Gli auguri in occasione delle feste natalizie -
Le origini del Natale - Le origini del 25 dicembre - Gli auguri non sono haram - Il Natale di Gesù nell'Islam
Nel nome di Dio Il più Clemente, il più Misericordioso
![]()
La pace, la Misericordia, e le benedezioni di Dio siano su di voi
Gli auguri in occasione delle feste natalizie e le origini del Natale
23 dicembre 2012
Ultimo
aggiornamento: 06 gennaio 2026
condividi su:
scarica:
Nell'Islam, non solo non è haram, (proibito), ma fare gli auguri per la festività del Natale rappresenta un atto di buona educazione, di condivisione dello spirito di benevolenza, di gentilezza, di rispetto verso i cristiani (fratelli nel Dio unico) e verso il nostro profeta Gesù (pace di di lui).
Gli auguri sono parte del birr (buona condotta) verso i non musulmani pacifici.
Questo si chiama vivere in conpartecipazione in una società mista. Non deve mancare niente della propria fede compiendo tale gesto, anzi significa dare il buon esempio di convivenza reciproca. Augurare "buon natale" ad un cristiano non vuol dire ammettere che Gesù (pace su di Lui) sia figlio di Dio. Quando offri gli auguri a qualcuno, offri un segno di pace ed affetto umano, che è parte integrante anche della religione. Non importa quale sia l'occasione. Inoltre, il Natale è l'occasione della nascita di Gesù, profeta e messaggero di Allah (swt), anche nell'Islàm, aldilà di ogni possibile convenzionale ricorrenza.
Ciò che sta alla base delle azioni del fedele musulmano sono sempre le intenzioni. Se le intenzioni sono benevoli e conformi ad un etica islamica non vi è alcun motivo di porre dei freni e non contraccambiare un gesto, come quello degli auguri, anche se non risulta propriamente una festa appartenente alla propria fede. Dopotutto, anche moltissimi cristiani, atei, o altro, ci augurano ogni bene in occasione delle festività islamiche.
Se siamo pienamente coscenti del nostro cammino spirituale nell'Islam e restiamo nell'halal, nel lecito, possiamo tranquillamente sederci, festeggiare e mangiare insieme ad amici e parenti cristiani e atei che siano, in quanto le nostre intenzioni sono mosse dalla nostra coscenza e sono rivolte allo star bene, a dar del bene anche con la propria presenza cara a famigliari e amici. Isolarsi non porta a nulla, se non al contrasto. Invitiamo così anche loro alle nostre tavole, alle nostre feste. Impariamo a conoscere (perché spesso è troppo presuntuoso l'atteggiamento di molti fratelli) e a riconoscere il tawhid anche nei cristiani e facciamo conoscere il nostro Islam.
Il Natale 2015, in seguito anche al sentimento suscitato dai recenti attentati terroristici che non fanno altro che cercare di di dividere l'umanità e nutrire odio laddove vi è ignoranza, ha visto numerosi esponenti del mondo musulmano, sia dentro che fuori l'Italia, elargire il gesto di auruguri un felice e sereno Natale alla comunità crisitiana, dalle associazioni islamiche PSM e GMI, all'Imam Habibul della comunità islamica bengalese di Marghera (VE) intervenuto durante la messa del Santo Natale, Imam Pallavicini della Coreis, al presidente Amin Al Ahdab della Comunità islamica di Venezia che, insieme alla federazione islamica del Veneto, ha acquistato una pagina intera del quotidiano La Nuova Venezia per fare gli auguri, al presidente Bouzaiane Dhaouadi della Comunità islamica di Crema, come anche Imam di Firenze Ezzedine Elzir, così come, nel mondo sciita spiccano gli auguri a tutti i cristiani, "in occasione della nascita di Gesù", di Hassan Nasrallah, segretario del partito libanese degli Hezbollah, così come Imam Khamenei che, in occasione del Natale, ha visitato le famiglie dei martiri cristiani della guerra Iran Iraq.
Si rinnovano nel 2016 gli auguri delle comunità islamiche in Italia, con, ad esempio, la consegna di mazzi di rose donate dalla comunità islamica di Venezia e provincia ai cittadini in segno di auguri di buone feste, ma anche pace e fratellanza, la vigilia di Natale (24/12/2016) in piazza Ferretto a Mestre (VE). "Volevamo fare gli auguri ai veneziani nostri concittadini" spiega il presidente Mohammed Amin Al Ahdab "e volevamo farlo di persona, perché oggi il contatto umano è più che mai importante". Lo stesso gesto è stato ripetuto anche a Venezia in Stazione S. Lucia.
In un'
intervista rilasciata al Corriere della Sera, il professor Allievi, sociologo e direttore del master sull’Islam in Europa dell’Università di Padova, nel 2017, ha affermato che
"nell’Islâm non c’è alcun divieto [di festeggiare il Natale cristiano]",
divieto che rappresenterebbe piuttosto una forma di «islamizzazione forzata»,
una "demonizzazione che fa parte del processo di radicalizzazione della Turchia, nell'ambito di un disegno neo-ottomano" e "un attacco alla possibilità che convivano diverse religioni".
Concludendo con "Ho ricevuto un sacco di auguri da parte di musulmani, certo non è una loro festa ma nulla vieta di partecipare.
Chi predica altrimenti non vuole la convivenza tra diverse religioni".
Le origini della celebrazione del Natale
Il Natale, ovvero il festeggiamento in occasione della riccorrenza anuale della nascita di Gesù è generalmente festeggiato in tutto il mondo il 25 dicembre, e tale giorno, laicamente parlando, è riconosciuto anche come festa nazionale in moltissimi paesi del mondo occidentale. La data del 25 dicembre, in un contesto cristiano, è riconosciuta però solamente dal mondo cattolico, protestante e anglicano, evangelico-luterana. La Chiesa greco-ortodossa orientale, quella copta, e quella armena, per vari motivi che poi vedremo, festeggia, ancor oggi, la nascita di Cristo il 7 gennaio.
Bisogna considerare che, oggi come oggi, il Natale assume un significato più esteso ad un contesto più laico e spesso, purtroppo, anche eccessivamente consumistico, che non tanto quello religioso in sé, tant'è vero che il Natale, bene o male, viene festeggiato nel mondo occidentale (e non solo), a proprio modo, anche da persone che si ritengono "atee" o comunque o comunque non legate a una religione in particolare. Quindi, la festa del Natale può oggi esser considerata da molti come una festa nazionale di carattere puramente laico nella quale è consuetudine scambiarsi gli auguri di buon auspicio verso i giorni e gli anni che verranno.
Quando è nato Gesù - Cosa dicono i Vangeli ?
La data di nascita - Perchè il 25 dicembre ?
L'effettiva data di nascita di Gesù non è data a sapersi. La datazione tradizionale si rifà al monaco Dionigi "il Piccolo" nel VI sec. su mandato del papa Giulio I e la collocazione il 25 dicembre della ricorrenza liturgica della nascita del Cristo è documentata a partire dal 336 d.C.
Nell'ambito puramente religioso, il Natale è indissolubilmente associato alla nascita di Gesù, Messia, Cristo, salvatore dell'umanità, "figlio di Dio" nel cristianesimo e profeta nell'Islam.
Le circostanze della nascita di Gesù, sono poche e frammentarie. Il vangelo di Matteo indica solo che nacque a "Betlemme di Giudea, al tempo di Erode", (Mt. 2,1). Mentre il vangelo di Luca scende un pò più nei particolari, dandoci in occasione di un censimento quando Quirinio era governatore della Siria-Cilicia Gli altri vangeli non fa alcun cenno sulle circostanze dell'episodio, anzi il vangelo di Marco (ritenuto dagli storici il pù antico e, sotto molti aspetti, il più attendibile) afferma che la cittadina di Nazareth è la patrìs (in greco: "luogo di nascita") di Gesù, tanto che l'ex mons. Vito Mancuso, teologo italiano, ex docente di Teologia moderna e contemporanea presso la facoltà di Filosofia dell’Università "San Raffaele" di Milano, in un sua intervista, afferma, sul tema della natività, di considerare più attendibile le parole del vangelo di Marco, nutrendo dubbi sull'autenticità degli altri vangeli.
Considerando come reali le associazioni della nascita del Cristo con i due fatti storici citati nei due vangeli suddetti, rileviamo che Erode "il Grande" fu re della Giudea sotto il protettorato romano fino alla sua morte nel 4 a.C., gli succedette i figli chiamati Erode Archelao ed Erode Antipa (20 a.C. - 40 d.C.) che si spartirono il territorio; mentre il governatore romano Publio Sulpicio Quirinio indisse, in effetti, nelle province di Siria e Giudea ma nel 6-7 d.C. sulla base degli scritti storici di Giuseppe Flavio. Non è dato a sapersi se vennero fatti altri censimenti prima di tale data.
