Il concetto di Jihād nell'Islām - Oltre il mito della violenza: cosa dicono davvero i versetti di guerra del Corano - Analisi Filologica, contestuale, storica e applicazione contemporanea - I due aspetti del jihād - il concetto di abrogato e abrogante

L'Islam politico e il mito del jihād. Il jihād spirituale e interiore, parte predominante della vita di un musulmano. La corretta interpretazione dei versetti sul jihād. Il ridimensionamento spirituale di un concetto, sebbene tradizionalmente islamico, ma che non fa nemmeno parte dei pilastri dell'Islām. I versetti contestati e il concetto di abrogato e abrogante.

17 marzo 2016 - autore: Redazione
Ultimo aggiornamento: 09 ottobre 2026

Basmala
Nel nome di Dio Il sommamente Clemente, il sommamente Misericordioso

Salam
La pace, la Misericordia, e le benedizioni di Dio siano su di voi

Il concetto di jihād

La parola jihād nell'immaginario collettivo occidentale (ma non solo) richiama, quasi esclusivamente, alla cosiddetta "Guerra Santa", con un chiaro riferimento alle guerre, formalmente proclamate, in nome della religione, in particolare, alle Crociate, in quanto promulgate dalla Chiesa romana dell'epoca. Si da il caso non sia proprio così, andiamo ad approfondire.

Innazitutto, non è comunque possibile fare un parallelo stretto fra il concetto coranico di jihad con ciò che sono state le Crociate. Così come molte parole arabe vengono riassunte e decontestualizzate concludendo in diversi significati che fra di loro spesso risultato antitetici, sta all'esegesi moderna formulare una quanto più chiara e semplice interpretazione dello stesso termine, in una determinata sura, che trova spazio in quel determinato contesto storico e cronologico della rivelazione (Asbāb an-Nuzūl).

La parola jihād, come tutte le parole arabe deriva dalla sua radice triletterale. Nel Corano la cui radice triletterale (J.H.D - jīm hā dāl) compare 41 volte: 4 in forma di sostantivo jihād, 27 in forma di verbo jāhada, 1 volta come sostantivo juh'd, 5 volte come sostantivo verbale jahd e 4 volte come participio attivo mujāhidīn (coloro che preseguono il jihād, ovvero letteralmente, coloro che si impegnano).

Occore innazitutto distinguere ciò che all'epoca del Profeta poteva significare una parola così complessa come jihād e come potesse venir interpretata una volta pronunciata dal Messaggero alla comunità, da ciò che oggi può significare tale termine e da ciò scaturisce la distinzione fra tempo della divisione fra dār al-Islām (ovvero territorio sotto il dominio islamico) e dār al-harb (territori di guerra), le cui regole islamiche di convivenza e comportamentali cambiano. Questa distinzione oggi è del tutto superata a fronte di una una totale diffusione di fedeli musulmani in tutto il globo e della fine dell'era califfale delle conquiste. Inoltre bisogna anche tener presente che in arabo esistono altri termini per esprimere il significato di guerra (harb) o lotta (qitâl).

Detto ciò, di queste 41 volte, a parte alcuni casi particolari che potremmo tradurre con: (trovare il necessario, ricavarne il bisogno, la necessità, giuramenti solenni), solo in 19 occasioni potremmo interpretare il sostantivo, il verbo o il participio come sommariamente e vagamente legata al concetto di "combattere per Dio", ma il significato più generico ad ampio spettro è sempre quello di "sforzo volto al conseguimento di un obbiettivo e al compacimento Di Dio". Corrispondente al verbo inglese "engage" o "undertake". 

Di queste 19 circostanze ricaviamo alcuni significati:


    • In (Corano Al-Furqān 25,52) il senso di "lotta" o "combattimento", o "sforzo" (wajāhid'hum bihi jihādan) contro i miscredenti (l-kāfirīna), è non violento, in quanto, anche se non vi è scritto esplicitamente, la maggioranza dei commentatori vi legge un chiaro riferimento al senso verbale della predicazione.
    • In (Corano Al-'Ankabût 29,8 e Luqmân 31,15) il senso di jāhadāka deve intendersi come "sforzarsi contro qualcuno", "far pressione su qualcuno", "convincere qualcuno".
    • In (Corano At-Tawba 9,41, 9,88, Al-Hujurât 49,15 e As-Saff 61,11) il verbo assumere un carattere più militaresco "combattere con i propri beni (anche con armi leggere o pesanti, ma potrebbero anche essere ricchezze dell'aldilà) e con la propria persona sul sentiero (o sulla Via) di Dio" (jāhada fi sabīli-llāh). Da tener presente comunque, che il versetto At-Tawba 9,41 è stato abrogato dal versetto dal versetto versetto At-Tawba 9,91 impone prima di tutto il bene e l'indulgenza.
    • Infine, in (Corano At-Tawba 9,73 e At-Tahrîm 66,9) in senso "combattere/sforzarsi contro gli infedeli e contro coloro che insistono nel farci ritornare agli idoli ed essere duri contro coloro che hanno tradito i patti", conformemente a (Corano Al-'Anfâl 8,57-59).

    Da tener presente che la sûra At-Tawba 9 è molto particolare. La tradizione vuole che sia l'ultima rivelata, in particolare durante e in occasione della cosiddetta spedizione di Tabûk, che vide l'incursione preventiva (o difensiva) di alcuni musulmani allo scopo di neutralizzare le tribù del Nord della penisola arabica ostili al messaggio del Profeta e pronte a marciare su Mecca alla sua riconquista. Nel versetto At-Tawba 9,73, inoltre, la voce verbale jāhid (traducibile con "combattenti"), non è seguita la consueta formula fi sabīli-llāh (sulla Via di Dio), assumendo, quindi, il significato abbastanza generico di impegno o sforzo, che, nel caso specifico, assume il senso di resistere alle pressioni dei propri familiari verso il ritorno all'dorazione degli idoli, allo stesso modo (Corano Al-'Ankabût 29,8). Inoltre, sulla base del contenuto del versetto seguente, (Corano At-Tawba 9,74), la durezza con cui si rende necessario rivolgersi agli arabi definiti come "ipocriti" (munāfiqūn),è dovuta alla radicata resilienza che molti di loro avevano

    Canonicamente parlando, si può dire che nella tradizione islamica esistono due tipi di jihād:

    • il jihād al-ākbar (grande jihād o jihād superiore), che è la lotta contro il male e le passioni dell'Io, che sono dentro di noi al fine del raggiungimento della purificazione spirituale e della compiacenza dell'Altissimo.
    • e poi c’è il jihād as-asghar, (ovvero piccolo jihād o jihād inferiore), che è la lotta per la preservazione dell’Islām e la sua lecita diffusione, in alcuni casi, fino allo sforzo militare (entro determinate condizioni).

    Questa esplicita distinzione, assolutamente assente nel Testo coranico, fa riferimento essenzialmente ad un hadīth della Sunna riportato dall'imām Bayhaqī e da al-Khatīb al-Baghdādī, benché il suo isnād (la catena di tradizioni che può ricondurre sino alle parole di Mohammad) sia classificato come "debole".

    Il carattere bellico o comunque militare del piccolo jihād viene moderatamente attenuato e rivisto in chiave moderna da molti intellettuali musulmani (e non), valorizzando maggiormente il jihād superiore, come atto di autopurificazione contro il male che si trova in ogni uomo, quale unico jihād attuabile oggi.

    Il jihād, infatti, è per lo maggior parte un jihād, ovvero un impegno, uno sforzo, una lotta interiore e spirituale verso il distacco mentale dalle futilità e superificialità dela vita, verso il raggiungimento del compiacimento dell'Altissimo nel seguire il Suo Messaggio, il jihād non è altro che uno sforzo spirituale del singolo individuo per migliorare sé stesso, inteso in senso spirituale ma anche intellettuale, per mezzo dello studio e alla comprensione del Corano e della Sunna.

    Oltre al fatto che il jihād è anche uno sforzo e un impegno fisico e mentale per affrontare la quotidianità degli eventi che ci circondano. Ogni giorno è un jihād, anche solo accompagnare i figli a scuola, fare da mangiare, lavare, pulirsi, lavorare, prendersi cura dei genitori anziani, come il profeta ordinò di fare a un giovane, invece di unirsi a una campagna militare (narrato da Bukhari, Muslim, Abu Dawud al-Sijistani, al-Tirmidhī e al-Nasā'ī).

    Ogni giorno è inevitabilmente impegno e questo impegno, se fatto con sana intenzione (niyya), rispettando i fondamenti della religione, è pienamente conforme al significato coranico di jihād.

    JihadIl jihād coranico, quindi, non è certamente solo spirituale, esiste un jihād di combattimento, (impropriamente chiamato "offensivo"), certo, ma non deve essere inteso mai in senso generalizzato e rappresenta, oggi, più che altro una resistenza, una lotta contro l'oppressione, più che una guerra volontaria. Potrebbe esser paragonato al servizio militare in difesa del territorio o in missione, oppure piuò esser inteso nei termini di difesa personale, come l'apprendimento di una disciplina di arte marziale, ad esempio. Inoltre, quantitativamente parlando il cosiddetto jihād minore (ovvero quello della lotta attiva) rappresenta decisamente una piccolissima porzione dei molteplici e profondi significati coranici di tale termine.

