Ceuta, Melilla e il Regno del Marocco

Ceuta, Melilla, il Marocco e la storia che l'Occidente dimentica o non insegna. Storia dell'esistenza del regno del Marocco

18 agosto 2026 - autore: 'Alī M. Scalabrin
Ultimo aggiornamento: 06 settembre 2026

Ceuta, Melilla, il Marocco e la storia che l'Occidente dimentica o non insegna.
di A. M. Scalabrin

Se Ceuta (in arabo “Sebta” o “Setta” in amazigh antico, oppure “Septem Fratres” in romanico antico) e Melilla (in arabo “Maliliya” o “Mric” in berbero o Russadir o Rusaddir, come colonia fenicia tiria nel secolo VIII a.C.) sono spagnole, allora viene da chiedersi ma come mai si trovano in Africa?

Semplice, perché sono “colonie” ereditate dalla storia dei Regni coloniali europei. Colonie, non "enclave", non "territori europei in Africa", si chiamano colonie. Si chiama “furto di terra altrui”.
Il fatto che l'ONU non abbia mai incluso Ceuta e Melilla nella sua lista di territori da decolonizzare non dimostra che non siano colonie; dimostra solamente che la Spagna, con la complicità delle potenze imperialiste che controllano l'ONU, si è rifiutata di permettere che la questione venisse discussa.
Gibilterram ad esempio, è britannica tanto quanto Ceuta è spagnola: ovvero territori nemmeno confinanti occupati dalle forze imperialiste.

Stiamo parlando di 18,5 km quadrati e circa 85 mila abitanti per Ceuta. Lampedusa è molto più grande, ad esempio, anche se molto meno popolosa di Ceuta.
E 12,3 km quadrati con 86 mila abitanti circa per Melilla.
L’86% degli stranieri residenti a Ceuta è di origine marocchina, quasi il 30% dell'intera popolazione di Ceuta è di origini marocchine fra residenti e naturalizzati spagnoli. Oltre il 20% della popolazione totale di Melilla è nata in Marocco. Diciamo che stiamo parlando due città paragonabili per dimensione e abitanti a Sesto San Giovanni (MI), la cui popolazione è per quasi metà milanese di origine. Il tutto nel continente africano.

Il Marocco è una delle monarchie più antiche ancora esistenti al mondo e ha governato senza contestazioni le sue coste e i suoi porti situati nel Nord Africa occidentale, tra cui anche quelli di Ceuta e Melilla.
Prima dell'arrivo degli europei, Ceuta e Melilla non erano mai state "terra nullius" ("terra di nessuno"); al contrario, erano due importanti città islamiche del Nord Africa fin dall'arrivo dell'Islam nella regione. Ad esempio, nel XV secolo, Ceuta contava oltre mille moschee, 62 biblioteche, 43 istituti scolastici e un'università.
Ceuta e Melilla riflettono una lunga storia di interazioni tra Marocco e Spagna, talvolta pacifiche e anzi commercialmente utili ad entrambi paesi, altre volte molto conflittuali che sfociarono in un'intensa lotta tra cristiani e musulmani per il controllo territoriale non solo nella penisola iberica, ma in tutta la regione del Mediterraneo occidentale.

Ma facciamo un po' di ordine. Ceuta o Sebta venne conquistata dal Portogallo, (non dalla Spagna), tra il 14 e il 22 agosto 1415, (fu il primo possedimento oltremare del Portogallo e l’inizio del suo impero coloniale), mentre il 17 settembre 1497, la Spagna occupò la città di Melilla, nel corso della cosiddetta “Reconquista”.
Ma “Reconquista” da cosa? Cosa c’era prima allora?

E il Marocco? Quando nasce il Marocco?

Il 1956 è l’anno della sua indipendenza, come Regno del Marocco, ma indipendenza da cosa? Dal colonialismo della Francia e dalla Spagna franchista certamente, ma prima cosa c’era?

Nel tempo, il Marocco subì la colonizzazione di vari popoli come i Fenici, i Cartaginesi, i Romani, i Vandali, i Vichinghi, i Bizantini, gli Arabi, i portoghesi, gli spagnoli, gli inglesi, i francesi, quelli dell'autorità del governo di Vichy, (il regime francese che collaborava con la Germania nazista (NSDAP) durante la seconda guerra mondiale), gli americani con l'Operazione Torch e con le successive basi militari americane (1942–1963).