Si possono fare diverse considerazioni in merito alla validità sia delle fonti storiche, sia dei vangeli, senza peraltro giungere ad una conclusione sicura, c'è chi afferma l'esistenza di un censimento universale di Augusto indetto nell'8 a.C., quand'era governatore della Siria Senzio Saturnino (come afferma anche Tertulliano), che potrebbe aver indotto nell'errore i compilatori del vangelo, altri considerano reale le parole di Luca, perciò realmente Gesù sarebbe nato tra il 6 e il 7 d.C. e il riferimento ad Erode di Matteo non sarebbe diretto al padre, ma ad uno dei figli.
Ad ogni la maggior parte di studiosi sono propensi a ritenere che il censimento in cui sono coinvolti Giuseppe e Maria sarebbe quello dell’8-7 a.C., ma sarebbe errata l’informazione fornita dall’autore del testo in quanto, in quel periodo, il governatore della Siria-Cilicia era Senzio Saturnino e non Quirinio. Tuttavia, se si considera il fatto che tra i funzionari con poteri delegati dal governatore vi fosse stato anche Quirinio stesso, con incarico di reggente speciale per l’amministrazione di quella provincia, che poi ricevette il suo primo mandato di governatore nel 3-2 a.C., allora prende forma una possibile logica storica conforme ai vangeli.
C'è da dire anche che tralasciando la questione dell'anno, è assai improbabile che un censimento "di tutta la (terra) abitata", (Lc. 2,1), fosse condotto proprio a ridosso del periodo dei festeggiamenti romani dei Saturnali (17 - 23 dicembre).
Il luogo di nascita
Il racconto di Luca della natività afferma che Giuseppe dovette andare, in occasione di questo censimento, a Betlemme detta "città di David" per farsi registrare e, nel frattempo, Maria avrebbe partorito in una "mangiatoia" (Lc. 2,11-12), perché non vi era posto in "albergo" o "stanza" (katalumah) (Lc. 2,6-9), termine già usato in (Lc. 22,11 e Mc. 14,14) che sta indicare una "locanda" o una "sala da pranzo".
Il termine greco indica il box riservato agli animali nella stalla che insieme al verbo (appoggiare indietro, adagiare) suggerisce la traduzione con "mangiatoia", che poteva essere anche una specie di cesto o uno spazio ricavato nel muro.
Su questo particolare si possono fare alcune considerazioni:
- Giuseppe non era un falegname "téktón"(Mt. 13,55), ma probabilmente un carpentiere di ceto medio, che poteva comunque permettersi di alloggiare presso una katalumah.
- La figura di Giuseppe è necessaria ai compilatori del vangelo, per affermare la presenza di un uomo al fianco di una donna partoriente, ma al contempo stesso per localizzare la natività a Betlemme, conformemente alla profezia del libro di Malachia (Mi 5,1) VIII - VII sec a. C. secondo il Messia avrebbe dovuto nascere in questa cittadina della Giudea.
- Nessuna grotta. La grotta la troviamo solo in alcuni apocrifi del IV e V sec. Il culto del luogo considerato ufficialmente come luogo della nascita a Betlemme è praticato solo dal 326.
- Il bue e l'asinello. Anche questo particolare lo troviamo in alcuni apocrifi del IV sec. conformi alle profezia (Isaia 1,3). Una delle più antiche raffigurazioni della natività tomba (330) dell'imperatore Marco Claudio Tacito (220 - 275) sono raffigurati, in un bassorilievo che rappresenta la natività, una culla, un pastore e due animali.
La grotta, il bue e l'asinello
Come abbiamo visto, i vangeli canonici non parlano mai né di grotta, né della presenza di due animali.
Tra gli apocrifi, il Protovangelo di Giacomo (cap. XVIII) precisa che Gesù nacque in una grotta e il vangelo dello pseudo Matteo (cap. XIV) dà notizia della presenza del bue e dell’asino, i quali “lo adoravano senza sosta”. Ambedue i testi (rispettivamente al cap. XIX, 2 e XIII, 2) specificano che per tutto il tempo della permanenza di Maria nella grotta, questa risplendeva di luce: “la grotta cominciò a farsi piena di splendore e a rifulgere di luce come se vi fosse il sole, così la luce divina illuminò la spelonca”.
La grotta rappresenta un archetipo universale, è per eccellenza il luogo della nascita e della ri-nascita (vedi l'alchemico V.I.T.R.I.O.L.); è forte il riferimento al culto mithraico e alla grotta dei Misteri di Mithra. La grotta per sua natura può essere simboleggiata come:
- un cuore: ove, secondo la tradizione vedica, ha sede l’Atma, il Principio cosmico.
- un utero: per il suo essere un “luogo della nascita o ri-nascita” (la Vescica Piscis, era un simbolo arcaico adottato dai primi cristiani).
L’asino è l’animale malefico simbolo di oscurità, ignoranza e morte; in India è la cavalcatura del Re dei Morti. L’asino rappresenta la sensualità ed i bassi istinti dell’uomo, come tale è al centro del racconto iniziatico di Apuleio l’asino d’oro o Le Metamorfosi. In Egitto è l’animale di Seth (raffigurato proprio con la testa di onagro, l’asino selvatico del deserto), il Dio del Caos primordiale, signore della tempeste e protettore del carro del Sole (Ra)
Il bue è invece un simbolo positivo; è l’animale pacifico usato nel tiro del carro e dell’aratro, simbolo di bontà e di tranquillità, è la cavalcatura di Lao Tze, l’animale tanto sacro per i greci che il sacrificio per eccellenza (l’ecatombe, letteralmente “il (sacrificio di) cento buoi”). In India è simbolo della sapienza, che in sanscrito è go-kara, il “pascolo dei buoi”. In linea con il pensiero indù, per lo pseudo Dionigi il bue è l’animale che scava con l’aratro nella terra che è l’uomo i solchi che ricevono la pioggia vivificante della sapienza.
E' possibile fare anche una considerazione ipotetica sulla questione della mangiatoia. Nel nostro emisfero (boreale) dalla fine di dicembre fino a maggio è visibile ad occhio nudo, alto nel cielo, un ammasso di stelle (l'M44), noto fin dal III secolo a.c., significativamente chiamato "la greppia" (o anche "il presepe") o ammasso dell'alveare, situato nella costellazione del Cancro. Greci e Romani lo immaginavano come una mangiatoia alla quale erano accostati due "asini" (rappresentati dalle stelle denominate Asellus borealis (43 Cancri) e Asellus australis (47 Cancri)).
I pastori dormienti
Il racconto di Luca(Lc. 2,8-12) si sofferma anche nel descrivere dei pastori che facevano pascolare il gregge nei campi durante la notte di Natale e che vengono avvertiti dall’Angelo della nascita del Salvatore.
"E gli angeli diedero l'annunzio ai pastori dormienti"
Tale narrazione è del tutto inverosimile per uno scenario invernale, in una zona come quella della Giudea in cui le temperature medie notturne scendono spesso in dicembre al di sotto dello zero, anche se studiosi come Michele Loconsole, dottore in Sacra Teologia Ecumenica, afferma che i giudei distinguono tre tipi di greggi a seconda del colore della lana: bianca, mista e nera, quest'ultime pecore erano ritenute impure e non potevano entrare nell'ovile, restando costrette a pascolare all'esterno anche durante la notte.
Anche qui, il testo evangelico rappresenta una metafora spirituale ove il sonno è inteso come iniziazione. La figura del pastorello "dormiente" fa riferimento anche riferimento al sonno in cui, nelle società primitive, sprofonda il Neofita durante il rito d'iniziazione, rito che segna il passaggio dall'età della fanciullezza a quella adulta.
Generalmente l'iniziazione comporta una triplice rivelazione: quella del sacro, quella della morte e quella della sessualità.
Il fanciullo ignora queste esperienze; l'iniziato le conosce, le assume e le integra nella sua nuova personalità.
Il neofita muore alla propria vita infantile, profana, non rigenerata, per rinascere a una nuova esistenza, a un modo d'essere che rende possibile la conoscenza.
L'iniziato non è soltanto un nuovo nato, o un resuscitato, è un uomo che sa, conosce i misteri, ha ricevuto la Rivelazione. Il risveglio è considerato rinascita a nuova vita, così, per il pastorello dormiente, il risveglio altro non sarà che la presa di coscienza della nascita di un Nuovo Re e, conseguentemente, di una nuova era.