    Alcuni commentatori pongono a sostegno di un jihād armato generalizzato nel senso di harb, (guerra) o qitâl, (lotta), tutta una serie di vesetti, come ad esempio: (Corano medinese Al-Mumtahana 60,1-2), a favore di una lotta (anche fisica) contro la miscredenza:



"...Oh credenti, non prendetevi per alleati il Mio nemico e il vostro, dimostrando loro amicizia, mentre essi non hanno creduto alla verità che vi è giunta e hanno scacciato l'Inviato e voi stessi, solo perché credete in Allah vostro Signore. Se siete usciti
[kharajtum] in combattimento [jihādan - nella lotta] per la Mia causa [sabīlī - la Mia Via], bramando il Mio compiacimento, pensate di poter mantenere segreta la vostra relazione con loro, mentre Io conosco meglio [di chiunque altro] quel che celate e quel che palesate? Chi di voi agisse in questo modo si allontanerebbe dalla retta via.
Se vi incontrano in qualche luogo, saranno vostri nemici, vi aggrediranno con le loro mani e le loro lingue e si augureranno che diveniate miscredenti..."
(Corano medinese Al-Mumtahana 60,1-2 trad. Hamza Piccardo)

Inutile dire che l'esegesi semplicistica di questi versetti che vuole far emergere il jihād fisico e armato generalizzato è del tutto fuori luogo, assai priva di contestualizzazione. Il versetto 60,1 rappresenta, infatti, una delle sole 4 volte, in tutto il Corano, in cui viene citato il jihād come sostantivo.

Prima di tutto, questa sura (Corano Al-Mumtahana 60) venne rivelata dopo che Mohammad e la sua comunità partirono per conquistare Mecca e uno di loro, di nome Hatib bin Abi Balta‘ah, li tradì, avvisando i meccani dell'imminente attacco, poiché aveva parenti a Mecca. Hatib era un veterano della battaglia di Badr, per cui Mohammad da subito rifiutò la richiesta di 'Umar di ucciderlo, anche se egli venne aspramente rimproverato per aver preso, come suoi amici, i nemici di Allah (Corano Al-Mumtahana 60,1) e che, per lui, non sarà possibile l'intercessione dei i suoi parenti nel Giorno del Giudizio (Corano Al-Mumtahana 60,3). Questo rappresenta un monito ai musulmani in generale, nel fare come ha fatto il profeta Abramo rigettando il credo pagano dei suoi parenti (Corano Al-Mumtahana 60,4). Anche qui, non si tratta necessariamente di combattimento militare di una lotta, un impegno sulla Via di Allah.

Qitāl e Harb non sono jihād - Regole di condotta nei conflitti

Vi sono altri versetti che esortano a combattere, ma non si parla di jihād, bensì di qitāl, ovvero combattimento e Harb (guerra), che di per sé non ha nulla a che fare con la religione, ma si inserisce nel contesto storico e politico della penisola arabica ai tempi del Profeta e ne fissa le regole.

La tradizione islamica più antica, inoltre, ricorda che il conflitto può avvenire soltanto come risposta a un attacco grave, come ad esempio una invasione che comporta la cacciata dei musulmani dalle proprie terre e proibisce espressamente di attaccare donne, bambini, anziani ed edifici civili nel corso di una campagna militare. I prigionieri devono essere trattati con onore e rispetto, non possono essere né schiavizzati, né forzati a convertirsi e devono essere rilasciati al termine del conflitto.

Vietato tagliare alberi, inquinare le acque, usare il fuoco come arma contro le genti.

Anche la spartizione del bottino ha regole severe.

I musulmani devono, inoltre, accettare la pace o la tregua quando il nemico la propone. Divieti e regole queste che valgono sempre, quale norma di condotta islamica, originata dai tempi del Profeta, nelle incursioni e nelle battaglie.

L’analisi linguistica dei verbi impiegati nei versetti bellici rivela una distinzione morfologica fondamentale. Il Corano utilizza due forme verbali della radice (q-t-l):

  • (qātilū) – forma III, che indica combattimento reciproco, non aggressione unilaterale, cioè un conflitto bilaterale in un contesto di guerra, (Forma III indica reciprocità: cfr. Wright, Arabic Grammar, vol. II).
  • (uqtulū) – forma I, che significa uccidere, ma sempre riferito a combattenti nemici in un contesto bellico (Forma I indica azione unilaterale: cfr. Wehr, Dictionary of Modern Written Arabic).

Questa distinzione impedisce di interpretare i versetti come un mandato di violenza indiscriminata contro i non credenti.

Inoltre, (Corano medinese Ash-Shûrâ 42,39), specifica espressamente che il combattimento (qitāl), (non il jihād), è destinato esclusivamente a "coloro che si difendono quando sono vittime dell'ingiustizia". Solamente  l'autodifesa (nel più ampio senso dell'espressione) rende la guerra lecita per i musulmani.


"...Combattete (waqātilū) per la causa di Allah (fi sabīli l-lahi) contro coloro che vi combattono (yuqātilūnakum), ma senza eccessi (taʿtadū), ché Allāh non ama coloro che eccedono l-muʿ'tadīna)..." (Corano medinese al-Baqara 2,190)

Il termine taʿtadū (eccessi) deriva dalla radice (' d w) che dà origine a tutta una serie di significati legati ai concetti di trasgredire, eccedere, inimicizia, nemico, ostilità, estremismo. La guerra, quindi, se inevitabile, non deve essere condotta con efferatezza, ingiustizia, né crudeltà. Questo esclude, a priori, anche l'estremismo, il radicalismo.


"...Vi è stato ordinato (o prescritto - kutiba) di combattere (l-qitālu), anche se non lo gradite . Ebbene, è possibile che abbiate avversione per qualcosa che invece è un bene (khayrun) per voi, e può darsi che amiate una cosa che invece vi è nociva. Allah sa e voi non sapete..."
(Corano medinese al-Baqara 2,216)

Mentre è proprio la Sunna che conferma in un hadith, l'illiceità delle operazioni suicide :

«Chiunque deliberatamente si getti da una montagna uccidendosi, starà nel Fuoco (nell'Inferno islamico), eternamente cascandovi dentro e rimanendovi in perpetuo; e chiunque beva veleno per uccidersi lo porterà con sé e lo berrà nel Fuoco, dove rimarrà per sempre; e chiunque si uccida col ferro porterà con sé quell'arma e con essa si pugnalerà l'addome nel Fuoco dove rimarrà in eterno» (Sunna - Bukharī (7:670))

Versetti "sulla guerra" messi in discussione

Nell’interpretazione dei testi sacri, come il Corano e la Bibbia, è necessario distinguere due livelli di riferimento.
Il primo è un piano universale, rivolto a una platea ampia di credenti (e non solo), in cui vengono espressi principi etici, insegnamenti spirituali e narrazioni che mantengono validità permanente.
Il secondo è un piano storico-contestuale, che si rivolge al Profeta o alle comunità dell’epoca e descrive comportamenti, norme o situazioni specifiche legate a circostanze concrete.
Per una comprensione corretta, questi passaggi devono essere letti nel loro contesto storico, linguistico e sociale: solo così è possibile distinguere ciò che ha valore universale da ciò che risponde a esigenze contingenti del tempo in cui è stato rivelato.


Esempio di immagini della propaganda islamofoba che circolano in rete che citano in maniera del tutto errata alcuni versetti del Corano

Le sommarie e superficiali letture (a volte volutamente strumentali, maliziose e faziose) di questi versetti portano solamente a rappresentazioni propagandistiche scorrette, tagliando i versetti per farli sembrare violenti, rimuovendo il contesto storico essenziale, manipolando la traduzione di termini chiave, ignorando i limiti etici presenti nel testo e attribuiendo al testo significati incompatibili con la tradizione giuridica islamica.

I versetti del Corano che trattano il tema della guerra rappresentano uno dei campi più discussi dell’esegesi islamica contemporanea. La loro interpretazione è spesso oggetto di controversie, soprattutto in ambienti non specialistici, dove estrapolazioni e letture decontestualizzate alimentano narrazioni ostili verso i musulmani.
Un’analisi accademica richiede invece un approccio multilivello: filologico, storico e giuridico. Solo integrando questi tre piani è possibile comprendere la funzione originaria di tali versetti e contrastare le distorsioni che generano sentimenti di ostilità e incomprensione.