Fonti archeologiche e storiche europee moderne (basate su documenti medievali) confermano che almeno dal XI secolo d.C: il Marocco era riconosciuto come l’Occidente musulmano unificato, governato dalle dinastie arabe musulmane degli Almoravidi, Almohadi, Marinidi, riconosciuto nelle fonti europee come entità politica stabile.
Il termine “Marocco”, “Morrocco” o “Marroch” o anche “al-Maghrib al Aqsaal” in arabo, ha sicuramente un’origine molto antica. Con tutta probabilità è associato al nome della ben nota città (marocchina) di Marrakesh “Marrakus”, termine derivato a sua volta dal termine berbero “Mur-Akush” (ossia Terra di Dio o Terra sacra o Terra dei Kush), un insediamento urbano che nel Medioevo europeo era conosciuto come "Città del Marocco".

Dante citava il Marocco

Dante Alighieri (1265-1321) cita il “Morrocco” come riferimento geografico reale e riconosciuto nell’Occidente islamico e Ceuta è citata nella Divina Commedia al Canto XXVI dell'Inferno (vv.09-111). Il riferimento è particolarmente significativo perché mostra come la geografia dell'Occidente islamico fosse già integrata nella cultura dotta europea del primo Trecento. Dante considerava quindi il Marocco un'entità geografica concreta e riconoscibile all'interno dell'orizzonte mediterraneo e islamico del suo tempo. È una delle attestazioni europee più chiare del nome medievale del Marocco.

L'etimologia della parola "Marocco"

La radice berbera M-R-K-S sta ad indicare un "luogo fortificato o di passaggio".
Il toponimo "Mraks" probabilmente lo si deve a una delle più antiche confederazioni berbere del Maghreb occidentale, autoctona dell’Alto Atlante e del Haouz, quella dei Masmuda, (Banu Masmuda), la cui base etnica risale agli Almohadi, dominanti nel Marocco atlantico e nell’Alto Atlante fino al XIII secolo. Dopo il 1269, con l’ascesa dei Marinidi, i Masmuda perdono potere politico.
Il nome “Marrakech” venne assegnato alla città dal suo fondatore il sultano almoravide Yusuf ibn Tashfin (deceduto nel 1106) che governava anche sulla Spagna musulmana (al-Andalus) dal 1094.
“Murakush” è la forma araba medievale del nome berbero "Mraks / Amurakush". Deriva appunto dal tamazight (berbero) masmuda e fu adottato dagli Almoravidi nel 1062.

Il Marocco nell'antichità

Anticamente parlando, il territorio dell'attuale Marocco è abitato da almeno 300 mila anni fa come confermano le ultime ricerche (2017) con la presenza umana attestata nel sito archeologico di Jebel Ighoud, nella provincia di Youssoufia, a circa 100 km a nord ovest da Marrakech in Marocco.

Dalle analisi del DNA dell'ominide "M81" scoperto a Tafraout datato oltre 15 mila anni fa, si è scoperta una provenienza genetica del 70% levantina e 29% di subshariana.
Nello specifico, 33 per cento legato al ceppo degli agricoltori neolitici dell'Anatolia, un 27 per cento di ibero-maurosiano e 15 per cento di cacciatori-raccoglitori natufiani.
Non si rilevano queste componenti in altre zone al di fuori del Nord Africa.
La componente genetica levantina deriva da popolazioni del Levante mediterraneo (Medio Oriente occidentale, che include Stati odierni come Siria, Libano, Israele, Palestina, Giordania). La cultura ibero-maurusiana (circa 25.000-11.000 anni fa) una delle più antiche culture del Maghreb.
Uno dei siti archeologici più importanti è Taforalt in Marocco nella cosiddetta Grotta dei Piccioni, nella provincia di Berkane, nella regione di Ait Iznasen, dove è stato trovato probabilmente il più antico cimitero del Nord Africa, che attestano la presenza di popolazioni stabili nel Nord Africa preistorico.

I più antichi nord africani che possiamo analizzare erano già un misto e proprio questo profilo genetico antico viene indicato come marcatore berbero presente ancor oggi in quasi tutta la popolazione del nord Africa.
Abitato fin dalla preistoria da popolazioni berbere, quando le fonti scritte diventano più abbondanti, troviamo conferme archeologiche dei primi regni berberi: Numidia, Mauretania antica (tra il III e il I secolo a.C., che comprendeva Marocco settentrionale e l'Algeria nord-occidentale) da cui il nome di "Mauri" (i suoi abitanti o "Mori" usato nel Medioevo) con città come Volubilis (in Marocco a nord di Meknès) e Garamanti nel Sahara.
Ancor oggi, tra le sabbie del deserto algerino, sorge il Mausoleo berbero numidico di Madghassen (o anche Medracen), nella provincia di Batna (Algeria), risalente probabilmente tra il II e III secolo a.C., probabilmente il più antico mausoleo reale del Nord Africa.