La questione della "stella cometa" di Betlemme
Sono state fatte numerose altre considerazioni sulla datazione effettiva della nascita del Cristo, alcune si riferiscono essenzialmente alla questione del fenomeno celeste descritto tradizionalmente come una "cometa" o una "stella" (Mt. 2,1-12 e Protovangelo di Giacomo cap. 20-22), che avrebbe guidato i Magi a fare visita al neonato Gesù.
Posto il fatto che la veridicità dell'evento e sulla natura stessa del fenomeno sono assai discusse e confutate da molti storici. Alcuni ritengono si tratti di una questione puramente legata ad un racconto midrashico di carattere haggadico, altri (come Keplero) la collegano con la congiunzione astrale di Giove e Saturno verificatasi nel 7 a.C nella costellazione dei Pesci, che, tenendo conto solamente di questo evento, daterebbe il tutto tra settembre e novembre del 7 a.C. Questo presupporrebbe, però, che tale evento astronomico sia servito ai Magi, come raccontano le scritture, da guida verso il luogo di nascita del profeta, ma tale supposizione è assurda in quanto una congiunzione planetaria, da sola, non indica una direzione definita per il moto apparente degli astri le stelle e i paienti si muovono nel corso della notte mentre dal racconto biblico nel brevissimo tratto fra Gerusalemme e Betlemme (8 km) Matteo dice che la stella "precedeva" i Magi, indicando che essa si trovava in direzione sud.
Il protovangelo di Giacomo affermando che la Stella era “tanto brillante da far scomparire le altre stelle”, ha suggerito l'ipotesi di un evento astromico straordinario come una cometa o la comparsa di una supernova; ebbene non si conosce il passaggio di altre comete nel periodo d'interesse, eccetto forse un evento del 5 a.C., descritto dagli astronomi cinesi come una cometa, ma oggi spesso reinterpretato come una supernova. Questo evento ha suggerito l'ipotesi che la presentazione di Gesù al tempio fosse avvenuta tra febbraio e marzo del 5 a.C. (in correlazione con la pronuncia del Nunc dimittis (40 dopo Natale per obbedire la legge mosaica) da parte di Simeone il Vecchio) e questo avrebbe determinato la conferma della profezia di Malachia con le congiunzioni di Giove e Saturno (sett./ott. 7 a.C.) nei Pesci e successivamente con Marte e con la Luna con occultamento di Giove da parte della Luna nella costellazione dell'Ariete (17 aprile 6 a.C.).
Gli studiosi hanno anche espresso la possibilità che il fenomeno celeste sia da ricondurre alla stella Sirio, (dal greco Seirios, con significato di "ardente"), stella principale della costellazione del Cane maggiore, anche se appartenente all'emisfero australe, è molto visibile nel cielo invernale del nostro emisfero perché sufficientemente vicina all'equatore celeste. In vista della sua particolare apparente posizione, posta sul prolungamento a sud-est dell'allineamento delle tre stelle note come "Cintura di Orione"
(tre stelle chiamate anche "I tre Re") è nota con il nome di "Sopdet", fin dagli antichi egizi
e fungeva da computo per il calcolo del calendario sothiaco egizio, basato sul soregere eliaco di Sirio (ossia il giorno in cui la stella diventava visibile all'alba poco prima che la luce del Sole la oscurasse in cielo). Questo calendario era usato principlamente per conoscere il periodo delle inondazioni del Nilo. In arabo è nota come ash-shi‘rā, (ovvero "Il Capo"), in sanscrito, la stella era nota col nome di Mrgavyadha (Cacciatore di cervi) o Lubdhaka (Cacciatore).
In realtà Sirio è un sistema binario composto da Sirio A e Sirio B una nana bianca che orbitano insieme. Siruio B non è visibile ad occhio nudo. A causa della precessione degli equinozi, le coordinate della stella variano sensibilmente negli anni. All'epoca della nascita di Gesù, Sirio si sarebbe dovuta trovare in allinenamento il 24 dicembre con le tre stelle della cintura di Orione (note come "i tre Re")
Altri ritengono che non sia altro che un'invenzione artistica del pittore Giotto nel 1304 cappella degli Scrovegni a Padova.
La presenza di una stella alla nascita di Gesù è chiaramente anche una questione simbolica e messianica. Il riferimento biblico è la profezia di Balaam su una stella, che sarebbe spuntata da Giacobbe (Nm 24,17). Benché la stella sia stata spesso identificata col Re Davide, già prima della nascita di Cristo, alcuni ebrei l'avevano identificata col Messia.
David Hughes, astronomo degli anni 70, determinò il 15 settembre come data probabile.
Il legame con il paganesimo - la data del 25 dicembre
C'è da dire che per i primi due secoli del cristianesimo, non solo non si celebrava il "Natale", ma non era mai stato contemplato uno studio sulla data di nascita di Gesù e questo silenzio non sembra aver turbato nessuno. I primi scrittori cristiani non celebravano i compleanni e spesso li guardavano anche con sospetto, quasi fosse una prerogativa pagana.
Verso la fine del III sec. in Tunisia il Natale protocristiano si celebrava il 28 marzo, in Egitto il 20 maggio. (festeggiato il 6 gennaio (11 Tybi), giorno della nascita del dio Eone ovvero Osiride, si veda Plutarco: Iside e Osiride 12,355 E).
Nel 200 d.C., infatti, Clemente d’Alessandria affermò lamentandosi: «C’è poi chi, con più minuziosa pedanteria, cerca di assegnare alla nascita del Salvatore non solo l’anno, ma il giorno: e sarebbe il 25 del mese di Pachon (ossia il 20 maggio) del ventottesimo anno di Augusto» (Stromati, I,21,145.6). Questi sono i primi festaggiamenti che la storia ricordi. Prima dell'editto di Milano (313) i cristiani venivano perseguitati risulta quindi difficile determinare se tale festività veniva celebrata prima di tale anno.
Intorno al 245 d.C., Origene di Alessandria osservò che nelle Scritture solo i "peccatori" – il Faraone ed Erode – festeggiavano il loro compleanno. Per i primi cristiani, la data centrale non era la nascita ma la morte: la Pasqua , la crocifissione e la resurrezione.
La prima testimonianza concreta del Natale arriva improvvisamente nel IV secolo. Non compare in un sermone o in un commento al Vangelo, ma in un calendario.
La Cronografia romana del 354, un almanacco illustrato preparato per un ricco cristiano romano di nome Valentino, contiene un elenco delle feste dei martiri utilizzate dalla Chiesa romana. In cima all'elenco, otto giorni prima delle calende di gennaio, si trova una breve annotazione: natus Christus in Betleem Judeae. Cristo nacque a Betlemme di Giudea. La data è il 25 dicembre.
Già nel 134 d.C., l’imperatore Adriano scriveva: «Gli adoratori di Serapide (dio greco-egizio importato da Tolomeo I) sono cristiani e quelli che sono devoti al dio Serapide chiamano se stessi Vicari di Cristo».
I primi cristiani, invece, attribuivano un determinato peso teologico al concepimento come momento dell'ingresso del divino nella storia e lo stesso racconto dell'Annunciazione compare in modo prominente nei Vangeli stessi oppure erano interessati maggiormente alla datazione della crocifissione, che consideravano l'evento centrale della storia della salvezza, piuttosto che la data di nascita del Messia. Entro il II e III secolo, molti cristiani latini – soprattutto a Roma e nel Nord Africa – avevano stabilito il 25 marzo come data storica della morte di Gesù, basandosi sulle proprie ricostruzioni della Passione. Da lì, entrò in gioco un presupposto teologico, con chiari parallelismi nel pensiero ebraico. Fonti rabbiniche come il Seder Olam Rabbah del II secolo, un'opera cronologica che data gli eventi biblici, (e più tardi anche nel Talmud), conservano l'idea che le grandi figure vivano vite "integrali": muoiono nella stessa data di calendario in cui sono nati o concepiti. Mosè , secondo Kiddushin 38a, nacque e morì il 7 di Adar. Quindi, se ritenendo che la sua morte di fosse avvenuta durante la Pasqua ebraica – e se tale Pasqua era stata fissata al 25 marzo per mezzo di una ricostruzione cronologica – allora si presumeva che il suo concepimento fosse avvenuto nella stessa data. Aggiungendo una gestazione simbolica di nove mesi, si arrivava al 25 dicembre. Lo stesso Sesto Giulio Africano, un antico viaggiatore cristiano che scrisse intorno al 221 d.C., collega il concepimento di Gesù al 25 marzo come parte di uno schema cronologico più ampio.