Il quadro storico: persecuzione, autodifesa e trattati violati

I versetti di guerra non sono testi normativi astratti, ma risposte a eventi storici specifici. Le fonti della Sira e dei Maghāzī, insieme ai tafsir classici, collocano tali versetti in tre contesti principali:

  • La PERSECUZIONE dei musulmani a Mecca: torture, confisca dei beni, impedimento del culto, (Tabari, Tafsir, ad 2:193; Ibn Kathir, Tafsir al-Qur'an al-'Azim, ad 8:39).
  • Le BATTAGLIE DIFENSIVE a Medina: Badr, Uhud e altri scontri in cui i musulmani erano militarmente attaccati (Ibn Ishaq, Sirat Rasul Allah, cap. sulle persecuzioni meccane).
  • La VIOLAZIONE DEI TRATTATI: in particolare il Trattato di Hudaybiyyah, infranto da tribù alleate dei Quraysh (Tabari, Tafsir, ad 8:12; Ibn Kathir, ad 47:4).

In nessun caso i versetti nascono come strumenti di espansione religiosa forzata o come condanna della miscredenza in sé.

Esegesi dei versetti al-Baqara 2,190,191, 192 e 193

Tra i versetti maggioramente messi in discussione troviamo i seguenti:



"...Uccideteli (wa-uq'tulūhum) ovunque li incontriate, e scacciateli (wa-akhrijūhum) da dove vi hanno scacciati (akhrajūkum): la persecuzione (o l'oppressione wal-fit'natu) è peggiore dell'omicidio (l-qatli). Ma non attaccateli vicino alla Santa Moschea (Al-Masjid Al-Haraam), fino a che essi non vi abbiano aggredito. Se vi assalgono (qātalūkum), uccideteli (fa-uq'tulūhum). Questa è la ricompensa dei miscredenti (l-kāfirīna).
Se però cessano, allora Allah è perdonatore, misericordioso..."

(Corano medinese al-Baqara 2,191-192)

E qui è fondamentale capire il seguente concetto espresso chiaramente in questi versetti: NON autorizzano guerra offensiva, ma definiscono regole di autodifesa, con limiti etici e un contesto storico preciso (la persecuzione meccana e la battaglia di Badr).

Contesto storico (asbāb al-nuzūl): I versetti furono rivelati a Medina, dopo anni di persecuzioni a Mecca (610–622 d.C.): confisca dei beni, torture, espulsione dei musulmani. Il comando riguarda la prima autorizzazione alla difesa armata.
La maggior parte dei mufassirūn (commentatori) classici (Ibn Kathir, al-Tabari) collegano questi versetti alla fase immediatamente precedente alla Battaglia di Badr (624 d.C.). I Quraysh avevano espulso i musulmani da Mecca, stavano preparando un attacco a Medina e i musulmani erano numericamente inferiori e senza alleanze.

L'analisi linguistica del versetto 2,190 ci ha già portato prima a considerare il termine "Combattete (waqātilū)" sempre legato all'autodifesa, ovvero "contro coloro che vi combattono (yuqātilūnakum)" e, inoltre, con la chiara raccomandazione "senza eccessi (taʿtadū)".
“Lā ta'tad#363;” significa “non oltrepassate i limiti”. Sull'interpretazione di tali vincoli, Ibn 'Abbās, al-Hasan al-Basrī e altri elencano di seguito:

  • non uccidere civili, donne, bambini, anziani;
  • non mutilare;
  • non distruggere colture o animali senza necessità;
  • non uccidere monaci o religiosi non combattenti;
  • il conflitto deve essere bilaterale.

Nei successivi versetti, (al-Baqara 2,191-192), ritroviamo il verbo "Uccideteli (wa-uq'tulūhum)", dalla stessa radice "qtl", precisando, però di scacciarli “da dove vi hanno scacciato”: un chiaro riferimento diretto all’espulsione dei musulmani da Mecca e che lega l'autodifesa, anche con l'uccisione all'epoca, alla cacciata, alla repressione e alla caccia dei musulmani da Mecca da parte delle tribu' dei Quraysh, (che a sua volta impedivano il ritorno a Mecca), ma non solo.
Oltre a questo, “non combatteteli presso la Sacra Moschea finché non vi attaccano” che conferma che si tratta di difesa. Espressione idiomatica semitica che indica intensità della difesa, non caccia indiscriminata.

Il termine "fītna"

Inoltre il versetto 2,191 introduce, in questo contesto, il concetto di "fītna" (wal-fit'natu), che troveremo anche in altri versetti come Al-'Anfāl 8,39. Anche questo di tratta di un termine chiave, troppo spesso frainteso: nei tafsir classici non significa “miscredenza”, bensì persecuzione, tortura, oppressione religiosa, tentazione, sedizione, disordini sanguinosi, guerra civile.
Il termine fītna qui significa persecuzione religiosa, non “disordine” generico.
Più in generale, «Discordia» (fītna) significa anche "tentazione", ma il campo semantico della parola si estende alla sedizione, ai disordini sanguinosi, alla guerra civile. Secondo i commentatori, si intende qui, come anche in 8,39, la persecuzione pagana, che minaccia di fare vacillare il morale dei credenti per costringerli ad abiurare, a ritornare alla miscredenza, il che, per questi nuovi convertiti, sarebbe appunto una tentazione; più in generale, il versetto alluderebbe a tutte le forme di opposizione contro il movimento religioso iniziato da Muhammad.

I versetti 2:190–192 costituiscono il primo "codice di guerra" del Corano, fondato su quattro principi base:

  • Autodifesa contro aggressione reale, resistenza alla persecuzione (al-Baqara 2,190 e 191 e 193);
  • Etica e proporzionalità del combattimento (divieto di eccessi, di colpire civili, monaci, anziani), (al-Baqara 2,191);
  • Cessazione immediata quando il nemico smette, (al-Baqara 2,192).
  • Protezione dei luoghi sacri, (al-Baqara 2,191)

I versetti 2:190–192 del Corano non costituiscono un mandato alla violenza indiscriminata. Essi rappresentano la prima regolamentazione della difesa armata in un contesto di persecuzione reale, definendo limiti etici stringenti, la protezione dei civili e l’obbligo di cessare immediatamente le ostilità quando l’aggressore interrompe l’attacco.
La frase "uccideteli ovunque li incontriate" non è un comando universale, ma una risposta alla persecuzione meccana e all’espulsione dei musulmani dalla cità santa.
Le rappresentazioni propagandistiche che circolano online sono metodologicamente scorrette: omettono il contesto storico, manipolano la terminologia chiave e utilizzano immagini violente per generare ostilità.
Una lettura rigorosa dei testi sacri richiede invece un approccio fondato su analisi storica, filologica e giuridica, coerente con la tradizione interpretativa classica.
Le letture che presentano questi versetti come "espansionisti" non sono sostenute dai tafsīr classici, né dalla filologia.


"Li combatterete (waqātilūhum) fino a che non ci sarà più scandalo (fit'natun) e la religione sarà quella di Dio, ma se desisteranno, in tal caso non vi sia più inimicizia ('ud'wāna), solo nei confronti dei colpevoli (l-zālimūna)".
(Corano medinese al-Baqara 2,193 traduz. Ida Zilio-Grandi)

Esegesi dei versetti Al-'Anfāl 8,12 e 8,39 e 8,65


"Ricorda quando il tuo Signore ha rivelato agli angeli: «Io sono con voi, rendete saldi i credenti, nel cuore dei miscredenti (kafarū). Io getterò il terrore, colpiteli, (fa-id'ribū) sulla nuca, colpite (wa-id'ribū) loro ogni articolazione»".
(Corano medinese Al-'Anfāl 8,12 traduz. Ida Zilio-Grandi)

Contesto storico: La sura Al-'Anfāl è stata rivelata dopo l’egira (622 d.C.), subito dopo la sura 2, (eccetto per i vv. 30-40), che risalgono all’ultimo periodo meccano della missione di Muhammad.
Per gli orientalisti, al contrario, tutta la sura è medinese, ma certi versetti, dal 45 al 50, sono successivi alla battaglia di Badr (624), nella quale i musulmani, esiliati a a Yathrib (Medina), affrontarono, vincendo, uno schieramento proveniente dalla Mecca tre volte più grande del loro.

Analisi linguistica: la radice triletterale "d, r, b" (daraba), oltre che "colpire" può essere usata per indicare l'atto di "scioperare", "stabilire (anche nel caso in cui sia Dio ha definire determinate azioni)", "proporre", "viaggiare", "andare avanti", "superare", "presentare" e nonostante ricorra 58 volte nel Corano, soltanto 4 volte indica il gesto di "colpire".
In questo caso, si tratta di una sorta di decalogo di tecniche di combattimento, dove la prima esortazione significherebbe sferrare un colpo mortale (non potendo colpire il cuore in quanto protetto da un'armatura), mentre la seconda servirebbe a sferrare un colpo che disarmi l’avversario consentendo di farlo prigioniero.

Nei commentari dei primi grandi esegeti del Corano, troviamo alcune note secondo cui Ibn Kathir riteneva le azioni descritte in questo versetto valide "solo in battaglia" e nel Tafsir di Qurtubi si specifica che, anche in battaglia è "vietato mutilare".