Baga è stato un antico re berbero della Mauretania vissuto approssimativamente attorno alla fine del III secolo a.C. (circa 225-206 a.C.), considerato nelle fonti storiche il fondatore del primo regno mauretano nell'area corrispondente agli odierni Marocco settentrionale e Algeria. Nel corso della seconda guerra punica, intorno al 203-202 a.C., offrì il proprio supporto inviando una scorta di quattromila guerrieri mauri in aiuto del principe numida Massinissa.

Un parte del territorio marocchino è stato anche provincia romana (dal 42 al 534 D.C.) denominato come "Mauretania Tingitana" (dal latino "Tangerine Mauretania", che deriva dal toponimo latino "Tingis" di origine berbera, che dà il nome attuale città marocchina di Tangeri)

Chi sono i "Mori"?

Ma chi sono i "mori" (dal latino "maurus", nome dato dagli europei a tutta una serie di popolazioni arabe e berbere che popolavano il Nord Africa)?

Già al tempo dei Fenici il Nord Africa era dominato da popolazioni berbere con la crescente influenza di Cartagine, mentre la penisola iberica era abitata da Iberi, Celti e Tartessi.
Quando le fonti scritte diventano più abbondanti, troviamo conferme archeologiche dei regni berberi di Numidia; della Mauretania antica (tra il III e il I secolo a.C., che comprendeva Marocco settentrionale e l'Algeria nord-occidentale) da cui il nome di "Mauri" (i suoi abitanti o "Mori" usato nel Medioevo) con città come Volubilis (in Marocco a nord di Meknès) e di Garamanti nel Sahara

Ma chi sono i berberi?

I Berberi (termine improprio di origine occidentale che indica il popolo "amazigh", che signica "popolo libero"), non sembrano essere arrivati da un'unica migrazione identificabile. Sono principalmente i discendenti delle antiche popolazioni indigene del Maghreb, arricchite nel corso dei millenni da contatti e mescolanze con popoli del Mediterraneo, del Vicino Oriente e del Sahara. Quando i Fenici fondarono Cartagine, i Berberi erano già da secoli, probabilmente da millenni, i principali abitanti del Nord Africa.
Quando Cartagine fu fondata nell'814 a.C., le popolazioni che chiamiamo berbere possedevano già una storia millenaria alle spalle e non erano semplici nomadi del deserto: avevano tradizioni, strutture tribali, economie agricole e reti commerciali ben radicate.
Già nel II millennio a.C. gli antichi Egizi menzionavano popolazioni della Libia chiamate: Libu; Meshwesh; Tehenu.
Il popolo antico berbero degli Meshwesh (originario dell'attuale Libia occidentale/Tunisia) conquistò addirittura parti dell'Egitto settentrionale andando al potere nella 22esima e 23esima dinastia faraonica dell'Antico Egitto (947–713 a.C.).

Ancora oggi gli studi genetici mostrano che molte popolazioni amazigh conservano marcatori molto antichi caratteristici del Nord Africa. esiste una forte continuità tra gli abitanti preistorici del Maghreb e gli attuali Amazigh.

L'arrivo dell'Islam

Le prime spedizioni arabe islamiche raggiunsero il Maghreb estremo (l'attuale Marocco) verso il 680-700 d.C.
La conquista fu completata intorno al 708-710 d.C., quando le principali tribù berbere della regione furono integrate nel nuovo ordine islamico.
Nel 711 d.C., un esercito composto in gran parte da berberi convertiti all’Islam attraversò lo stretto di Gibilterra e avviò la conquista della Spagna visigota.
Tra i primissimi clan tribali merita citare i Banu Barghawata, gli Idrisidi (in arabo al-Adarisa 788-985 d.C.), l’emirato di Nekor (750-859) nel Rif marocchino (non lontano dall’attuale Melilla) composto da persone di discendenza araba himyarita (attuale Yemen) e berbera nafza autoctona. Di certo non spagnoli.
Negli anni, nel territorio marocchino si sono insediate diverse dinastie arabe/berbere gli Idrisidi (789–974), Almoravidi (1040–1147), Almohadi (1147–1269), i Marinidi (o Merinidi) (1269–1472), i Wattasidi (1472–1554), succeduti ai Marinidi e parenti della stessa confederazione zenata, i Sa'diani (Saaditi) (1554–1659), che sostituirono i Wattasidi, fino agli Alawiti (Alaouiti) (dal 1666 a oggi), la dinastia attualmente regnante in Marocco.

