, quando gli abitanti locali si ribellarono, rispose come avrebbe fatto un padrone: con la guerra.
La prima grande ribellione ebbe un prezzo altissimo. Nel 1921, il generale Fernández Silvestre, incoraggiato dallo stesso re Alfonso XIII, guidò le sue truppe nel cuore del Rif per schiacciare Abd el-Krim, un capo del Rif che aveva unificato i villaggi e le tribù.
Il risultato fu disastroso: circa 12 mila soldati spagnoli uccisi in pochi giorni, oltre alla coscrizione forzata di molti giovani. La più grande sconfitta coloniale della storia spagnola, un'intera colonna spazzata via da una milizia contadina. La sconfitta scatenò una crisi che minacciò sia il governo che la monarchia e, incidentalmente, spinse Miguel Primo de Rivera (1870-1930) a organizzare il colpo di stato del 1923.

La Spagna ha usato armi chimiche contro il Marocco

Tra il 1921 e il 1927, l'esercito spagnolo utilizzò armi chimiche contro la popolazione del Rif: fosgene, difosgene, cloropicrina e gas mostarda.
Nel 1924, la Spagna irrorò "gas mostarda" dagli aerei per la prima volta nella storia, un anno prima che il Protocollo di Ginevra proibisse tali armi.
Il gas veniva prodotto presso la Fabbrica Nazionale di Prodotti Chimici di La Marañosa, vicino a Madrid, con l'assistenza tecnica tedesca del chimico Hugo Stoltzenberg, perché la Germania di Versailles non era in grado di produrlo, ma sapeva come farlo.

L'inchiesta ha dimostrato che i gas furono usati contro villaggi, mercati e corsi d'acqua, in altre parole, contro la vita civile nel suo complesso.
Il documento fondamentale di questa infamia esiste: il telegramma dell'Alto Commissario Dámaso Berenguer al Ministro della Guerra, datato 12 agosto 1921, che giustificava l'uso di gas asfissianti, ed è stato pubblicato, ma nessun governo spagnolo si è mai scusato.
La storica María Rosa de Madariaga ha illustrato bene i dettagli dell'arsenale: bombe da 10 a 100 chili, tra cui la C-5, e venti chili del cosiddetto "gas mostarda", "il più dannoso e facilmente maneggevole" dagli aerei dell'epoca. Il Rif fu uno dei primi laboratori per il bombardamento aereo indiscriminato nella storia militare contemporanea. Guernica non fu la prova generale della guerra moderna; il Rif lo fu, e la Spagna finanziò il laboratorio sulla pelle dei marocchini.

La guerra si concluse nel 1926, (dopo 11 anni) con la vittoria ispano-francese contro le forze del Rif guidate da Abd el-Krim. Più di 50 mila soldati spagnoli furono dispiegati nel protettorato. La "pacificazione" ha lasciato un'eredità nel Rif che è ancora evidente nell'impennata dei tassi di cancro nelle aree bombardate.

Come testimonia Mustapha El Merroun (nel suo libro "Truppe marocchine nella guerra civile spagnola"), dal 18 luglio 1936 al 1° aprile 1939, ben 136 mila uomini marocchini presero parte alla guerra civile spagnola.

Ceuta e Melilla oggi

Oggi giuridicamente entrambe le città spagnole sono porto franco o zona extra-doganale e non sono area Schengen.
Ceuta importa dal Marocco molto più di quanto esporti, soprattutto prodotti per l’edilizia, pesce e prodotti freschi, così come l'importazione di manodopera a basso costo da mettere al lavoro nei campi agricoli spagnoli, oltre anche al mercato parallelo del contrabbando noto a tutti, (si veda i ben noti “porteadoras” spagnoli), anche se il Marocco ha chiuso il valico commerciale del Tarajal nel 2019, ponendo fine ad una buona fetta del contrabbando tradizionale, causando però una disoccupazione massiccia soprattutto nella città marocchine di Fnideq e Castillejos, con l’aumento dei prezzi dei beni importati illegalmente, che hanno generato numerose tensioni sociali che si intrecciano con le crisi migratorie recenti.

Merita citare il fenomeno delle portatrici marocchine, pagate una miseria, fatte entrare illegalmente a Ceuta dalle stesse autorità spagnole, giusto per qualche ora, per trasportare sulle spalle a piedi sacchi carichi di prodotti da contrabbandare.
Venivano scelte solo donne per aver la sicurezza che non scappassero nascondendosi come clandestine a Ceuta.