"Combatteteli (waqātilūhum) finché non ci sarà più discordia (fit'natun) e il culto (l-dīnu) sia interamente reso a Dio, ma se la smetteranno, ebbene, Dio è attento a quel che fanno".
(Corano medinese Al-'Anfāl 8,39 traduz. Ida Zilio-Grandi)

Contesto storico: Innazitutto, il versetto 8,39 è legato al precedente 8,38 nel quale, alla luce della vittoria nella battaglia di Badr, viene posta dall'Altissimo, una solenne esortazione nei confronti dei politeisti che non hanno compreso il messaggio del Dio Unico, trasmesso dal profeta Muhammad che, se desisteranno "sarà loro perdonato il passato", ma se contineranno, il monito è quello che "dietro di loro c'è l’esperienza degli antichi", ovvero il ricordo dei castighi che Allah impose ai popoli che rifiutarono i Suoi ordini.
Il versetto evidenzia quindi la rottura consumata tra Muhammad e i suoi compatrioti pagani: una lunga guerra ormai opporrà i due campi, una guerra che assesterà un colpo mortale al vecchio culto dell’Arabia preislamica. Per i musulmani, il combattimento contro i pagani era questione di vita o di morte per l’Islam.
Questi versetti si riferiscono specificatamente ai politeisti dell'epoca, tanto che il versetto 8,39 alcuni lo traducono con "finché non ci sia più politeismo"
Quindi, dopo aver esortato i politeisti, (non i cristiani o gli ebrei) a comprendere il messaggio del Profeta, dopo aver esortato i musulmani a perdonarli nel caso di redenzione e ravvedimento, dopo aver intimato il ricordo del castigo divino degli antenati, allora e, solo allora, interviene il verbo "qātilū" nella forma III, che indica il combattimento reciproco, non l'aggressione unilaterale, mai.

Nella sua accezione derivata, il termine fītna si utilizza per designare nella storia musulmana i momenti sanguinosi che lacerarono la comunità primitiva e portarono ai grandi scismi: kharijismo e sciismo. «Il culto sia interamente reso a Dio»: la parola "l-dīnu", tradotta in 8,39 con «culto», esprime spesso qualcosa di più delle semplici devozioni rese a Dio; per i commentatori, implica la legge islamica nel suo significato più ampio, spirituale e temporale, quindi obblighi etici e sociali, fede, giustizia, ecc.
L’espressione, che si ritrova in un contesto simile anche in 2,193, significa quindi: «affinché regnino dappertutto la giustizia e la fede in Dio». «Ebbene»: identica sospensione del versetto precedente, di cui è il proseguimento implicito: le ostilità contro di loro cesseranno. Il senso è: la persecuzione che impedisce la fede è peggiore dell’uccisione, perché annienta la libertà spirituale.


"(yāayyuhā) Profeta, sprona i credenti (harridi l-mu'minīna)alla battaglia (l-qitāli). Se tra voi ci sono venti uomini pazienti (sābirūna), ne vinceranno duecento e se tra voi ce ne sono cento, vinceranno (yaghlibū) mille di quelli che non hanno creduto (kafarū), è gente (qawmum) che non comprende nulla (lā yafqahūna)".
(Corano medinese Al-'Anfāl 8,65 traduz. Ida Zilio-Grandi)

Contesto storico: Questo versetto e il successivo 8,66, (che, secondo alcuni abrogherebbe il 8,65), richiamano chiaramente il passo biblico: «Cinque di voi ne inseguiranno cento, cento di voi ne inseguiranno diecimila e i vostri nemici cadranno dinnanzi a voi colpiti di spada» (Lv 26:8).
Si tratta sempre delle norme comportamentali relative alla battaglia di Badr.

Analisi linguistica: il versetto inizia con una invocazione (yāayyuhā) che possiamo trovaresolamente qui e tradotta generalmente con "Oh...", oppure viene spesso omessa. Il verbo nella forma imperativa (harridi) è traducibile con "sprona!", "esorta!", "incita!" o "mobilita!", "urge!", così come "incoraggiare" o "sollecitare" (si veda anche Corano 4,84) ed è usata raramente, in tutto il Corano l'uso della radice di riferimento h,r,d è utilizzata solo tre volte, tra cui una (haradan) per indicare un "malato terminale" o "gravemente malato" o "estremamente vecchio", in riferimento alla storia del profeta Giuseppe (Corano Yūsuf 12,85), come se l'urgenza della mobilitazione fosse comunque legata al tempo che incalza.
Mentre il fatto che si faccia riferimento alla (sābirūna) sta ad indicare quanto la pazienza sia una virtù particolarmente apprezzata nell’Islam anche in battaglia.
Conclude il versetto con "quelli che non hanno creduto (kafarū)" sono, in pratica, coloro che non hanno compreso nulla (lā yafqahūna), dala radice "f,q,h", che alcuni traducono con "privo di intelligenza" (Pickthall) o "senza intelletto" (Yusuf Ali), ma che comunque sta ad indicare un "non compresione", un "non aver capito".

Esegesi dei versetti At-Tawba 9,5 9,6 e 9,29 e la violazione del Trattato di Hudaybiyyah



"Quando poi saranno trascorsi i mesi sacri, ucciderete (fa-uq'tulū) gli idolatri (l-mush'rikīna) ovunque li troverete: catturateli, circondateli, tendete loro delle imboscate. Ma se si pentiranno, se osserveranno la preghiera e pagheranno l’elemosina, lascerete che essi riprendano il loro cammino. Dio è indulgente e compassionevole.
6 Se uno degli idolatri ti chiederà asilo (is'tajāraka), glielo accorderai (fa-ajir'hu) affinché oda la parola di Dio e poi lo rimanderai a un luogo sicuro per lui. Così sia, perché quella è gente che non sa nulla".

(Corano medinese At-Tawba 9,5 e 9,6 traduz. Ida Zilio-Grandi)

Contesto storico: Violazione del Trattato di Hudaybiyyah (6-9 AH, 628-631 d.C.), stipulato dal Profeta Muhammad con Quraysh di Mecca Egli era partito accompagnato da alcune centinaia di musulmani per compiere una 'Umra (il piccolo pellegrinaggio), ma fu fermato da uno squadrone di cavalleria agli ordini di Khālid Ibn al-Walīd. I musulmani erano praticamente disarmati e, di fronte al rischio di un grande spargimento di sangue, l’Inviato di Allah accettò di fermarsi e stipulare un accordo con i Quraysh.
In base a questa convenzione egli accettava di tornare indietro senza compiere la 'Umra e di restituire i musulmani che dalla Mecca fossero fuggiti a Medina senza il consenso del loro clan. In cambio i politeisti si impegnavano a lasciarli andare in pace e permettere loro di effettuare la 'Umra nell’anno successivo, uscendo dalla Mecca e lasciando la città per tre giorni ai musulmani. Entrambe le parti inoltre stabilirono una tregua di dieci anni. La tregua fu poi violata dai meccani, e ciò liberò il Profeta (pace e benedizioni su di lui) da qualsiasi obbligo nei loro confronti. La Mecca fu investita dalle truppe musulmane nell'VIII anno dall'Egira, e i suoi abitanti si arresero senza combattere.
Il versetto 9,5 è anche chiamato come il «versetto della spada» (āyat al-sayf), perché prescrive il combattimento contro i politeisti, entro determinate regole. Con questo versetto viene definitivamente interdetta la pacifica convivenza con i politeisti.; ma la sua portata è controversa: secondo alcuni, è stato a sua volta abrogato da 47,4.

Analisi linguistica: Dopo una premessa che esclude ogni tipo di conflitto nei cosiddetti "mesi sacri" (l-ashhuru l-hurumu), detti anche "mesi proibiti", nei quali appunto, è severamente proibito muovere guerra, se non per estrema difesa. In (al-Baqara 2,194), troviamo lo stesso concetto riferito però alle autorizzazioni alle ritorsioni dalle offese ricevute.
Gli Arabi all'epoca, già prima dell'Islam, consideravano sacri quattro mesi dell'anno: il primo (muharram), il settimo (rajab), l’undicesimo (dhū l-qa'da) e il dodicesimo (dhū 'l-hijja), durante i quali, appunto, erano sospese tutte le operazioni militari.
Anche qui con il termine "l-mush'rikīna" si intendo i pagani politeisti di Mecca in quell'epoca, che, nelle varie traduzioni italiane del Corano viene formulato in "associatori" (Piccardo); "idolatri" (Bausani) o "politeisti" (Smith).
Sempre in riferimento a questo versetto, nei commentari antichi troviamo alcune note: Tabari riferisce che l'obbiettivo erano esclusivamente le tribù traditrici che hanno fatto saltare l'accordo di Hudaybiyyah, mentre Ibn Kathir e anche Qurtubi concordano su un decalogo di circa 12 condizioni di guerra.
Nel versetto 9,6 si impone il dovere di protezione del proprio nemico o di ogni altro rifugiato di un paese in guerra.


"..Combattete (qātilū) coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, (yadūnūna) tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione (dūna) della verità, finché non versino umilmente ('un Yadin) il tributo (jizya) e siano soggiogati..."
(Corano medinese At-Tawba 9,29 trad. Hamza Piccardo)

(At-Tawba 9,29) è  il versetto più comunemente conosciuto come la prova dell'ordine di muovere guerra contro una parte di tribù ebree e cristiane e sottometterle o con la conversione o con lo status di dhimmi (individui protetti, ma soggetti a pagamento di una tassa pro-capite, la jizya, quale tributo di capitolazione). La questione, però deve esser ben contesualizzata e non può esser vista in senso generalistico.