Con l'arrivo di Moulay Idriss I, (743-791) fondatore sciita zaydita della dinastia degli Idrisidi del Maghreb al-Aqsa (attuale Marocco), tutte le dinastie marocchine hanno esercitato la sovranità anche su questi territori rubati dal colonialismo europeo e su tutte le coste mediterranee del Marocco, dando inizio al primo stato islamico nel Nord Africa occidentale nel 788.

A dover di cronaca, dobbiamo ricordare che ci sono state alcune tensioni cruciali fra la popolazione berbera nativa, autoctona e gli arabi arrivati da Levante, sopratutto a causa della propaganda kharigita e dell'irrisolta questione dei mawali (convertiti all'Islam, ma non arabi). Due questioni che portarono allo scoppio della Grande rivolta berbera (739-743 d.C.) contro il Califfato omayyade, il cui il principale promotore e primo leader era Maysara al-Matghari (noto anche come al-Maghari Maisara ?-740, uccido agli stessi Berberi), capo tribale e rivoluzionario berbero dell'VIII secolo.

Da tener presente che, dopo la prima grande espansione araba con i califfi Omayyadi (661-751), fatimidi poi (909-1171), durante la dinastia Almoravide (1040-1147), l’estensione del regno berbero marocchino andava dalla città di Aoudaghost nel sud dell’attuale Mauritania, fino alla frontiera militare con i regni cristiani di León-Castiglia, Navarra e Aragona, alla valle dell'Ebro, comprendendo città come Siviglia, Cordova, Toledo, Granada, Malaga, Almería, Badajoz, Valencia, Alicante e Saragozza e naturalmente le attuali Ceuta e Melilla.

A quando risale la costituzione del "primo Regno del Marocco"?

Sebbene abbiamo visto che la presenza "moresca" (e in senso più ampio berbera) in Marocco risalga a molto tempo fa e un primo regno (quello degli Idrisi del "Maghreb al-Aqsa" venne costituito già nel 788 dC con Mūlaī Idrīs I (743 – 791)), si può considerare la costituzione vera e propria del primo Regno berbero/arabo marocchino attorno al 1050/1060 con Abdullah ibn Yasin, berbero sanhaga andaluso di Cordoba, che scelse il sunnismo malikita come linea fondamentale costituente dell'Islam nel paese (come lo è ancora oggi).
Egli conquistò molti seguaci della tribù dei Lamtuna e decise di fondare una ribah (convento fortificato, da qui il nome di al-Murabitun, «quelli del ribah»), nella attuale regione del Souss (Marocco) che diede poi il nome alla dinastia Almoravide), ucciso in battaglia, il cui fratello Abu Bakr ibn 'Umar sottometerà poi i Barghawata.

La conquista musulmana della Spagna

I "mori" quando attraversarono la Spagna non arrivarono come predoni, ma come portatori di civiltà in un territorio quello iberico spagnolo medievale caratterizzato da superstizione, paura dell’ignoto, violenza.
Era un regno unico con grandi città imperiali come Fes, Meknes e Marrakech, (attestata come capitale almohadi almeno dal 1147).
Eroe della conquista musulmana della penisola iberica è sicuramente Tariq ibn Zyad, generale berbero musulmano (forse un africano nero). Con appena 7 mila soldati attraversò il mare verso la Spagna e, nella battaglia di Gadalete contro Roderico, affrontando i visigoti. Le città spagnole non caddero nel caos ma bensì nella cultura, la Spagna fu profondamente trasformate e, in sette anni, la maggior parte della penisola iberica passò sotto il controllo musulmano, dove ebrei, cristiani e musulmani vivevano in pace portando scienza, biblioteca, musica, legislazione, cultura, medicina.

La fine della presenza musulmana in Spagna fu un processo lungo, culminato nel 1492, (con la presa di Granada) quando i Re Cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona conquistarono il Regno di Granada, governato dall’ultimo sovrano nasride Boabdil (Muhammad XII). Dopo la resa, molti musulmani rimasero come “mudéjares”, ma nel 1502 la Corona impose la conversione forzata ai musulmani di Castiglia, seguita da quelle in Aragona nel 1526, creando la comunità dei moriscos. Le tensioni culminarono nella rivolta delle Alpujarras (1568–1571), repressa da Don Giovanni d’Austria.
Re Alfonso I delle Asturie (739-757), approfittò dei contrasti che ci furono fra berberi e arabi in Andalusia il via alla prima espansione del neonato regno cristiano verso le valli del nord e da lì numerosi sovrani iberici si scontrarono contro i musulmani, compreso Alfonso VI di Castiglia e León (1065-1109) che prese Toledo nel 1085, Alfonso I d'Aragona "il Battaglione" (1104-1134) che Liberò la città di Saragozza nel 1118, Alfonso VIII di Castiglia (1158-1214) che guidò i cristiani alla vittoria nella storica battaglia di Las Navas de Tolosa (1212), fino a Ferdinando II d'Aragona e Isabella I di Castiglia (noti come i Reyes Católicos) che nel 1492 si fecero consegnare le chiavi del Sultanato di Granada.
Infine, nel 1609–1614, il re Filippo III ordinò l’espulsione dei "moriscos", che portò all’allontanamento di circa 300.000 persone, completando la scomparsa ufficiale dell’Islam storico in Spagna dopo quasi otto secoli di presenza.
Dopo la cacciata dei mori, in Spagna arrivò l'Inquisizione, i musulmani furono costretti a convertirsi o morire, persino l'architettura moresca venne rivendicata come spagnola.