Vale la pena ricordare anche che nel 1986 gli abitanti nativi di Ceuta e Melilla non avevano carte d'identità nazionali, ma solo la cosiddetta Carta Statistica, "che non era valida per viaggiare sulla terraferma. Bisognava richiedere un lasciapassare alla Delegazione del Governo per poter viaggiare. Non avevamo passaporti", ci ricorda Tafa. Non c'è da stupirsi che il movimento di protesta l'abbia soprannominata "la carta del cane".

Le recinzioni di Ceuta

Il costo del primo progetto di recinzione intorno a Ceuta (1995-2000) è stato pari a 48 milioni di euro, il 75% dei quali finanziato dall'UE. Nel 2005, il governo spagnolo ha costruito una terza recinzione accanto alle due già esistenti e danneggiate, al fine di sigillare completamente il confine e impedire qualsiasi intrusione, ad eccezione dei posti di controllo designati. L'Unione Europea ha contribuito finanziariamente al progetto, introducendo una nuova dinamica. Ha stanziato 200 milioni di sterline per la costruzione della recinzione di filo spinato intorno a Ceuta e si è fatta carico del 75% dei costi del primo progetto dal 1995 al 2000.
Inoltre, all'inizio del 2009 il governo spagnolo ha stanziato un ingente budget per la ristrutturazione e il rafforzamento delle recinzioni di filo spinato che circondano Ceuta e Melilla. Le recinzioni di Ceuta e Melilla non sono solo un confine terrestre tra due paesi confinanti, ma sono costruite su “una complessa amalgama di scontri e alleanze” 14 che rappresenta una “faglia multiforme” tra Spagna e Marocco. I due paesi rappresentano rispettivamente un ex-colonizzatore e un ex-colonizzato, due popoli (spagnoli e marocchini), due nazioni (occidentali e arabi), due religioni (cristianesimo e islam), due continenti (Europa e Africa) e due regioni (Europa occidentale e Maghreb arabo). José María Aznar, ex Primo Ministro spagnolo la lunga battaglia della Spagna contro il terrorismo sarebbe iniziata già nel 711, quando i musulmani, guidati da Tariq Ibn Ziyad, invasero la Spagna. Sostenne inoltre che gli atti terroristici che colpirono Madrid l'11 marzo 2004 non ebbero inizio con la crisi irachena, bensì con la caduta di al-Andalus.
A partire dal XXI sec., mentre il numero di musulmani aumenta più rapidamente rispetto ad altri gruppi, la comunità spagnola si sta gradualmente riducendo a causa dei trasferimenti verso la penisola e del basso tasso di natalità. Questo spostamento demografico spiega in parte l'ansia espressa dagli autori spagnoli riguardo alla crescita del numero di musulmani non solo a Ceuta e Melilla, ma in tutta la Spagna. Inutile dire che le recinzioni di Ceuta e Melilla sono state costruite per impedire l'ingresso agli immigrati provenienti dall'Africa subsahariana, non ai marocchini, per due motivi. In primo luogo, secondo l'Accordo di adesione della Spagna all'UE, gli abitanti di Tetouan e Nador, due province marocchine adiacenti a Ceuta e Melilla, sono stati esentati dall'obbligo di visto, consentendo ai marocchini di attraversare il confine dell'enclave ma non di entrare nella Spagna continentale. In secondo luogo, i marocchini provenienti da fuori di queste due province possono essere espulsi se superano il periodo di validità del visto o entrano illegalmente nelle enclavi, in base all'Accordo di ritorno firmato tra Marocco e Spagna nel 1992
Fin dall'ottenimento dell'indipendenza nel 1956, il Marocco non ha mai smesso di chiedere la restituzione di tutti i territori controllati dalla Spagna nel nord del paese. Nel suo primo documento presentato alle Nazioni Unite in qualità di membro di tale organizzazione, il Marocco ha fornito un elenco delle controversie territoriali irrisolte con la Spagna, comprese le due enclavi. Tant'è vero che Il 27 gennaio 1975, la Missione permanente del Marocco presso le Nazioni Unite ha presentato un memorandum (A/AC-109-475) al Comitato speciale per la decolonizzazione, chiedendo che tutti i territori controllati dalla Spagna nel nord del Marocco fossero inseriti nell'elenco delle Nazioni Unite dei territori non autonomi, nel nome del principio di integrità territoriale e di decolonizzazione sancito dalla Carta delle Nazioni Unite.
La concessione dello status di autonomia a Ceuta e Melilla, sancita dalla legge del 13 marzo 1995, ha rappresentato una svolta nella storia moderna delle due colonie. Dall'adozione di questa legge, Ceuta e Melilla sono diventate ufficialmente città autonome nell'ambito dell'ordinamento giuridico spagnolo.