Sulla base della teoria dell'abrogazione, di cui vedremo in seguito, questo versetto avrebbe abrogato  alcuni precedenti rivelazioni, come ad esempio (al-Baqara 2,62); (Al-Mā'ida 5,69  e 82), dai toni decisamente più morbidi nei confronti delle minoranze di altre fedi, a discapita di una dura presa di posizione enunciata da tale versetto. In realtà, non è così.

Contesto storico: Siamo circa nel nono anno dell'Egira (630 d.C.) Muhammad si preparava per la spedizione di Tabū˜k, contro le tribù del Nord alleatesi con la guarnigione bizantina  dei Romani d'Oriente di Tabûk in Arabia Settentrionale a causa della loro violazione degli accordi stabiliti in passato.

Dobbiamo inoltre fare attenzione ad una cosa: le conseguenze notoriamente attribuite alla rivelazione  di questo versetto sono state alimentate e canalizzate, nel corso degli anni, dalla condotta politica e teologica dell'era califfale. In particolar modo a partire proprio dal cosidetto "Patto di 'Omar" (accordo stipulato tra i musulmani capitanati dal secondo califfo 'Umar ibn al-Khattab e una parte della  "Gente del Libro", segnatamente, cristiani ed ebrei, fra il 634 e il 644, probabilmente nel 637, pervenutoci comunque non prima del 1126 nella versione di Abu Bakr Muhammad ibn al-Walid al-Tartushi).

Tale documento, sebbene lasci ancor oggi molti dubbi sulla sua autenticità, evidentemente dettava condizioni alquanto sfavorevoli alle minoranze religiose in un territorio ormai conquistato pienamente dai musulmani, tanto da considerarlo più come trattato di sottomissione, che come "patto". Ed è anche vero che circolano diverse versioni di questo documento, che differiscono sia nella struttura, nella lingua, che nelle sue stipulazioni.

Secondo questo trattato, i dhimmi, cioè ebrei e cristiani, in seguito alla sconfitta militare bizantina, nella piana dello Yarmuk, sulle alture del Golan, potevano praticare la loro fede nell'area di dominio islamico, ma non dovevano costruire nuoviluoghi di culto, né restaurare quelle distrutte e quelle esistenti non dovevano essere più alte delle moschee. I dhimmi, inoltre, non potevano andare a cavallo, portare armi, far propaganda per il loro credo tra i musulmani, né professare la loro religione in pubblico; inoltre dovevano differenziarsi per la loro lingua e i loro vestiti, oltre al pagamento della jizya, per garantire la propria sicurezza.

Tale "patto", pù recentemente, sarebbe stato applicato dai terroristi del sedicente Stato Islamico nei confronti delle minoranze cristiane di Raqqa, in Siria.

Per quanto riguarda il pagamento della jizya, donne bambini, schiavi, poveri e comunque chiunque si trovi in stato di indigenza erano comunque esenti dal pagamento del tributo.

Una diversa traduzione: Dal punto di vista puramente semantico, esiste comunque anche una traduzione sostanzialmente diversa di tale versetto (At-Tawba 9,29):

"...Combattete (qātilū), tra la gente del libro, coloro [Alladhīna] che non credono in Dio, [...]
Uno per uno ('an yadin)..."

(Corano At-Tawba 9,29 - trad. I. Zilio-Grandi)

Analisi linguistica: La sura At-Tawba è probabilmente la penultima o proprio l'ultima sura rivelata e l'unica sura priva della basmala iniziale e l'esegesi di alcuni suoi versetti non è così semplice come si possa ritenere. Le frequenti interruzioni narrative, almeno fino al versetto 37, hanno fatto pensare alcuni studiosi che questa sura non sia altro che la fusione di due proclami del profeta Muhammad e, per alcuni, addirittura non facesse nemmeno parte del primo corpus coranico.

Il termine "yadin" , (tradotto, in questo caso, a volte con "umilmente", altre con "volontariamente"), nella parte finale del versetto in riferimento al pagamento della jizya, ha fatto discutere molto fra gli esegeti classici e moderni, deriva dal triletterale yā dāl yā, che indica sostanzialmente "le mani" o "mettere la mani avanti", o "porsi davanti".
In molte traduzioni, questo termine non viene neanche tradotto, passando direttamente alla parte seguente finale:   "...siano essi soggiogati (umiliati - wahum sāghirūna)". Indubbiamente lo spostamento del pronome  Alladhīna determina un cambiamento notevole del senso del versetto.

Conclusione sul versetto 9,29: Ciò è indubbio sulla base dell'esegesi di questo versetto, è che il Combattete (qātilū) si riferisce esclusivamente a coloro che non credono in Dio e tradiscono, perseguitano e combattono a loro volta i musulmani (in un combattimento reciproco conformemente agli altri versett che utilizzano lo stesso verbo) e, nello specifico, nella campagna contro Bizantini (Ghassanidi).

La sura At-Tawba e il concetto di Abrogante e Abrogato

La sura At-Tawba, dal carattere prevalentemente militaresco, contiene numerose occasioni di approfondimento sugli aspetti di guerriglia che hanno caratterizzato l'epoca del Profeta. Apparentemente, se presi isolatamente dal contesto, questi versetti possono sembrare molto aggressivi e alquanto poco "religiosi", ma la contestualizzazione porta ad una comprensione dell'esegesi fatta di trattati stipulati fra le varie fazioni, di rispetto verso questi trattati, di provocazioni e di avvertimenti che hanno comportato lo sfociare in azioni belliche. Ma vediamoli nel dettaglio questi versetti.


"...Ecco, da parte di Allah e del Suo Messaggero, un proclama alle genti nel giorno del Pellegrinaggio: “Allah e il Suo Messaggero disconoscono i politeisti. Se vi pentite, sarà meglio per voi; se invece volgerete le spalle, sappiate che non potrete ridurre Allah all'impotenza. Annuncia (bashshir), a coloro che non credono, un doloroso castigo..."
(Corano At-Tawba 9,3 trad. Hamza Piccardo)

"...Fanno eccezione quei politeisti con i quali concludeste un patto*, che non lo violarono in nulla e non aiutarono nessuno contro di voi: rispettate il patto fino alla sua scadenza. Allah ama coloro che [Lo] temono..."
(Corano At-Tawba 9,4 trad. Hamza Piccardo)

In altre traduzioni del versetto 9,3, troviamo "Dio non è responsabile degli idolatri" declinando così gli obblighi implicati dalle alleanze precedentemente stipulate.  Questo comporta che i non musulmani vengono libertati da ogni obbligo cui fossero legati da trattati stipulati con i musulmani e tutti i trattati esistenti vengono ridotti a un periodo di quattro mesi (At-Tawba 9,2), oltre il quale:


"...Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l'orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada. Allah è perdonatore, misericordioso..."
(Corano At-Tawba 9,5)

Il versetto 9,5 è anche chiamato "versetto della spada" (ayat as-sayf) ed è preso a pretesto dagli jihadisti per giustificare la loro contro i politeisti. Tale versetto è assai controverso e molti ritengono che sia abrogato da: (Corano Muhammad 47,4):


"..Quando [in combattimento] incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente. In seguito liberateli graziosamente o in cambio di un riscatto, finché la guerra non abbia fine. Questo è [l'ordine di Allah]. Se Allah avesse voluto, li avrebbe sconfitti, ma ha voluto mettervi alla prova, gli uni contro gli altri. E farà sì che non vadano perdute le opere di coloro che saranno stati uccisi sulla via di Allah.."
(Corano medinese Muhammad 47,4)

In giurisprudenza islamica spesso si parla di "teoria dell’abrogazione del Corano", elaborata essenzialmente durante i primi secolo dell'Egira per risolvere durante i primi secoli dell’egira per risolvere alcune apparenti formulazioni  legislative derivate da versetti coranici. 

Non si tratta, però, di una ben definita teoria, in quanto, nel corso degli anni e nel corso dei vari studiosi che si sono succeduti, più  o meno legati alle varie fazioni politiche e alle situazioni storiche, tale teoria ha subito alcuni adattamenti e sopratutto è stata utilizzata tavolta impropriamente o, in taluni casi, è stata addirittura riconosciuta come blasfema e presa a pretesto per scopi politici al fine di generare rappresaglie.

Il problema, infatti, risiede nel fatto che l'ordine della redazione delle sure non è certo l'ordine cornologico e non vi sono particolari e chiare indicazioni che determinino l'esatta collocazione temporale di ogni singola sura e spesso anche di ogni singolo versetto la cui collocazione temporale può variare dal contesto di rivelazione della propria sura a cui appartiene. Ciò impone un'imponente lavoro di stesura cronologica dei versetti che si è susseguita nel corso delle varie esegesi nei secoli fino ad oggi.