Indubbiamente, fissare il 25 marzo come data del concepimento, anziché della nascita, permetteva così genuino di unire un genuino interesse teologico per il concepimento con il desiderio di un calendario coerente e simmetrico di impostazione romana. A riprova di questo "accomodamento" aritmetico in chiave romana applicato alla liturgia cristiana, una cronaca attribuita a Ippolito di Roma va oltre: colloca la creazione del mondo in quella stessa data e calcola la nascita di Gesù 5.502 anni e nove mesi dopo, sempre il 25 dicembre. La stessa logica aiuta a spiegare perché le chiese orientali siano arrivate a una data diversa. In alcune parti del mondo grecofono, la morte di Gesù fu calcolata non il 25 marzo, ma il 6 aprile. Applicando la stessa simmetria – che collega morte e concepimento – si ottenne una data di concepimento il 6 aprile e, nove mesi dopo, una data di nascita il 6 gennaio.
Ci fu anche un altro tentativo, più concreto, di ancorare l'anno cristiano al tempo sacro ebraico e alle ricorrenze romane dell'epoca. I primi scrittori cristiani, leggendo Luca 1, presumevano – erroneamente – che Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, stesse servendo come sommo sacerdote nel Tempio durante lo Yom Kippur quando incontrò l'angelo. Da questa supposizione, costruirono una cronologia.
Se la visione di Zaccaria fosse avvenuta a fine settembre, Giovanni sarebbe stato concepito allora e sarebbe nato nove mesi dopo, intorno al 24 giugno. Luca afferma che Gesù fu concepito sei mesi dopo Giovanni, collocando l'Annunciazione intorno al 25 marzo e la nascita nove mesi dopo, il 25 dicembre.
La premessa era sbagliata, innanzitutto, Zaccaria era un sacerdote della classe di Abia (Luca 1,5), non un sommo sacerdote. Le fonti storiche ebraiche e cristiane concordano che il sommo sacerdote all’epoca era un membro della famiglia di Onia o di Anania, non un sacerdote di campagna come Zaccaria e solo il sommo sacerdote entrava nel Santo dei Santi (Qodesh ha-Qodashim) a Yom Kippur. Zaccaria, essendo un semplice sacerdote, non avrebbe potuto svolgere quel rito.
Inoltre, il Nuovo Testamento dice solo che Zaccaria stava svolgendo il suo turno di servizio e che gli toccò “entrare nel santuario del Signore per offrire l’incenso” (Luca 1,9). Secondo la Mishnah e il Tanakh, i sacerdoti erano divisi in 24 turni (mishmarot 1 Cronache 24), ciascuno serviva una settimana ogni sei mesi, più le tre grandi feste. Zaccaria apparteneva alla classe di Abia, l’ottava. Il suo turno quindi, non coincideva necessariamente con Yom Kippur e non c’è alcuna indicazione che fosse proprio quel giorno.
Volendo calcolare una probabile data di nascita di Gesù, partendo dal calendario sacerdotale del Secondo Tempio, sappiamo che la classe di Abia era l’ottava delle ventiquattro, come riportato in 1 Cronache 24,10. Ogni classe serviva una settimana alla volta, ma il ritmo veniva interrotto dalle tre grandi feste di pellegrinaggio, durante le quali tutti i sacerdoti erano presenti nel Tempio, secondo quanto stabilito in Deuteronomio 16,16. Per questo motivo, quando si ricostruisce la sequenza dei turni a partire da Nisan (marzo–aprile), l’ottava settimana utile — quella di Abia — non cade semplicemente otto settimane dopo l’inizio dell’anno, ma scivola più avanti, dopo la pausa di Pesach.
Seguendo questa logica, il turno di Abia si colloca in genere all’inizio dell’estate, e la ricostruzione più solida lo colloca a inizio luglio per il periodo in cui si ambienta il racconto di Luca. È dunque in quella settimana che Zaccaria avrebbe svolto il suo servizio nel Tempio, compreso il rito quotidiano dell’incenso, durante il quale — secondo il Vangelo — gli appare l’angelo. Il testo di Luca 1,8-11 specifica infatti che Zaccaria “stava compiendo le funzioni sacerdotali davanti a Dio” e che “gli toccò in sorte di entrare nel santuario del Signore per offrire l’incenso”.
Terminato il turno, Zaccaria rientra a casa e, “dopo quei giorni”, Elisabetta concepisce Giovanni, come afferma Luca 1,23-24. Se il servizio è avvenuto davvero a inizio luglio, il concepimento cadrebbe tra luglio e agosto. Luca aggiunge poi che sei mesi dopo l’angelo appare a Maria: “Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea” (Luca 1,26). Questo porta l’annunciazione a gennaio. Da qui, contando i nove mesi canonici, la nascita di Gesù si collocherebbe naturalmente in autunno, tra settembre e ottobre.
In altre parole, seguendo il calendario sacerdotale e la sequenza narrativa di Luca, la cronologia più coerente porta a una nascita autunnale di Gesù, non invernale. La data del 25 dicembre appartiene alla tradizione liturgica, non alla ricostruzione storica. Si tratta quindi di una tradizione devozionale tardiva, nata per sottolineare la solennità dell’annuncio dell’angelo. I cristiani tardo-antichi cercavano, per quanto goffamente, di sincronizzare la storia di Gesù con il calendario liturgico ebraico e con quello greco-romano, unendo presupposti cronografici ebraici, sforzi cristiani di datare la Passione, significati simbolici attribuiti al solstizio, importanza delle festività romane, pratiche liturgiche locali e la lenta e disomogenea standardizzazione del calendario ecclesiastico.
Si presume che solo a partire dal 336 d.C., a Roma, ritenessero questa data come la data di nascita del Cristo, con tutta probabilità associandola alla festa pagana del Dies natalis solis invicti, la "Nascita del Sole Invitto". Probabilmente per un periodo le due festività sono coesistite entrambe per poi unificarsi con la diffusione del cristianesimo a Roma.
Altrove, le cose apparivano diverse. In gran parte dell'Oriente grecofono – Alessandria, Antiochia e Gerusalemme – la nascita di Gesù veniva celebrata il 6 gennaio, una festa poi nota come Epifania.
Questa data segnava non solo la Natività, ma anche il battesimo di Gesù.
La nascita si inserì in una più ampia rivelazione di Cristo al mondo.
La coesistenza di due date di nascita creò pressioni.
Verso la fine del IV secolo, i leader della Chiesa iniziarono a spingere per l'unificazione.
In un sermone pronunciato nel 386 d.C., Giovanni Crisostomo ad Antiochia, esortò la sua congregazione ad adottare il 25 dicembre,
sottolineando che la festa era una recente importazione dall'Occidente e notando che era sconosciuta in città solo un decennio prima.
Il suo sermone cattura un momento di transizione, quando la data romana era ancora nuova, contestata e bisognosa di spiegazioni.
E fu così che all'inizio del V secolo, il 25 dicembre si diffuse in gran parte del mondo cristiano. Gerusalemme resistette più a lungo.
La Chiesa armena non cambiò mai, conservando il 6 gennaio fino a oggi. La festa celebra, ancor oggi, sia la nascita di Gesù sia il suo battesimo nel Giordano, cioè la manifestazione (Epifania) della sua divinità.
Quando Giovanni Crisostomo predicò il Natale ad Antiochia nel 386 d.C., non invocò divinità solari o riti romani.
Parlò invece di Betlemme che sostituiva i cieli stessi e di Cristo come "Sole di giustizia", ??nato quando la luce naturale del mondo iniziava a crescere.
Nel 523 d.C, il monaco Dionigi (detto "il piccolo"), originario della Scizia (attuale Kazakistan, Ucraina e Georgia), venne incaricato di determinare la Pasqua, in base alla regola adottata dal Concilio di Nicea (chiamata anche "regola alessandrina").
Fissò, così, come data di nascita di Gesù il 25 dicembre dell'anno 753 dalla fondazione di Roma e la adottò come punto di riferimento di computazione dei giorni "ab Incarnatione Domini nostri Iesu Christi" ("dall'incarnazione del nostro Signore Gesù Cristo"), ritenendo il 25 marzo (9 mesi prima del 25 dicembre) come data del concepimento del Cristo, celebrata dall'Annunciazione.
I cronografi cristiani del III secolo, infatti, credevano che la creazione del mondo fosse avvenuta durante l'equinozio di primavera, quindi calcolato circa verso il 25 marzo; conseguentemente, la nuova creazione nella incarnazione (cioè, il concepimento) e morte di Cristo dovevano conseguentemente essersi verificati lo stesso giorno, con la sua nascita nove mesi dopo il solstizio d'inverno, il 25 dicembre.