Nel maggio 2026, Spagna e Marocco hanno raggiunto un accordo affinché le aziende spagnole accelerassero la registrazione dei lavoratori marocchini nei settori con "carenza di manodopera": agricoltura, edilizia, trasporti e assistenza. Lo stesso Stato che definisce "invasione" coloro che attraversano il confine senza contratto, organizza autobus per chi lo fa. Il confine permette una selezione, svaluta la manodopera marocchina e li rimanda indietro quando la forza lavoro disponibile si esaurisce. Assumere nel paese d'origine è la forma più educata di deportazione preventiva: si arriva, si lavora, si sta zitti e si torna indietro. E se si perdono i documenti, non si è più considerati lavoratori, ma "invasori".

Non solo Ceuta, Melilla e isole Canarie. Le altre colonie spagnole in Africa

Forse non tutti sanno che le attuali colonie spagnole in territorio marocchino non finiscono qui con Ceuta e Melilla ma vi sono, ancor oggi, altri 4 micro-territori spagnoli sulla geograficamente e storicamente marocchini:

  • Peñón de Vélez de la Gomera — oggi collegato alla costa marocchina da un istmo di sabbia, spagnolo dal 1508.
  • Peñón de Alhucemas — isolotto fortificato spagnolo dal 1559.
  • Islas Chafarinas — tre isole disabitate a 4 km dalla costa marocchina, di fronte a Ras el Ma (vicino a Nador) che sono territorio spagnolo dal 1848, quando la Spagna le occupò per impedire che la Francia le prendesse durante l’espansione coloniale in Algeria (pensa un po' rubare e colonizzare la terra di altri per salvarla da un altro ladro colonizzatore).
  • E, infine, il micro-isolotto roccioso, disabitato di Isla de Perejil (Leila in arabo), grande appena 0,15 km², situato a circa 200 metri dalla costa marocchina.
  • Lo spazio aereo sopra il cosiddetto "Sahara occidentale"

    Oltre a tutto ciò, c'è da dire anche che la Spagna, ancor oggi, mantiene formalmente il controllo dello spazio aereo sopra la regione a sud del Marocco, corrispondente al territorio conteso del Sahara Occidentale.
    Nonostante le forti pressioni e i tentativi di negoziazione da parte del governo marocchino per ottenerne la gestione amministrativa, la situazione geopolitica e istituzionale è bloccata da specifici passaggi legislativi e internazionali:
    A livello internazionale, l'Organizzazione Internazionale dell'Aviazione Civile (ICAO) assegna la gestione di questo spazio aereo (regione di informazione di volo - FIR) alle torri di controllo spagnole delle Isole Canarie.
    Sebbene il governo di Pedro Sánchez abbia avviato nel 2022 una fase di riavvicinamento diplomatico con Rabat (riconoscendo il piano di autonomia marocchino per il Sahara Occidentale come base solida), il Parlamento di Madrid si è opposto formalmente alla cessione. La Commissione Affari Esteri del Congresso spagnolo ha bloccato il trasferimento del controllo dello spazio aereo al Marocco, richiedendo massima trasparenza e un dibattito parlamentare.
    La gestione dello spazio aereo rimane uno dei nodi irrisolti (insieme alla delimitazione delle acque territoriali e ai controlli doganali nelle colonie di Ceuta e Melilla) tra i due paesi, in un contesto in cui il Marocco continua a esercitare pressioni sui confini per vedere pienamente riconosciuta la propria sovranità sull'area.

    Dal punto di vista genetico...