Questa teoria inoltre, coinvolge anche il problema del ruolo e dell'importanza di ogni versetto abrogato che contrasta anche con il concetto di immutabilità dello stesso, questione già affrontata dai mu'taziliti sul finire del I sec. dell'Egira. 

L'interpretazione del versetto 2,106 e il concetto di Abrogante e Abrogato

Tutto parte fondamentalmente da questo versetto dalla sura al-Baqara, che è la sura del periodo medinese più lunga di tutto il Corano.


"..Non abroghiamo un versetto, né te lo facciamo dimenticare, senza dartene uno migliore o uguale. Non lo sai che Allah è Onnipotente?..." (Corano medinese al-Baqara 2,106)

Da questo versetto possiamo ben capire che il concetto di abrogazione è insita nel Corano stesso. Ciò non significa però che le modalità e le finalità dell'abrogazione divina corrispondano alla sua interpretazione e applicazione umana, ma è quindi Dio stesso che ci introduce a questa possibilità secondo cui Dio abroga alcuni versetti e li sostituisce con altri (non specifica quali) versetti migliori.

La conclusione logica: quanti e quali versetti sono passibili di applicazione dell'abrogazione e sopratutto, l'abrogazione divina è correttamente interpretata dalla natura umana? Da ciò nasce la famosa scienza coranica “dell’abrogante e dell’abrogato” (‘ilm al-nāsikh wa-l-mansūkh).

Esso non è certo un ramo della scienza coranica sul quale vi è ampio accordo fra i giuristi, infatti secondo alcuni si tratta di un numero assai ristretto di versetti, altri invece ne ammettono anche diverse centinaia. Inoltre, alcuni applicano in un modo, altri applicano la setssa abrograzione con finalità e modalità differenti. Inoltre, il numero dei versetti presuntamente abrogati è tenedenzialmente decrescente con il passare dei secoli. In pratica, nell'esegesi coranica, con il passare del tempo si è usato sempre meno lo strumento tecnico dell'abrogazione, riservandolo esclusivamente a quei casi in cui vi è una palese evidenza di conflittualità e incompatibilità fra le norme.

Lo strumento fondamentale per capire l'eventuale abrogazione di determinato versetto è come sempre basato sulle cosiddette “circostanze della rivelazione” (asbāb al-nuzūl) che rappresenta ancor oggi l'unico valido strumento ai fini dell'esegesi coranica. 

A questo proposito, anche l'interpretazione dello stesso versetto 2,106, non può essere esente dall'utilizzo degli studi sulle “circostanze della rivelazione", anche se ci si trova di fronte a tutta una serie di interpretazioni come quella secondo la quale ad essere abrogati non sarebbero i versetti del Corano, ma alcune leggi dei libri sacri anteriori, Torah e Vangelo, come il riposo del sabato o la direzione della preghiera dapprima verso il tramonto, poi verso Medina e poi verso Mecca. Questa interpretazione la si ritrova anche quale esegesi del suddetto versetto contenuta in un'enciclopedia indiana moderna: «se una legge, nella fattispecie la legge biblica, è cancellata, a Muhammad è data una legge migliore».

Cardine principale di questa interpretazione è sicuramente il concetto secondo cui la legge della Torah  sarebbe stata completamente annullata e sostituita da un legge migliore: ovvero la coranica. Potrebbe sicuramente rappresentare un'interpretazione un pò forzata e conservativa dei vincoli dell'ortodossia islamica molto legata alla tradizione letteralista, in particolare, nell'area indo-pakistana, il fatto è che non abbiamo una completa sicurezza interpretativa su questo versetto.

L'attenta analisi moderna di questo passo coranico ci rivela intanto che si sta parlando chiaramente di versetti più precisamente  chiamati āyāt, ovvero "segni" , infatti, "Non abrogheremo un versetto (āyatin), né te lo faremo dimenticare (nunsihā), senza sostituirlo con uno migliore (bikhayrin min'hā) o uguale (mithlihā - dalla radice similare o esemplare)....".

Nelle esegesi più tradizionaliste,  influenzate per lo più dai vari contesti politici e dagli interessi personali e egemonici, troviamo che spesso si utilizza la teoria dell'abrogazione per affermare che alcuni versetti medinesi più bellicosi avrebbero abrogato alcuni versetti meccani rivelati precedentemente che invitavamo alla pace fra le varie fazioni.  Ma è davvero corretto applicare la teoria dell'abrogazione in questo modo?

Il contesto storico di riferimento in cui si inserisce il versetto 2,106 è quello della cosiddetta spedizione militare di Tabūk, del 630, (la cui narrazione parte dal versetto (2,81)), in cui i musulmani raggiunsero pacificamente senza riscontrare ostilità, il confine siriano e si accamparono presso codesto villaggio, nella parte settentrionale della penisola arabica, occupando i possedimenti dei cristiani della tribù dei Banu Kalb, assoggettando il territorio secondo la consueta formula del pagamento della jizya in cambio di protezione. Nonostante i musulmani fossero a conoscenza, attraverso le parole dei Nabatei, di un piano ordito dell'imperatore bizantino Eraclio per contrastare l'avanzata islamica, la spedizione non incontrò alcuna resistenza e questo divenne motivo di discussione nel Corano.

L'analisi semantica moderna della retorica semitica suggerisce di vedere il contenuto del versetto 2,106 all'interno di una sequenza semantica centrale che va dal versetto 104 al 110, che a sua volta fa parte di una terna semantica che va dal versetto 87 al 121. Nella retorica semitica, le estremità e i centri delle unità testuali rivestono sempre un’importanza particolare, sulla base dello schema AB/x/B’A’, in questo caso, infatti, il primo gruppo di versetti viene simmetricamente ripreso, in modo riflesso,  nell'ultimo  che chiude così la terna. Al centro di solito, vi è il messaggio importante e spesso spiritualmente rilevante. 

Sulla base di questo schema, la prima terna (2,87-103) incentra il discorso, anche in tono lievemente ironico (2,94), sulla pretestuosa esclusività dell'elezione del popolo ebraico quale popolo scelto da Dio, considerando che non vi può essere alcuna pretestuosa elezione esclusiva per cui solamente agli ebrei sarebbe stato rivelato un Libro (2,90), senza contare anche il fatto che gli stessi ebrei si sono macchiati più volte di aver ucciso i profeti (2,91); tale discorso viene poi ripreso  a seguire nella terza terna semantica (2,111-121), ribandendo il concetto in un versetto  sull’onnipresenza divina, secondo cui "A Dio appartiene l’oriente e l’occidente, e ovunque vi volgiate ivi è il volto di Dio" (2,115).

Il Corano, quindi, respinge l’idea di un’elezione esclusiva da parte di Dio del proprio popolo e afferma vigorosamente la presenza e l’azione universale di Dio. Quindi, il riferimento, posto nella parte centrale di questa terna semantica, al concetto dell'abrogazione non può quindi redimersi dal far parte di uno stesso discorso rivolto espressamente agli ebrei e, in ogni caso, nei confronti di coloro che si ritengono esclusivamente "eletti" da Dio. Un discorso effettuato proprio in occasione della spedizione e dell'insediamento dei musulmani a Tabuk.

Il Corano stesso quindi, non farebbe altro che “correggere” (abrogando) alcuni passi della Bibbia, facendo emergere il senso autentico del messaggio divino, utilizzando lo strumento dell'abrogazione.

Oggi come oggi, tale versetto viene  sfruttato da alcuni per abrogare tutti i versetti tolleranti e aperti del Corano (generalmente quelli meccani), a vantaggio dei versetti più militanti ed esclusivisti,  mentre il versetto 2,106 mira proprio all’abrogazione di versetti biblici percepiti come esclusivisti, per sostituirli con altri, più universali. Ciò non elimina il problema della "bellicosità" di alcuni versetti medinesi che andrebbero sicuramente rivisti attentamente in una chiave interpretativa esclusivamente circostanziale e non universale. 

Esegesi del versetto Muhammad 47,4


«Quando vi scontrate (laqītumu) in battaglia con i miscredenti (kafarū), colpiteli (fadarba) alla nuca finché li avrete sgominati (athkhantumūhum); poi stringete bene i ceppi. E dopo graziateli oppure chiedete il prezzo del riscatto, finché la guerra si sarà sgravata dei suoi pesi. Così sia. Se Dio avesse voluto, si sarebbe vendicato di loro da Sé, ma non lo ha fatto per mettere alla prova alcuni di voi tramite altri. Dio non renderà vane le opere di quelli che cadono in battaglia sulla via di Dio; »
(Corano medinese Muhammad 47,4 - trad. I. Zilio-Grandi)

Contesto storico: Anche questa sura risale quasi interamente al periodo dell'esilio medinese, intorno all’anno 1 o 2 dell’egira (622 o 623 d.C.) e anche questa fornisce delle indicazioni su come condurre le imminenti battaglie e funge da monito agli non credenti traditori e agli apostati per avvertirli dell'importanza di seguire il messaggio di Muhammad. Proprio per questo, questo versetto rappresenta uno dei testi più discussi del Corano riguardo alla condotta in guerra, ai prigionieri, e al significato spirituale del combattimento.
I commentatori storici concordano che il versetto fu rivelato dopo il permesso di combattere (al-Hajj 22:39) e prima della Battaglia di Badr, come istruzione preventiva su come comportarsi quando la guerra fosse inevitabile.