Da tener presente anche che Dionigi non conosceva lo zero; nell'Europa medioevale, lo zero venne introdotto non prima del secondo millennio dell'era cristiana. Egli stabilì quindi che l'anno immediatamente precedente all'1 (cioè l'anno nel quale era nato Gesù secondo il suo calcolo) fosse l'1 a.C.
La nascita di Gesù e il mitraismo - Le divinità nate il 25 dicembre
Storicamente parlando, la data del 25 dicembre come ricorrenza della nascita di Gesù è frutto, nel corso degli anni, di una strumentalizzazione e mutuata da un contesto pagano greco-romano legato al giorno della nascita del dio Mitra (Mithras) e al culto, di origini siriache, del "Deus Sol Invictus".
Il mitraismo nacque intorno al VII sec. a.C. in Persia e si diffuse nell'impero romano come culto misterico, iniziatico, proibito alle donne, portato dai soldati di confine.
Anche Mitra era stato partorito da una vergine, aveva dodici discepoli e veniva soprannominato "il Salvatore". Oltre a Mitra, vi sono altri fra déi e personaggi umani con caratteristiche comuni:
- Hercules - Eracle (figlio di Alcmena e Zeus), dio greco-romano nato verso l'800 a.C.
- Bacco, dio del vino romano
- Adonis, dio greco (Fenicia verso il 200 a.C.)
- Freyr, dio greco-romano
- Dionisio, dio greco delle viti e dei pini, nato da una pia donna o anche "nato da una vacca, con forma di toro", figlio illegittimo di Zeus, ma in seguito resuscitato dal padre, compì diversi miracoli tra i quali la trasformazione dell'acqua in vino, fu chiamato "Re dei Re", fatto a pezzi dai pugnali omicidi dei Titani.
- Lao Tze, (IV sec. a.C.) la leggenda narra nato da una vergine in una grotta splendente
- Krishna, un avatāra, ovvero una manfestazione terrena del dio Visnu, secondo le fonti vaisnava)forse nato da una vergine, principe della famiglia reale, annunciato da una stella comparsa ad oriente. Il sovrano di Mathura, Kamsa, udita la predizione che avrebbe ricevuto la morte per mano di un figlio della cugina Devaki, fece uccidere sistematicamente i figli della donna. Krishna venne scambiato con un altro neonato e riuscì a scampare alla morte, venendo affidato di nascosto al pastore e falegname Nanda e a sua moglie Yashoda.
Saputa la notizia della presenza del bimbo Krishna nel villaggio di Vrindavana, il sovrano Kamsa, fece di tutto per ucciderlo, inviò un demone di nome Putana, che assunse le sembianze di una bellissima donna la quale, visitando le giovani madri, chiedeva di poter tenere in braccio i piccoli e allattarli al proprio seno. In realtà, essendo il latte avvelenato, tutti i neonati morivano dopo essere stati allattati.chiamato "salvatore", fece diversi miracoli, forse crocifisso o comunque sacrificato. - Virishna Gurudeva, divinità del Kashmir indiano di dubbia autenticità, spesso paragonato a Krishna.
- Horus, antico dio egizio, nato attorno al 25 dicembre, padre putativo chiamato "Seb", ucciso da Seth e risorto (vi è comunque stata una strumentalizzazione sull'associazione della storia di Gesù raccontata dai vangeli e i racconti egizi su Horus. E' indubbio che vi sono state delle manipolazioni che vennero teorizzate per la prima volta da D.M. Murdock, una studiosa "archeloga" che ha fondato, nel 1999, le sue tesi su degli studi di un riconosciuto MASSONE di nome Gerald Massey).
- Odino scandinavia
- Beddru giappone
- Adad (Assiria)
- Shamash (Dio Sole babilonese con suo figlio Tammuz, considerato l’incarnazione del Sole)
- Huitzilopochtli (Dio Sole azteco)
- Bacab (Yucatan)
La simbologia legata alla nascita del Cristo è stata messa in relazione con le antiche usanze pagane legate al Dies Natalis Solis Invicti ("Giorno di nascita del Sole Invitto" - l'invitto dopo la lotta contro le tenebre), ovvero la rinascita del ciclo solare, che determina l'allungamento delle giornate appena dopo il solstizio d'inverno.
Il solstizio d'inverno
Il giorno del solstizio d'inverno,astronomicamente parlando, cade generalmente tra il 21 e il 22 dicembre ed è definto come l'istante in cui il Sole raggiunge il punto di declinazione minima (circa -23°27' attualmente), nel suo moto apparente lungo l'eclittica, (il percorso apparente del Sole rispetto al fondo siderale). In quel giorno, si ha il maggior numero di ore di buio e relativo minor numero di ore di luce.
Il termine solstizio viene dal latino solstitium, che significa letteralmente “sole fermo”, perchè nell’emisfero nord della terra, nei giorni dal 22 al 24 dicembre, il sole sembra fermarsi in cielo, fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all’equatore.
Il fenomeno è dovuto essenzialmente all’inclinazione dell’asse di rotazione terrestre rispetto all’eclittica. Da non confondere con il perielio terrestre, cioè la distanza minima fra Sole e Terra, che attualmente, in quest'epoca, cade verso tra il 2 ed il 4 gennaio.
Nel corso dei giorni dell'anno, il Sole, nel suo moto apparente nel cielo terrestre, forma il cosidetto "analemma", una tipica figura geometrica, che, per le nostre latitudini nell'emisfero boreale assume la forma di un "8" allungato, fatta fotogrando il Sole alla stessa ora dalla stessa posizione.
Nei giorni compresi tra il 22 e il 24 dicembre il sole sembra fermarsi in cielo (fenomeno tanto più evidente quanto più ci si avvicina all’equatore), da cui il termine latino solstitium (“Solis statio” cioè “fermata del Sole” "sole fermo" da sol, "sole", esistere, "stare fermo").
La differenza di 3-4 giorni rispetto al solstizio d'Inverno astronomico è dovuta al calendario luni-solare romano antico, (detto anche calendario pre-giuliano o calendario di Numa dal suo presunto fondatore: l'imperatore Numa Pompilio), nel quale la comparsa della prima falce lunare il giorno delle Kalendae viene confermata nel giorno delle Nonae, in cui si annunciavano le festività del mese appena iniziato solo dopo essersi fatti certi che la Luna seguiva il suo corso regolare. Un pò come avviene nel calendario lunare islamico.
Il calendario luni-solare di Numa aveva dodici mesi di lunghezza variabile tra 29 e 31 giorni che i Romani usarono fino al 46 a.C. (-45); in totale l'anno durava 355 giorni dieci in meno dell'anno solare e per compensare questa differenza si ricorreva all'intercalazione di un mese straordinario di 22 o 23 giorni ogni due anni; il mese era noto come Mercedonio o Intercalare e originariamente iniziava con il mese di marzo.
Il Solstizio d’Inverno era festeggiato anche presso i Celti ed i Teutoni i cui sacerdoti, i druidi, consideravano in questo periodo l’abete un albero Sacro e Venerabile.
Quando le tribù teutoniche penetrarono in Gallia, Bretagna ed Europa centrale, portarono con loro i riti Yule celtici e germanici. Cibo e cordialità, il ceppo di natale e torte Yule, fogliame e abeti, e doni e saluti, tutti commemoravano diversi aspetti di questa stagione di festa. Fuochi e luci, simboli di calore e vita duratura, sono sempre stati associati con la celebrazione invernale, sia pagana che cristiana. Dal Medioevo europeo, sempreverdi, come simboli di sopravvivenza, sono stati associati con il Natale.
Il solstizio d'inverno nel vecchio calendario Giuliano cadeva il 25 dicembre.
Oggi, nel calendario greogoriano adattato, il giorno del solstizio cade il 21 dicembre, ma per l’inversione apparente del moto solare diventa visibile il terzo/quarto giorno successivo.
Il sole, quindi, nel solstizio d’inverno giunge nella sua fase più flebile di luce e calore, per rinascere “invincibile” sull'oscurità.
Il Solstizio di inverno e la notte di Yalda - La notte di Yalda: la festa persiana e mitraista che ha originato il Natale
Il 20 dicembre i persiani (oggi in Iran) celebrano la notte più lunga dell'anno con una festa tipicamente zoroastriana: Shab-e yalda. Shab in persiano vuol dire "notte", mentre la parola Yalda significa "nascita".
Per la notte più lunga dell'anno, le famiglie persiane (anche quelle musulmane) si riuniscono per mangiare anguria, melograno, cantare ed esprimere desideri attraverso le poesie del grande mistico ed iniziato Hafez. Per esorcizzare il buio della notte, vengono accese candele e lanterne.