L'occupazione di Cueta

Quindi, i portoghesi, di re Giovanni I, occuparono Ceuta nel 1415, che apparteneva allora al Sultanato merinide (Marinide) del Marocco, abitata soprattutto da berberi e arabi musulmani, con importanti minoranze ebraiche e una forte funzione commerciale tra Mediterraneo e Africa.
I portoghesi occuparono Cueta per impadronirsi di una roccaforte che controllava lo Stretto, per punire la pirateria barbaresca e per trarre profitto dal commercio dell'oro e degli schiavi. Fu un'operazione coloniale nel senso più stretto del termine: una potenza europea che occupava con la forza un'enclave costiera africana per proiettare il proprio potere e i propri commerci.
Nel 1668 il Portogallo cedette definitivamente Ceuta alla Spagna, attraverso un accordo dinastico tra re.

L'occupazione di Melilla

E Melilla? Venne occupata nel 1497 da una spedizione di truppe del Duca di Medina Sidonia, al servizio dei Re Cattolici di Castiglia e Aragona, guidata da Pedro de Estopiñán, in seguito alla caduta di Granada (1492).
In quel periodo Melilla era parte del Sultanato wattaside del Marocco. Cosa occuparono? Una roccaforte quasi disabitata, fondamentalmente uno sperone roccioso. Non c'era un popolo melillano da "liberare", né una "provincia" da incorporare; c'era una posizione strategica politica e militare da presidiare. La storiografia critica lo afferma senza mezzi termini: queste conquiste furono concepite come un sistema di occupazione militare circoscritta, senza alcun reale collegamento con la terraferma circostante.
E di certo, sia i marinidi, che i wattasidi non erano spagnoli…..

Le stesse fonti iberiche medievali (cronache portoghesi e castigliane tra il XII e il XV secolo), parlano regolarmente degli Almohadi, dei i Marinidi e del Regno del Marocco come potenza nordafricana.

Le stesse cronache della “Reconquista” e delle guerre atlantiche, infatti, citano: “Rei de Marrocos” (Re del Marocco) “Marruecos” come territorio politico con interazioni militari tra Portogallo, Castiglia e le varie dinastie marocchine. Queste fonti sono confermate dagli studi europei moderni sulla storia connessa del Marocco medievale.

Curioso, infatti, sapere che un certo numero di fonti medievali spagnole, in particolare, attestano la presenza di un ampio regno (musulmano) chiamato appunto "Marruecos".
La prima fonte che merita citare è rappresentata da un celebre manoscritto geografico e politico castigliano-spagnolo, risalente alla fine del XIV secolo (circa 1385 d.C.), noto con il suo titolo spagnolo: "Libro del Conosçimiento de todos los rregnos", (oppure anche noto come "Il Libro della Conoscenza di tutti i Regni, Territori e Sovranità esistenti nel mondo, i loro simboli e i loro stemmi").

La versione completa e conosciuta di questo manoscritto è conservata con il codice di riferimento (MS 1990) presso la Biblioteca Nazionale di Spagna di Madrid.
Il libro è scritto in antico castigliano nello stile della letteratura di viaggio immaginaria, narrato da un frate francescano che viaggia per il mondo documentando i vari regni dell'epoca. Giunto nell'Occidente islamico, l'autore descrive il suo viaggio da Tlemcen, Oujda e Fez fino all'arrivo nella capitale dell'Impero almohade, parlando appunto del "Regno del Marocco" con i "segni di una bandiera rossa con una scacchiera bianca e nera".