Analisi linguistica: Con il verbo (laqītumu), gli esegeti storici sono concordi nel tradurre con "Quando vi scontrate" o "Quando incontrerete in battaglia", seguito dall'esortazione: "colpiteli (fadarba) alla nuca (l-riqābi)", anche tradotto da alcuni con "ai colli", che deriva dalla radice "r,q,b", che sta ad indicare anche il "rispetto verso i legami", "l'essere vigile", "il guardare", "l'osservatore", "lo schiavo" e la sua traduzione, in questo versetto, non è così scontata si riferisca esclusivamente all'atto fisico.
Solo la traduzione di Muhammad Sarwar è esplicitamente fisica: "Se incontrerete i miscredenti in battaglia, tagliate loro la testa".
Fino a quando? "...finché li avrete sgominati (athkhantumūhum)", tradotto anche con "finché li avrete sconfitti", o "finché non li abbiate indeboliti" o "finché non li abbiate soggiogati, (Piccardo)" o "finché avrete completamente sottomessi (Yusuf Ali)", oppure "dopo averli massacrati, (Sahih International)".
La stessa radice la troviamo anche in (Al-'Anfāl 8,67) in riferimento all'atto di "combattere strenuamente". Ciò sta ad indicare sicuramente un comando divino di "colpire con decisione", "neutralizzare il nemico armato", non un ordine di brutalità indiscriminata, ma un comando circoscritto al momento dello scontro armato. Il riferimento al “collo” è tipico del linguaggio militare arabo: indica il colpo decisivo che pone fine allo scontro, ma anche il solo gesto di indurre la sottomissione del nemico sconfitto.
In relazione al trattamento dei prigionieri, in seguito alla loro sconfitta, il versetto stabilisce due sole opzioni: liberazione gratuita (mannan) o riscatto (fidā'). Non menziona l’uccisione dei prigionieri: anzi, secondo Qurtubi sarebbe vietato uccidere prigionieri e secondo Ma'ārif al-Qur'ān, il versetto abroga la precedente severità contenuta nella sura al-Anfal riguardo ai prigionieri di Badr.
La violenza del comando è solo una risposta a quella dei suoi nemici, che si scatena per prima (si veda anche Muhammad 47,29 e Al-mum'tahanah 60:4 in riferimento al rapporto compromesso fra Dio e coloro che non hanno voluto seguire il messaggio di Abramo).

Esegesi del versetto 22,39


« E' dato permesso (udhina) a quelli che combattono (yuqātalūna) perché sono oppressi ingiustamente (zulimū) – Dio è potente nel soccorrerli – »
(Corano meccano/medinese Al-Hajj 22,39 - trad. I. Zilio-Grandi)

Contesto storico: La sura è costituita da rivelazioni in origine indipendenti le une dalle altre e prevalentemente è meccana, poco prima dell'egira, dopo la sconfitta dei Confederati (pagani meccani) con i Banu Qurayza (ebrei), nella battaglia del Fossato, detta anche battaglia di Khandaq (Ghazwat al-Khandaq o al-Ahzāb 627 d.C.).
Dopo la battaglia di Uhud, (625), i Quraysh di Mecca decisero di eliminare definitivamente la comunità musulmana. Secondo le fonti, un’ampia coalizione di tribù pagane e gruppi ebraici ostili (tra cui i Banu Nadir) convinse Mecca a organizzare la più grande spedizione militare mai vista fino ad allora: circa 10 mila uomini contro i tre mila difensori di Medina.
Il Profeta Muhammad convocò i suoi compagni per decidere un piano difensivo. Salman al-Farisi, ex persiano convertito, propose una tattica sconosciuta agli arabi: scavare un fossato attorno alla città per impedire l’assalto della cavalleria nemica.
Il fossato fu completato in pochi giorni, grazie al lavoro continuo dei musulmani. Quando l’esercito meccano arrivò, rimase sorpreso e bloccato: non aveva mai affrontato una difesa simile.
Secondo alcuni commentatori, il versetto, rivelato poco prima dell’egira, concede per la prima volta ai musulmani il diritto di ricorrere alla legittima difesa.
Tabari incentra il suo commento sul tema dell'ingiustizia subita; Ibn Kathir ribadisce il cncetto di "prima difesa"; Qurtubi parla espressamente di "legittima difesa" e nel versetto successivo, (22,40) si attesta chiaramente che la guerra è legittima quando difende il diritto di praticare un culto.

Esegesi del versetto 22,19


«Ecco due schiere avverse (khasmāni) che discutono del (loro) Signore (rabbini). Per i miscredenti (kafarū) saranno tagliate vesti di fuoco, sarà versata loro sulla testa acqua bollente»
(Corano meccano/medinese Al-Hajj 22,19 - trad. I. Zilio-Grandi)

Anche i versetti 22,19 (e seguenti 20, 21 e 22) si collocano nel contesto di guerra precendentemente accennato in 8,39
I versetti successivi evocano i castighi infernali con l’aiuto di immagini già utilizzate in altri passi (14:50; 18:29) o aggiungendo nuovi dettagli, come quello delle «fruste di ferro».
E' ben chiaro qui che non si tratta di punizioni da infliggere nel mondo reale, ma di castighi divini spesso del tutto allegorici che non danno alcuna licenza ai fedeli di applicare nel reale tali condanne che risultano di esclusivo diritto divino.

Inoltre, rimane ancor oggi discutibile l'identità esatta dei due "avversari" (khasmāni) al quale si rivolge l'intero versetto.
Secondo lo stesso Tafsir al-Tabarī, gli esegeti antichi non erano unanimi sull'identità dei "due avversari". Tabari riporta principalmente due interpretazioni:

  • I credenti contro i politeisti di Quraysh. Molte tradizioni riferiscono che il versetto fu rivelato in relazione ai duelli precedenti la battaglia di Badr. I due schieramenti sarebbero stati da una parte: Hamza, 'Alī e 'Ubayda ibn al-Hārith; dall'altra: 'Utba, Shayba e al-Walīd.
  • La seconda interpretazione è più generale e riguarderebbe i credenti contro tutti i miscredenti (o contro la Gente del Libro che contestava l'Islam). Alcuni commentatori ampliarono ancor di più il significato, vedendo nei "due avversari" le due grandi categorie dell'umanità: chi crede e chi rifiuta la verità divina.

Per Ibn Kathīr, la disputa riguarda la verità di Dio, della risurrezione e della religione; i combattenti di Badr sono un esempio emblematico di questa contrapposizione universale.
Secondo al-Jalālayn, l'espressione "vesti di fuoco" (thiyābun min nārin) è spiegata come la punizione infernale che avvolgerà completamente i miscredenti, mentre l'acqua bollente versata sulle loro teste rappresenta un ulteriore tormento escatologico.

Esegesi del versetto Al-'Imrān 3,28


« I credenti non si prendano come patroni (awliyāa) i miscredenti (l-kāfirīna) preferendoli ai credenti (l-mu'minīna); chi fa questo non è affatto di Dio, a meno che non temiate qualcosa da parte loro. Dio vi metterà in guardia contro di Sé, a Dio è il ritorno. »
(Corano medinese Al-'Imrān 3,28 - trad. I. Zilio-Grandi)

Questo versetto, che si inserisce nel contesto storico più ampio della sura medinese Al-'Imrān che ricorda l'episodio (nell'anno 9 dell'Egira 631 d.C.) della visita ben accolta di una delegazione cristiana proveniente dalla regione sudarabica del Najrān, (nell'estremo sud dell'Arabia Saudita, lungo l'attuale confine con lo Yemen) per discutere con il Profeta di questioni religiose.
I commentatori intendono il versetto come una proibizione dei rapporti di affari o di alleanze formali con i non credenti (si veda anche Corano 5:51; 58:22; 60:1), a meno che non vi sia la necessità di proteggersi reciprocamente da un pericolo.
Da tener presente, però che tale versetto non significa, come commentano alcuni, di "non prendere degli infedeli come amici", infatti tale divieto, secondo l’interpretazione data da Corano Al-Mumtahanah 60:8, non si estende ai rapporti cordiali di carattere personale.
In base a questo e agli altri passi citati, gli esegeti hanno interpretato una classificazione dei rapporti possibili con i non musulmani (almeno in tempo di guerra durante l'epoca del Profeta): è proibito avere con loro legami o accordi formali e istituzionali (muwālāt), mentre sono consentite le relazioni ispirate a simpatia reciproca (muwāsāt), le gentilezze imposte dalle buone maniere (mudārāt) e le transazioni commerciali (mu'āmalāt).