L'origine di questa festa non è chiara: probabilmente deriva dal Mitraismo, la religione nata in Persia e diffusasi in tutto l'Impero Romano attorno all'anno zero. Per i seguaci di questa religione, Mitra era nato proprio nella notte più lunga dell'anno e da questa celebrazione verrà la festività del Dies Natalis Solis Invicti ("Giorno di nascita del Sole Invitto").
I tanti mitrei di Roma (quello di San Clemente è solo il più celebre) testimoniano quanto fosse diffusa la religione che adorava il sole.
La data del Natale cristiano è legata proprio al culto di Sol Invictus. Il vescovo siriano Jacob Bar-Salibi scrive: "Era costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la nascita del Sole, in onore del quale accendevano fuochi come segno di festività. Anche i Cristiani prendevano parte a queste solennità. Quando i dotti della Chiesa notarono che i Cristiani erano fin troppo legati a questa festività, decisero in concilio che la "vera" Natività doveva essere proclamata in quel giorno".
Fu papa Giulio I a ufficializzare nel 337 che il Natale si sarebbe celebrato il 25 dicembre, in precedenza ultimo giorno di festa per la nascita di Mitra.
Il carattere orgoglioso degli iraniani spinge alcuni di loro ad affermare che persino il Natale sia ispirato al loro Shab-e Yalda, ma Yalda (che è anche un nome femminile) è da secoli una parola chiave della poesia persiana, una metafora per definire il nero perfetto degli occhi e dei capelli della donna amata.
Dopo questa notte il giorno ricomincerà ad allungarsi per culminare nel capodanno, il Nowrooz, coincidente con l'equinozio di primavera, che come ricorda Tilak, era il giorno in cui la più antica popolazione ariana (prima che greci, persiani e indù si separasero etnicamente) festeggiava il capodanno. I persiani sono gli unici popoli indoeuropei ad aver conservato questa antichissima tradizione.
Cenni storici sull'evoluzione degli elementi pagani del Natale
Nella religione romana, dal 17 al 24 dicembre si celebravano i Saturnali, ovvero un ciclo di festività pagane che celebravano l'insediamento nel tempio del dio dell'agricoltura Saturno (Da satus: semina), mediante sacrifici, (si scherzava a ribaltare i ruoli sociali, uno schiavo faceva il re per tutte le feste e poi veniva sacrificato), talvolta anche con riti orgiastici, che culminavano in una sorta di sfilata mascherata.
Venivano scambiati doni per augurare un periodo di pace e di prosperità.
La tradizione dello scambio di regali risalirebbe addirittura a Romolo (771 - 716 a.C.), imperatore di Roma che inizialmente si celebrava il primo marzo poi venne spostata alla fine dei Saturnali dopo il 24 dicembre. La leggenda narra che, Eracle (Ercole) passando dal Lazio, convinse gli abitanti a non sacrificare più vite umane, ma a offrire piuttosto statue di argilla e ceri accesi ed a scambiarsi doni come candele, noci, datteri e miele.
Era usanza vegliare tutta la notte in attesa del "nuovo Sole". Durante queste feste venivano accesi dei fuochi (usanza che si ritrova nella tradizione natalizia di bruciare il ceppo nel camino la notte della vigilia e nelle luci di Natale) che, con il loro calore e la loro luce, avevano la funzione di ridare forza al sole indebolito.
Spesso questi rituali avevano a che fare con la fertilità ed erano quindi legati alla riproduzione. Da qui l'usanza, nelle antiche celebrazioni, di danze e cerimoniali propiziatori dell'abbondanza e in alcuni casi, come negli antichi riti celtici e germanici, ma anche romani e greci, di accoppiamento durante le feste.
Nei giorni del solstizio d’inverno, si svolgeva in onore di Dioniso una festa rituale chiamata Lenaea, “la festa delle donne selvagge”, dove veniva celebrato il Dio che “rinasceva” bambino dopo essere stato fatto a pezzi.
Successivamente, l'imperatore Lucio Domizio Aureliano (214 - 275 d.C.) sostituì nel 274 i Saturnali con la festa del Sole, ove veniva festeggiato il giorno più breve dell'anno, il solstizio d'inverno e adottò il Sole come dio supremo. A seguito della vittoria di Aureliano sulla regina Zenobia, del Regno di Palmyra (240 km a nord-est di Damasco), per mezzo dell'appoggio degli abitanti della città di Emesa, i cui sacerdoti erano appunto cultori del Sol Invictus, Aureliano edifica un santuario (situato nel Campus Agrippae, l'attuale piazza San Silvestro a Roma) dedicato a questa divinità e proclama (per la prima volta in Occidente) il 25 dicembre giorno di festa in onore del nuovo dio: il Dies Natalis Solis Invicti, (da qui deriva il termine italiano "Natale"). Aureliano ordinò anche che il primo giorno della settimana fosse dedicato al dio Sole, chiamandolo Dies Solis, cioè appunto "giorno del sole". tale usanza verrà mutuata dai primi cristiani nella sacra domenica. La prima attestazione in questo senso risale alla Cronografia del 354 (detta anche Calendario filocaliano), un composito testo cristiano databile appunto nel 354 d.C. e redatto a Roma. Nello stesso documento (nella 12° parte) compare anche il già citato Depositio Martyrum, del 336 d.C., in cui si riporta il festeggiamento della nascita di Cristo al 25 dicembre.
La nuova solennità cristiana divenne ben presto assai popolare proprio perchè altro non era se non la trasformazione e l'adeguamento della festa pagana del solstizio, della festività dell'Eone, cioè della mitica rappresentazione della nascita del nuovo sole. In tale circostanza, nella notte fra il 24 ed il 25 dicembre gli iniziati si raccoglievano in un adyton sotterraneo, per compiere i riti iniziatici intorno alla mezzanotte. All'alba i fedeli lasciavano in processione il luogo sacro, portando con sè la statuetta di un bambino, simbolo del Figlio del dio del Sole appena nato dalla Vergine, la Dea Caelestis e, non appena sorgeva il sole, recitavano in coro la formula liturgica: "La Vergine ha partorito, la luce cresce".
La famiglia di Costantino I, (imperatore dal 306 che successivamente (nel 330) attuò un'ampia riforma in favore della diffusione del cristianesimo), venerava, infatti, il Sol invictus.
D'altra parte, alcuni studiosi affermano anche che durante il regno di Licinio (imperatore dal 308 al 324 d.C.) il culto al dio solare veniva celebrato il 19 dicembre, e non il 25, oppure in ottobre.
Nell'anno della riforma di Costantino si decise di anticipare al 25 dicembre del 330 la festività che normalmente aveva luogo il 06 gennaio (giorno tuttora celebrato dai cristiani ortodossi).
Fra il 336 e il 354 un calligrafo Dionisio Filocalo disegna la Depositio martyrum, il primo calendario liturgico ponendo il Natale a ridosso delle "calende di Ianuarius (gennaio)" (tra la fine di dicembre e l'inizio di gennaio).
La ricorrenza della nascita di Gesù, secondo un almanacco romano, infatti, venne decisa dalla chiesa cattolica con Papa Giulio I nel 337 d.C.; si decise di fissarla per il giorno 25 Dicembre perchè in tale data i romani già festeggiavano il Dies natalis Solis invicti. La prima data in cui si certifica chiaramente la festa cristiana del 25 dicembre è il 336 d.C., ovvero quando venne scritta la Depositio Martyrum, un primo tentativo di calendario liturgico, nel quale accanto al 25 dicembre si legge: “natus Christus in Betleem Iudeae”
Nel 380 Teodosio I promulgò il cosiddetto Editto di Tessalonica (Cunctos populos), con il quale definì il cristianesimo niceno come unica religione ufficialmente riconosciuta dell’Impero romano, inaugurando una stagione normativa volta a limitare progressivamente le pratiche cultuali tradizionali.
Tra il 391 e il 392 una serie di ulteriori provvedimenti — menzionati da Socrate Scolastico e Sozomeno — vietò i sacrifici pubblici, chiuse i templi e rese perseguibili molte forme di ritualità pagana.
Nel 391, nel contesto di crescenti tensioni religiose ad Alessandria, il Serapeo fu distrutto in seguito a scontri tra gruppi cristiani e pagani. Le fonti tardoantiche (in particolare Socrate Scolastico, Historia Ecclesiastica, V, 16–17) descrivono l’episodio come la conclusione di un conflitto politico-religioso più ampio. La presenza, all’interno del complesso, di materiali librari è oggetto di dibattito storiografico: alcuni autori antichi alludono all’esistenza di una collezione, ma la ricerca moderna tende a considerare incerta l’entità e la natura di tali raccolte. L’evento è talvolta associato, in modo problematico, alla dispersione di residui del patrimonio librario alessandrino.»