La seconda fonte iberica medievale che attesta l'esistenza di un regno del Marocco almeno dal XII secolo è il Commentario Haraldino sullo stendardo almohade (1121-1269 d.C.).
Sulla destra del manoscritto compare il disegno originale dello stendardo di stato almohade. È costituito da uno sfondo rosso con un motivo a scacchiera centrale in bianco e nero. Questo disegno geometricamente ordinato simboleggia la filosofia almohade di disciplina e la netta distinzione tra giusto e sbagliato e d è citato come stendardo del "Regno almohade del Marruecos". Questo stendardo non solo è documentato in questo libro, ma appare anche raffigurato con precisione nelle miniature di un altro manoscritto castigliano del XIII secolo, noto come "Cantigas de Santa María" (Canti di Santa Maria).

Anche la storiografia francese, attraverso: traduzioni di cronache medievali arabe (Ibn Khaldun, Ibn Abi Zar', Ibn al-Athir) e studi moderni (Salmon, Ghouirgate), forniscono un quadro coerente e robusto dell’esistenza del regno almohade del Marocco, riconosciuto come uno dei grandi imperi del Medioevo occidentale.
Negli Annales de Saint-Bertin (XII–XIII sec.) che raccontano la Cronaca monastica francese registrando eventi del mondo cristiano e musulmano. Gli Almohadi compaiono come “Mauri de Maroch” o “Mauri de Maroc”, riconosciuti come potenza nordafricana impegnata in guerra contro i regni iberici. Così come le Chronicon Turonense (Tours, XIII sec.) che citano gli “Almohades” come “Almohadi de Marruch”, indicando Marrakech come centro del potere.
Oppure possiamo citare anche gli Annales de Saint-Denis (XIII sec.) che, nel contesto delle notizie sulla Reconquista, menzionano gli “Almohadi d’Africa” come forza militare che sostiene "al-Andalus", distinguendo fra: “Sarrasins d’Orient” (Ayyubidi, Zengidi) e “Sarrasins d’Occident” (Almohadi).

Anche le fonti ecclesiastiche francesi confermano l'esistenza e la storicità del Regno del Marocco. Gli Actes du Concile de Latran IV (1215) descrivono La discussione fra i delegati francesi della minaccia degli “Almohades d’Espagne et de Marroc”.

È evidente che in passato anche i regni medievali occidentali (come la Spagna e la Francia) usavano il nome dell'attuale capitale, "Marrakesh" (in spagnolo: Marruecos, e in francese: Maroc), per riferirsi all'intero Impero marocchino. Quindi, anche eper il medioevo occidentale il Marocco veniva percepito come regno già almeno dal XII sec. e gli Almohadi come suoi sovrani, proprio come adesso esiste il Regno del Marocco con la dinastia alawita al comando.

Ma a cosa servivano e servono tutt’oggi le colonie spagnole di Ceuta e Melilla alla monarchia spagnola?
Nel quadro geopolitico successivo alla Reconquista, le colonie di Ceuta (1415) e Melilla (1497) assunsero un ruolo che andava oltre le ragioni militari e economiche relative al commercio fra i paesi, ma bensì configurandosi come strumenti di controllo politico e psicologico sul Maghreb e come strumenti strutturali di sorveglianza strategica di intelligence sul Maghreb occidentale.

La monarchia iberica, consapevole della persistenza di reti culturali e religiose che collegavano le comunità morische espulse alla sfera politica marocchina, interpretò il Marocco come l’unico potenziale vettore di una minaccia “post-andalusa”.
In tale contesto, Ceuta e Melilla furono integrate in un sistema di intelligence preventiva, volto a monitorare le dinamiche interne dei sultanati marocchini, (dalle lotte di successione alle alleanze tribali, dalle confraternite religiose ai rapporti con la Sublime Porta ottomana) e a intervenire diplomaticamente per contenere fazioni percepite come ostili.

Le fonti diplomatiche dei secoli XVI–XVIII attestano un uso sistematico di informatori nelle corti marocchine, missioni “osservative”, agenti infiltrati nelle tribù del Rif, scambi epistolari controllati, missioni diplomatiche “osservative”, rapporti segreti con notabili locali che trasformarono le due città in centri di raccolta e analisi informativa di intelligence.
Tale infrastruttura rispondeva a una logica di lungo periodo: impedire che il Maghreb potesse costituire un polo politico o simbolico capace di riattivare l’immaginario collettivo di una restaurazione islamica nella penisola iberica.
In questo senso, Ceuta e Melilla operarono (e operano tutt'oggi) come dispositivi di contenimento geopolitico, la cui funzione primaria non fu coloniale in senso moderno, ma preventiva, orientata alla stabilizzazione dell’ordine post-Reconquista e alla neutralizzazione di qualsiasi dinamica che potesse minacciare la nuova configurazione cristiana della Spagna, bloccando sul nascere qualsiasi desiderio marocchino di una “restaurazione andalusa”.