    Dal punto di vista genetico, recenti ricerche hanno attestato che la popolazione marocchina oggi presenta una composizione genetica complessa e stratificata, risultato di secoli di interazioni tra gruppi diversi. La componente dominante è berbera (amazigh), riconoscibile in marcatori come E-M81 e U6, che costituisce la base genetica più antica del paese.
    L’apporto arabo, pur culturalmente molto influente, risulta geneticamente minoritario e si attesta in media tra il 10% e il 20%.
    Nel nord del Marocco è significativa la presenza di linee andaluse, eredità delle migrazioni di musulmani e moriscos provenienti dalla penisola iberica tra XV e XVII secolo, che introducono marcatori europei come R1b e H.
    Infine, una componente sub-sahariana, antica e non legata a migrazioni moderne, è presente soprattutto nel sud e nelle regioni sahariane.

    Nel complesso, le ricerche mostrano che i marocchini sono il risultato di un mosaico genetico unico nel Mediterraneo, dove la base amazigh si combina con contributi arabi, iberici e africani in proporzioni variabili secondo le regioni. Le uniche componenti europee sono legate all'eredità andalusa.

    Inutile dire che anche le ricerche genetiche sulla popolazione delle colonie spagnole in Marocco rispecchia la realtà maghrebina del paese.
    Sebbene infatti la base genetica dominante è iberica, (condivisa con le popolazioni dell’Andalusia e dell’Estremadura), vi è con un contributo significativo nordafricano, soprattutto di origine marocchina e berbera (amazigh), riflesso nei marcatori tipici del Maghreb come E-M81 e U6. Le analisi autosomiche indicano che una parte crescente della popolazione presenta profili genetici simili alle regioni marocchine del Rif e di Tetouan, coerenti con l’elevato numero di residenti nati in Marocco e con le naturalizzazioni degli ultimi decenni.
    È presente anche una componente mediterranea meridionale (iberica, fenicia, romana) e una quota minore ma rilevabile di linee sub-sahariane, antiche e non legate a migrazioni recenti.

    Il Marocco oggi

    Oggi il Marocco attuale raggruppa in sé tutta l’eredità storica, geografica, politica, religiosa, multietnica, multitradizionale del territorio storico chiamato appunto “Marocco”.
    Non si può dire, quindi, che non sia mai esistito un Marocco prima della colonizzazione europea e non si può dire che Ceuta e Melilla siano storicamente spagnole.

    L'eredità marocchina in Spagna

    A livello storico e culturale c'è più Marocco in Spagna con circa 781 anni, dal 711 al 1492 di Regno Andaluso, che non monarchia iberica in Spagna (e colonie varie) con circa 547 anni (dal 1479 ad oggi).
    Inoltre, è indubbio che il lascito storico islamico-marocchino in Andalusia ha inciso sulla Spagna con una profondità culturale, architettonica e scientifica tale da mettere ben in ombra ciò che gli spagnoli hanno lasciato in Marocco: praticamente nulla a parte l’occupazione indebita.
    La colonizzazione spagnola di Ceuta e Melilla è da inquadrarsi infatti come un'occupazione di un paese nemmeno confinante, del quale non vi è alcuna plausibile giustificazione o ragione, semmai il contrario, il Marocco stesso avrebbe teoricamente più possibili diritti di rivalsa sul territorio spagnolo dell'Andalusia, che non la Spagna che non è mai stata in massa in Africa.

    L'eredità moresca andalusa berbera araba marocchina vive ancor oggi negli spagnoli di oggi, nella musica, nella scienza, nella matematica, nell'architettura, nella genetica, nella lingua.

    Parole, nella lingua spagnola, come: Ojalá (che in spagnolo può significare: "Magari!", "Speriamo che...", "Vorrei che...", "Se Dio vuole…"), deriva dall'arabo "in sha' Allah".
    Il nome della penisola "Gibilterra" (oggi colonia inglese dal 1704), deriva proprio dall'arabo "Jabal al-Tariq", "la montagna del generale berbero Tariq ibn Zyad", appunto).
    Addirittura il nome "Cirenaica", che sta ad indicare il territorio orientale dell'attuale Libia, deriverebbe da un'antica guerriera berbera cacciatrice di leoni "Cyre", nota per aver dato protezione agli antichi greci colonizzatori di questo territorio africano.

    Ancor oggi, le chiese cattoliche spagnole conservano ossa moresche sotto i loro marmi, i ritmi dello spagnolissimo flamenco sono nati da una fusione di tradizioni africane, arabe, gitane; migliaia di parole spagnole (e anche italiane) hanno origini arabe e nessun re spagnolo ha mai distrutto le bellezze architettoniche moresche dell'Andalusia che ancor oggi richiama turisti da tutto il mondo.

    Fonti e approfondimenti:


     

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