Lo studio associativo fra le festività pagane e , verso la fine del XII secolo dal vescovo siriano Jacob Bar-Salibi, il quale ha sostenuto che la festa di Natale è stata effettivamente spostata dal 6 gennaio al 25 dicembre in modo da cadere sulla stessa data della festa pagana: «era costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la nascita del Sole, in onore del quale accendevano fuochi come segno di festività. Anche i Cristiani prendevano parte a queste solennità. Quando i dotti della Chiesa notarono che i Cristiani erano fin troppo legati a questa festività, decisero in concilio che la “vera” Natività doveva essere proclamata in quel giorno.». (J. Bar-Salibi da Christianity and Paganism in the Fourth to Eighth Centuries, Ramsay MacMullen. Yale, 1997, p. 155).
E' interessante notare che anche la festa cristiana dell'"epifania del Signore" (ovvero la manifestazione di Gesù Cristo come Dio Figlio incarnato), che si tiene ogni anno il 06 gennaio, è la risultanza di adattamento cristiano alle usanze pagane romane. Gli antichi romani, infatti, 12 giorni dopo la festa del Sol Invictus (ovvero proprio il 06 gennaio), festeggiavano la propizia fertilità dei campi nella fede nella dea Diana.
Simbolismo Cristo-Luce
«Io sono la luce del mondo. Chi crede in me non cammina nelle tenebre» (Gv, 8, 12)
«la mia giustizia sorgerà come un sole e i suoi raggi porteranno la guarigione…il giorno in cui io manifesterò la mia potenza, voi schiaccerete i malvagi» (Libro di Malachia, 3, 20-21)
Questa analogia tra la manifestazione di Dio e il sorgere del sole risale al Libro di Isaia (Is 30, 26 e Is 62, 1) ed è ripreso anche nel Libro della Sapienza (Sap 5, 6).
Il simbolismo teologico "Cristo-Sole-Luce del mondo" lo si ritrova chiaramente nei vangeli (Gv. 1,4-9; 8,12; Lc. 2,32; Mt. 17,2). Spesso la prima iconografia paleo-cristiana veniva associata con quella pagana: il Cristo come il dio Apollo-Helios sul carro solare. I primi cristiani, già dalle fine del I sec., festeggiavano la domenica (il "giorno del Sole", anche chiamato "Dies dominica": "giorno del Signore") perché Cristo era risorto, secondo tradizione, proprio in questo giorno (vedi Apocalisse 1,10).
Lo stesso papa Benedetto XVI scrive: "Il 25 dicembre, al centro com’è dei giorni del solstizio invernale doveva essere commemorato come il giorno natale, ricorrente ogni anno, della luce che si rigenera in tutti i tramonti [...] (nel) tempo in cui la fede cristiana tese la sua mano all’uomo greco-romano, [...] molto presto i cristiani rivendicarono per loro il 25 dicembre il giorno natale della luce invitta, e lo celebrarono come natale di Cristo, come giorno in cui essi avevano trovato la vera luce del mondo. Essi dissero ai pagani: il sole è buono e noi ci rallegriamo non meno di voi per la sua continua vittoria, ma il sole non possiede alcuna forza da se stesso. Può esistere e aver forza solo perché Dio lo ha creato. Esso ci parla quindi della vera luce, di Dio"(Chi ci aiuta a vivere? Su Dio e l’uomo - Queriniana, pagg.97-103 di Joseph Ratzinger).
Considerazioni filologiche sugli aspetti messianici del Cristo
Gesù è definito anche il Messia, il Christos, dal greco "l'unto, il lucente il sacro". Questo termine, in realtà sembrebbe essere frutto di una fusione lessicale di due concetti di origini molto antiche.
- Chrys–os: si collega a Horus (dio egizio, signore della morte), figlio di Osiride (da Osiri – dio, forza, padre della luce). Da cui i termini Chrosus e Chrysos antefatti del termine "croce", nelle varie lingue moderne. In questo termine Concetti di simbolo di luce e oro Elios (Sole): EL-I-OS: Dio(El) Sole(OS).
- Tau (lettera greca "T"), (interposta in Chrys–os), tra gli egizi, fenici e greci: sSegno della morte e della resurrezione e simbolo della croce o meglio del Tau solare luminoso.
Il cristo è anche chiamato l'"Agnello di Dio". In sanscrito Agni è il dio-uomo vedico del fuoco messaggero delle divinità e del sacrificio, destinato a morire e chiamato anche "signore dei morti"
Dal latino" Agnus": uomo mansueto (Agni+Ignis(fuoco)). L'anagramma di "Agnel" è "legna". Da cui l'etimologia ci spinge a considerare da dove il termine "capro espiatorio", ovvero qualcosa di sacrificabile per salvarne qualcos'altro. Originariamente concepito per dissacrare l'attaccamento verso capre e montoni che venivano adorati.
Tale concetto è di fondamentale importanza perché la semplicistica attitudine di molti musulmani (e non solo) nel bollare di ignoranza e di miscredenza i concetti originari che stanno alla base delle festività del cristianesimo non porta a nulla se non ad una chiusura ed ad una incoscenza nel non voler capire a fondo i concetti. Nonostante il legame con gli elementi del paganesimo con la storia evangelica di Gesù sia palese ed indubbio esiste pur sempre una verità recondita anche nelle varie forme di paganesimo.
Gli studi sui manoscritti di Qumran confermerebbero la data del 25 dicembre ?
Recenti studi hanno determinato che, nonostante la datazione della festività del Natale cristiano sia stata indubbiamente mutuata dalle celebrazioni pagane cristianizzando così i rituali e le usanze del mondo greco-romano, la data tradizionalmente accettata (del 25 dicembre) si avvicinerebbe coqmunque al periodo della nascita reale del profeta per interpolazione delle fonti storiche, bibliche e della ricostruzione delle turnazioni sacerdotali degli ebrei descritte nei manoscritti di Qumran.
Grazie al Calendario di Qumran e al ritrovamento sopratutto del Libro dei Giubilei (II secolo a.C.), studiosi moderni hanno esposto la tesi secondo cui il 25 dicembre sarebbe veramente la data corretta della nascita del Cristo. L’evangelista Luca riferisce che l’arcangelo Gabriele annunciò a Zaccaria la nascita del figlio Giovanni Battista, mentre egli stava svolgendo le sue funzioni sacerdotali davanti a Dio nel tempio, nel turno di Abia (Lc 1,62).
Nel 1953 la grande specialista francese Annie Jaubert ha studiato il calendario del Libro dei Giubilei, scoprendo che numerosi frammenti di tale testo dimostrano non solo che esso era stato fatto proprio dagli esseni, ma che essi lo avevano usato almeno fino al I secolo d.C. (A. Jaubert, Le calendrier des Jubilées et de la secte de Qumran. Ses origines bibliques, in “Vetus Testamentum, Suppl.” 3 (1953) pp. 250-264).
Nel 1958, lo studioso ebreo Shemarjahu Talmon, docente presso l’Università di Gerusalemme, ha ricostruito le turnazioni sacerdotali degli ebrei e, applicandole al calendario gregoriano, ha scoperto che la classe sacerdotale del turno di Abia svolgeva le sue funzioni due volte l’anno, e una di esse corrispondeva all’ultima decade di settembre (cfr. The Calendar Reckoning of the Sect from the Judean Desert. Aspects of the Dead Sea Scrolls, in Scripta Hierosolym itana, vol. IV, Jerusalem 1958, pp. 162-199). Risulta dunque storicamente attendibile la data tradizionale attribuita alla nascita di Giovanni Battista (24 giugno), avvenuta nove mesi dopo l’annuncio di Gabriele a Zaccaria della nascita di Giovanni Battista (23 settembre) l’annuncio dell’arcangelo Gabriele a Maria (e il concepimento verginale di Gesù) avvenuta sei mesi dopo (25 marzo) e, infine, la nascita di Gesù avvenuta nove mesi dopo (25 dicembre).
La nascita di Gesù nell'Islam
Annuncio della nascita di Gesù, tratto dal Corano,
ritratto dell'artista persiano Hossein Behzad
Nel Corano, Gesù — chiamato 'Isā ibn Maryam, “Gesù figlio di Maria” — occupa un posto di grande onore.
Egli è considerato uno dei profeti più importanti, inviato da Dio per guidare i figli d’Israele e viene descritto con titoli di altissimo prestigio:
Messia (al-Masīh), Parola di Dio (Kalimāt Allāh) e Spirito da Lui (Ruh minhu - Corano An-Nisā' 4,171).