Oggi giuridicamente entrambe le città spagnole sono porto franco o zona extra-doganale e non sono area Schengen.
Ceuta importa dal Marocco molto più di quanto esporti, soprattutto prodotti per l’edilizia, pesce e prodotti freschi, così come l'importazione di manodopera a basso costo da mettere al lavoro nei campi agricoli spagnoli, oltre anche al mercato parallelo del contrabbando noto a tutti, (si veda i ben noti “porteadoras” spagnoli), anche se il Marocco ha chiuso il valico commerciale del Tarajal nel 2019, ponendo fine ad una buona fetta del contrabbando tradizionale, causando però una disoccupazione massiccia soprattutto nella città marocchine di Fnideq e Castillejos, con l’aumento dei prezzi dei beni importati illegalmente, che hanno generato numerose tensioni sociali che si intrecciano con le crisi migratorie recenti.

Merita citare il fenomeno delle portatrici marocchine, pagate una miseria, fatte entrare illegalmente a Ceuta dalle stesse autorità spagnole, giusto per qualche ora, per trasportare sulle spalle a piedi sacchi carichi di prodotti da contrabbandare.
Venivano scelte solo donne per aver la sicurezza che non scappassero nascondendosi come clandestine a Ceuta.

Vale la pena ricordare anche che nel 1986 gli abitanti nativi di Ceuta e Melilla non avevano carte d'identità nazionali, ma solo la cosiddetta Carta Statistica, "che non era valida per viaggiare sulla terraferma. Bisognava richiedere un lasciapassare alla Delegazione del Governo per poter viaggiare. Non avevamo passaporti", ci ricorda Tafa. Non c'è da stupirsi che il movimento di protesta l'abbia soprannominata "la carta del cane".

Forse non tutti sanno che le attuali colonie spagnole in territorio marocchino non finiscono qui con Ceuta e Melilla ma vi sono, ancor oggi, altri 4 micro-territori spagnoli sulla geograficamente e storicamente marocchini:

  • Peñón de Vélez de la Gomera — oggi collegato alla costa marocchina da un istmo di sabbia, spagnolo dal 1508.
  • Peñón de Alhucemas — isolotto fortificato spagnolo dal 1559.
  • Islas Chafarinas — tre isole disabitate a 4 km dalla costa marocchina, di fronte a Ras el Ma (vicino a Nador) che sono territorio spagnolo dal 1848, quando la Spagna le occupò per impedire che la Francia le prendesse durante l’espansione coloniale in Algeria (pensa un po' rubare e colonizzare la terra di altri per salvarla da un altro ladro colonizzatore).
  • E, infine, il micro-isolotto roccioso, disabitato di Isla de Perejil (Leila in arabo), grande appena 0,15 km², situato a circa 200 metri dalla costa marocchina.
  • Oltre a tutto ciò, c'è da dire anche che la Spagna, ancor oggi, mantiene formalmente il controllo dello spazio aereo sopra la regione a sud del Marocco, corrispondente al territorio conteso del Sahara Occidentale.
    Nonostante le forti pressioni e i tentativi di negoziazione da parte del governo marocchino per ottenerne la gestione amministrativa, la situazione geopolitica e istituzionale è bloccata da specifici passaggi legislativi e internazionali:
    A livello internazionale, l'Organizzazione Internazionale dell'Aviazione Civile (ICAO) assegna la gestione di questo spazio aereo (regione di informazione di volo - FIR) alle torri di controllo spagnole delle Isole Canarie.
    Sebbene il governo di Pedro Sánchez abbia avviato nel 2022 una fase di riavvicinamento diplomatico con Rabat (riconoscendo il piano di autonomia marocchino per il Sahara Occidentale come base solida), il Parlamento di Madrid si è opposto formalmente alla cessione. La Commissione Affari Esteri del Congresso spagnolo ha bloccato il trasferimento del controllo dello spazio aereo al Marocco, richiedendo massima trasparenza e un dibattito parlamentare.
    La gestione dello spazio aereo rimane uno dei nodi irrisolti (insieme alla delimitazione delle acque territoriali e ai controlli doganali nelle colonie di Ceuta e Melilla) tra i due paesi, in un contesto in cui il Marocco continua a esercitare pressioni sui confini per vedere pienamente riconosciuta la propria sovranità sull'area.

    Dal punto di vista genetico...