Esegesi del versetto Al-'Imrān 3,85


« E chiunque desideri una religione diversa dall’Islam, (ghayra l-is'lāmi) ebbene, Dio non la accetterà da costui, che nell’aldilà sarà tra i perdenti. »
(Corano medinese Al-'Imrān 3,85 - trad. I. Zilio-Grandi)

L'esegesi del versetto 3,85 è sempre stata molto discussa sia tra gli antichi commentatori, sia in epoca moderna e non è possibile isolare tale versetto da altri due passi coranici:

  • al-Baqara 2,62: "In verità, coloro che credono, gli ebrei, i cristiani e i sabei, chiunque crede in Dio e nell'Ultimo Giorno e compie il bene avrà la sua ricompensa presso il suo Signore..."
  • e al-Māidah 5,69: "Coloro che credono, gli ebrei, i sabei e i cristiani... chi crede in Dio e nell'Ultimo Giorno e opera il bene non avrà nulla da temere."

Molti studiosi fanno notare che 5:69 è generalmente considerato posteriore a 3:85, secondo cui la salvezza dipenderebbe dalla fede in Dio e dalle opere rette, e che quindi si riferirebbe dunque al passato, (ebrei e cristiani che seguirono autenticamente i loro profeti prima della missione di Muhammad)o è da considerarsi abrogato dall’esplicita affermazione contenuta in 3:85.
Se così fosse, l'idea che 3:85 abbia semplicemente abrogato l'interpretazione più inclusiva di 2:62, diventerebbe più difficile da sostenere, perché un versetto analogo ricompare successivamente.

Nell'esegesi islamica, quindi, vi si possono trovare tre grandi letture legate a questo versetto

Conclusione - quadro giuridico e nodo interpretativo sui versetti contestati

Chiudiamo, invece, con uno dei versetti più belli del Corano che contrasta enormemente con le concezioni più intransigenti finora riportate.


«Chiunque uccida una persona – a meno che essa non stia per uccidere una persona o per creare disordine sulla Terra – sarà come se uccidesse l'intera umanità; e chiunque salvi una vita, sarà come se avrà salvato la vita di tutta l'umanità» (Corano Al-Mā'ida 5,32)

La diffusione di interpretazioni errate ha effetti concreti nel discorso pubblico contemporaneo: alimenta stereotipi che dipingono l’Islam come intrinsecamente violento; genera paura e ostilità verso i musulmani; favorisce la radicalizzazione del dibattito politico e mediatico; ostacola la convivenza e la comprensione interculturale.
In ambito accademico è essenziale riconoscere che la violenza non nasce dal testo, ma dalla sua manipolazione, dalla sua errata e sommaria interpretazione, dall’ignoranza, ma anche dalla strumentalizzazione esercitata per altri fini.

Una lettura accademica dei versetti di guerra del Corano deve integrare tre livelli: filologia, storia e giurisprudenza. Nessun versetto del Sublime Corano può essere preso così fine a sé stesso e interpretato così com'è letteralmente, dandone una lettura semplicistica e una traduzione ancor più banale.
Solo tramite l'utilizzo di questi tre livelli è possibile restituire al testo la sua complessità originaria e contrastare le narrazioni distorte che alimentano ostilità verso i musulmani.
Le letture polemiche dei versetti di guerra derivano quasi sempre da operazioni interpretative scorrette, decontestualizzate; dove emerge la mancata distinzione tra “combattere” e “uccidere”, l'ignoranza del ruolo dei trattati e delle loro violazioni, l'omissione dei versetti che impongono protezione e giustizia verso i non credenti pacifici.
Queste manipolazioni producono una rappresentazione distorta del testo coranico, trasformando versetti, situati in eventi bellici specifici, in presunti comandi universali contro gli “infedeli”.

I cosiddetti "versetti di guerra" non sono un manifesto di violenza religiosa, ma testi situati in contesti bellici specifici, regolati da limiti etici e giuridici, e bilanciati da versetti che impongono protezione, giustizia e convivenza pacifica. La responsabilità del mondo accademico è dunque duplice: ricostruire correttamente il significato dei testi e contribuire a disinnescare le narrazioni che trasformano la complessità del Corano in strumenti di conflitto culturale.

I tafsir classici: Tabari, Ibn Kathir, Qurtubi, concordano su un punto essenziale: i versetti di guerra sono regolati da limiti giuridici stringenti e ben definiti.

  • È vietato uccidere donne, bambini, anziani, monaci, mercanti, contadini e chi non partecipa alla guerra (Qurtubi, al-Jami' li-Ahkam al-Qur'an, ad 9:5).
  • Il versetto 9:6 impone di concedere protezione a un non credente che la richiede, anche in tempo di guerra (Tabari, Tafsir, ad 9:6).
  • Il versetto 60:8 vieta ostilità verso non credenti pacifici (Ibn Kathir, Tafsir, ad 60:8).
  • Il versetto 2:190 proibisce esplicitamente la trasgressione, stabilendo un principio etico di proporzionalità, (Tabari, Tafsir, ad 2:190, Qurtubi, al-Jami', ad 2:190).
  • Qurtubi elenca dodici condizioni che limitano l’applicazione del versetto 9:5, mostrando come la giurisprudenza islamica abbia sempre interpretato tali testi in modo circoscritto e regolato, (Qurtubi, al-Jami', ad 9:5).

Fatwa del Consiglio superiore degli 'ulema del Regno del Marocco (2016)

Consiglio Superiore degli Ulema in MaroccoIn relazione al dilagarsi del fenomeno terroristico, il Regno del Marocco, portando avanti la sua chiara linea politica che poggia fermamente sul concetto di un "Islam moderato", come la stessa Costituzione afferma, ha dapprima fatto divieto assoluto di parlare pubblicamente di politica agli Imam e uomini impegnati attivamente nel settore religioso, con una legge apposita e successivamente a diramato una circolare del Ministero degli affari religiosi nella quale si riportava una Fatwa del Consiglio superiore degli Ulema sul concetto di jihād, destinata principalmente agli aʼimmah marocchini (e non solo marocchini) all'estero, e, per questo, diffusa attraverso la rete consolare, tramite il Ministero degli Affari Esteri. Questa ne è la traduzione integrale in italiano:

"In seguito agli attentati di Parigi che hanno la morte di molte persone innocenti con il pretesto del jihad nel nome di Dio, il Consiglio superiore degli Ulema desidera chiarire, con una Fatwa, ciò che realmente è il Jihad nell'Islam e cosa non lo è con le sue relazioni con il terrorismo, l'aggressione, il terrore e il massacro di anime innocenti, formalmente bandito dagli atti di religione islamica".

In questa Fatwa, il Consiglio superiore degli Ulema si basa, in proposito, sui versetti del Corano: "Non attaccare, Dio non ama coloro che attaccano" e "Chi uccide un uomo non colpevole di omicidio o di un crimine sulla terra, è come se avesse ucciso tutta l'umanità". Il Consiglio afferma, inoltre, che il legittimo Jihad è disponibile in diverse categorie, di cui le più importanti sono:

  • Jihād contro sé stessi, attraverso l'educazione, la purificazione dell'anima e la sua preparazione ad assumersi le responsabilità.
  • Jihād attraverso il pensiero per plasmare così la mente in modo da servire gli interessi dell'umanità.
  • Jihād attraverso la scrittura, attraverso la pubblicazione di lavoro utile, la preparazione di articoli illuminanti e contrastare le false accuse contro l'Islam e contro i musulmani.
  • Jihād attraverso il denaro, attraverso l'impegno rivolto alla distribuzione della ricchezza, con generosità e per il bene della comunità econtribuendo alla sviluppo socio-economico.
  • Jihad con le armi al solo scopo difensivo, nel momento in cui l'integrità della vita umana della comunità islamica e di coloro che stanno sotto la protezione dei musulmani, risulti compromessa. Ne è consentito, quindi, l'uso in casi di estrema necessità, quando si viene attaccati dai nemici che desiderino la pace e quando tutti i mezzi pacifici falliscono, spiega, così, il Consiglio Superiore degli Ulema.

Anche in questo caso, prosegue il Consiglio di Fatwa, la proclamazione del jihad rientra nella competenza esclusiva del Grand Imam, al quale l'Islam ha dato il diritto esclusivo di proclamare, a chiamare e organizzare. L'Islam non permette, di conseguenza, nessun individuo o gruppo di dichiarare jihad per conto proprio. E il Consiglio ricorda, a questo proposito, che gli Ulema musulmani hanno sempre tenuto a sottolineare questa prerogativa al fine di preservare la coesione e l'unità della Ummah.

È vero, quindi, che il termine jihād è usato nel Corano per definire principalmente gli sforzi non violenti per la diffusione dell’Islām e per indicare lo sforzo interiore spirituale (vedi i versetti 29,8, 31,15 e 47,31). La possibilità di interpretare il jihād attraverso l'utilizzo delle armi, in realtà, è stata sancito dalle azioni e dalle direttive chiare emanate dal Profeta in persona. o, secondo una interpretazione allargata, al massimo tale direttiva poteva esser emanata dai primi califfi.

Secondo la sharì'ah, quindi, il jihād può essere lanciato solo da una autorità legittimamente riconosciuta da tutti o la maggior parte dei musulmani.

 

Riferimenti bibliografici e links utili

 

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