    Dal punto di vista genetico, recenti ricerche hanno attestato che la popolazione marocchina oggi presenta una composizione genetica complessa e stratificata, risultato di secoli di interazioni tra gruppi diversi. La componente dominante è berbera (amazigh), riconoscibile in marcatori come E-M81 e U6, che costituisce la base genetica più antica del paese.
    L’apporto arabo, pur culturalmente molto influente, risulta geneticamente minoritario e si attesta in media tra il 10% e il 20%.
    Nel nord del Marocco è significativa la presenza di linee andaluse, eredità delle migrazioni di musulmani e moriscos provenienti dalla penisola iberica tra XV e XVII secolo, che introducono marcatori europei come R1b e H.
    Infine, una componente sub-sahariana, antica e non legata a migrazioni moderne, è presente soprattutto nel sud e nelle regioni sahariane.

    Nel complesso, le ricerche mostrano che i marocchini sono il risultato di un mosaico genetico unico nel Mediterraneo, dove la base amazigh si combina con contributi arabi, iberici e africani in proporzioni variabili secondo le regioni. Le uniche componenti europee sono legate all'eredità andalusa.

    Inutile dire che anche le ricerche genetiche sulla popolazione delle colonie spagnole in Marocco rispecchia la realtà maghrebina del paese.
    Sebbene infatti la base genetica dominante è iberica, (condivisa con le popolazioni dell’Andalusia e dell’Estremadura), vi è con un contributo significativo nordafricano, soprattutto di origine marocchina e berbera (amazigh), riflesso nei marcatori tipici del Maghreb come E-M81 e U6. Le analisi autosomiche indicano che una parte crescente della popolazione presenta profili genetici simili alle regioni marocchine del Rif e di Tetouan, coerenti con l’elevato numero di residenti nati in Marocco e con le naturalizzazioni degli ultimi decenni.
    È presente anche una componente mediterranea meridionale (iberica, fenicia, romana) e una quota minore ma rilevabile di linee sub-sahariane, antiche e non legate a migrazioni recenti.

    Il Marocco oggi

    Oggi il Marocco attuale raggruppa in sé tutta l’eredità storica, geografica, politica, religiosa, multietnica, multitradizionale del territorio storico chiamato appunto “Marocco”.
    Non si può dire, quindi, che non sia mai esistito un Marocco prima della colonizzazione europea e non si può dire che Ceuta e Melilla siano storicamente spagnole.

    L'eredità marocchina in Spagna

    A livello storico e culturale c'è più Marocco in Spagna con circa 781 anni, dal 711 al 1492 di Regno Andaluso, che non monarchia iberica in Spagna (e colonie varie) con circa 547 anni (dal 1479 ad oggi).
    Inoltre, è indubbio che il lascito storico islamico-marocchino in Andalusia ha inciso sulla Spagna con una profondità culturale, architettonica e scientifica tale da mettere ben in ombra ciò che gli spagnoli hanno lasciato in Marocco: praticamente nulla a parte l’occupazione indebita.
    La colonizzazione spagnola di Ceuta e Melilla è da inquadrarsi infatti come un'occupazione di un paese nemmeno confinante, del quale non vi è alcuna plausibile giustificazione o ragione, semmai il contrario, il Marocco stesso avrebbe teoricamente più possibili diritti di rivalsa sul territorio spagnolo dell'Andalusia, che non la Spagna che non è mai stata in massa in Africa.

    L'eredità moresca andalusa berbera araba marocchina vive ancor oggi negli spagnoli di oggi, nella musica, nella scienza, nella matematica, nell'architettura, nella genetica, nella lingua.

    Parole, nella lingua spagnola, come: Ojalá (che in spagnolo può significare: "Magari!", "Speriamo che...", "Vorrei che...", "Se Dio vuole…"), deriva dall'arabo "in sha' Allah".
    Il nome della penisola "Gibilterra" (oggi colonia inglese dal 1704), deriva proprio dall'arabo "Jabal al-Tariq", "la montagna del generale berbero Tariq ibn Zyad", appunto).
    Addirittura il nome "Cirenaica", che sta ad indicare il territorio orientale dell'attuale Libia, deriverebbe da un'antica guerriera berbera cacciatrice di leoni "Cyre", nota per aver dato protezione agli antichi greci colonizzatori di questo territorio africano.

    Ancor oggi, le chiese cattoliche spagnole conservano ossa moresche sotto i loro marmi, i ritmi dello spagnolissimo flamenco sono nati da una fusione di tradizioni africane, arabe, gitane; migliaia di parole spagnole (e anche italiane) hanno origini arabe e nessun re spagnolo ha mai distrutto le bellezze architettoniche moresche dell'Andalusia che ancor oggi richiama turisti da tutto il mondo.

    Fonti e approfondimenti:


     

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