Il testo sacro insiste sulla sua nascita miracolosa, avvenuta per volontà divina senza intervento umano, e racconta diversi miracoli compiuti da Gesù come segni della sua missione profetica.
Pur riconoscendone la grandezza, il Corano rifiuta l’idea cristiana della divinità di Gesù e della Trinità, presentandolo invece come un profeta umano, simile ad Adamo nella sua creazione miracolosa.
Gesù è inoltre una figura escatologica: secondo la tradizione islamica, tornerà alla fine dei tempi come segno della giustizia divina e della restaurazione della verità.
L’annuncio a Maria (Maryam bint 'Imran) della nascita di Gesù nel Corano lo troviamo in due sure: la terza e la diciannovesima.






"Ricorda Maria nel Libro, quando si allontanò dalla sua famiglia, in un luogo ad oriente.
Tese una cortina tra sé e gli altri.
Le inviammo il Nostro Spirito, che assunse le sembianze di un uomo perfetto. Disse [Maria]:
-Mi rifugio contro di te presso il Compassionevole, se sei [di Lui] timorato!-.
Rispose: -Non sono altro che un messaggero del tuo Signore, per darti un figlio puro-.
Disse: -Come potrei avere un figlio, ché mai un uomo mi ha toccata e non sono certo una libertina?-.
Rispose: -È così. Il tuo Signore ha detto: ‘Ciò è facile per Me. Faremo di lui un segno per le genti e una misericordia da parte Nostra. È cosa stabilita- "
(Corano Maryam 19,16-21, trad. H. Piccardo)
Il Corano riporta che in seguito al concepimento, la Vergine “si ritirò in un luogo lontano” e che “I dolori del parto la condussero presso il tronco di una palma. Diceva: «Se solo fossi morta prima di ciò e fossi già del tutto dimenticata!». Fu chiamata da sotto: «Non ti affliggere, ché il tuo Signore ha posto un ruscello ai tuoi piedi; scuoti il tronco della palma: lascerà cadere su di te datteri freschi e maturi. Mangia, bevi e rinfrancati. Se poi incontrerai qualcuno, di’ [a cenni]: ‘Ho fatto un voto al Compassionevole e oggi non parlerò a nessuno’»”
Quindi il Corano continua il racconto dicendoci che dopo la nascita di Gesù, ella ritornò presso la sua gente: “Tornò dai suoi portando [il bambino]. Dissero: «O Maria, hai portato una cosa incredibile! O sorella di Aronne, tuo padre non era un empio né tua madre una libertina». Maria indicò loro [il bambino]. Dissero: «Come potremmo parlare con un infante nella culla?», [Ma Gesù] disse: «In verità sono un servo di Dio. Mi ha dato la Scrittura e ha fatto di me un profeta. Mi ha benedetto ovunque sia e mi ha imposto l’orazione e la decima finché avrò vita, e la bontà verso colei che mi ha generato. Non mi ha fatto né oppressore né disobbediente. Pace su di me il giorno in cui sono nato, il giorno in cui morrò e il Giorno in cui sarò resuscitato a nuova vita»”.
C’è anche un altro versetto in cui si cita che Gesù parlò nella culla:
“E [ricorda] quando Allah disse: «Oh Gesù, figlio di Maria, ricorda la Mia grazia su di te e su tua madre, quando ti rafforzai con lo Spirito di Santità, [tanto] che parlasti alla gente dalla culla e in età matura […]»” .
Mentre la cornice del racconto canonico cristiano deriva essenzialmente dal racconto del vangelo lucano della natività,
alcuni degli episodi che troviamo nel racconto islamico mostrano affinità con racconti che si trovano nei Vangeli apocrifi dell’infanzia di Gesù.
Il racconto di Maria che tesse una tenda è narrato nel Protoevangelo di Giacomo, in cui Maria è una delle sette vergini della famiglia di Davide scelte per fare una cortina del tempio di Gerusalemme.
L’episodio della palma ne ricorda uno del Vangelo dello Pseudo-Matteo (20,1 s.), in cui Maria, durante la fuga in Egitto, desidera il frutto di una palma e il bambino Gesù,
seduto sulle sue ginocchia, dice: «Albero, abbassa i tuoi rami e rinfresca mia madre con i tuoi frutti».
L’idea generale non è diversa da quella della "Carola (o ballata) del ciliegio", ("CherryTree Carol", titolo di un’antichissima ballata natalizia medievale anglosassone
che racconta un episodio apocrifo della vita di Maria e Giuseppe durante il viaggio verso Betlemme) in cui, tuttavia a dare l’ordine è il bambino non ancora nato.
Ricorda molto la scena descritta nella sura (Maryam 19, 22–26), dove Maria partorisce sotto una palma, lontana dalla città, sostenuta da un ruscello miracoloso e dai datteri che cadono dall’albero.
Secondo alcuni studiosi il "ruscello" citato nel Corano possa essere una reminiscenza dell’acquedotto di Pilato, di cui si possono ancora vedere le tracce vicino a Betlemme.
Il punto di vista islamico - L'interpretazione di alcune fazioni islamiche intransigenti sulla proibizione di celebrare e fare gli auguri di Natale
In ambito islamico "ortodosso", vi sono alcune interpretazioni che considerano tale ricorrenza e quindi, anche il suo festeggiamento,
con conseguente scambio di auguri, come una "deviazione", "una (illecita) innovazione", citando spesso la seguente āyah(versetto):

"Tra la gente del Libro, ci sono molti che, per invidia, vorrebbero farvi tornare miscredenti dopo che avete creduto e dopo che anche a loro la verità è apparsa chiaramente! Perdonateli e lasciateli da parte, finché Allah non invii il Suo ordine. In verità Allah è Onnipotente"
(Corano medinese
al-Baqarah 2,109 trad. H. Piccardo)
Oppure questo:

"(...) Ma l'odio contro un popolo che vi escluso dal sacro Tempio, non vi spinga a trasgredire, invece aiutatevi l'un l'altro in carità e pietà e non sostenetevi nel peccato e nella prevaricazione (...)" (Corano medinese Al-Mā'idah 5,2)
"Chi vuole una religione diversa dall'Islām, il suo culto non sarà accettato, e nell'altra vita
sarà tra i perdenti"
(Corano medinese 'Āli 'Imrān 3,85)
che contrasterebbe con il seguente versetto che alcuni ritengono "abrogato":
"Invece quelli che credono, siano essi ebrei, cristiani o sabei, (Sābi’a), quelli che credono in Dio e nell'Ultimo Giorno e compiono le buone azioni avranno la loro ricompensa
presso il loro Signore e non dovranno temere, non patiranno tristezza" (Corano al-Baqarah 2,62 trad. I. Zilio Grandi)
ma che invece, viene confermato dal seguente versetto fra gli ultimi rivelati:
"Coloro che credono, i Giudei, i Sabei (Sābi’a), i Nazareni e chiunque creda in Allah e nell'Ultimo Giorno e compia il bene, non avranno niente da temere e non saranno afflitti"
(Corano medinese Al-Mâ'ida 5,69 - sura rivelata fra le ultime)
Essere benevoli e giusti nei confronti di coloro (anche non musulmani) che non ci fanno la guerra e sono pacifici con noi è un dovere coranico, che fa capire come l'Islàm, il vero Islàm, sia una religione di pace e convivenza, anche nei confronti di coloro che non condividono il nostro credo, come confermato dalla seguente āyah:
"Allāh non vi proibisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno
combattuto per la vostra religione e che non vi hanno scacciato dalle vostre case, poiché Allāh
ama coloro che si comportano con equità"
(Corano medinese Al-
Mumtaĥanah 60,8)
Anche il versetto (Corano Al-Furqān Il Discrimine 25,72) viene usato spesso dai più intransigenti, attraverso il commento dell'Imam Ibn Kathir,
per confermare la presunta illeicità nel congratularsi e nel fare gli auguri in occasioni delle festività natalizie,
al punto da indicare che vi sarebbe consenso sapienziale (ittifāq) sull'impermissibilità di congratularsi per le altrui festività religiose.
Il versetto riporta infatti le parole "quando [coloro che non rendono falsa testimonianza “shahādat az-zūr”] s’imbattono in discorsi futili se ne allontanano con dignità".
In arabo “wa idha marru...” (quando passano presso...) bi-l-laghw ovvero ciò che è privo di valore: oscenità, volgarità, pettegolezzo, insulti,
discorsi inutili (la futilità).
Il versetto rappresenta una vera e propria condotta morale del musulmano (almeno sul piano teorico): mantiene l'integrità della parola e della presenza, non mente,
non testimonia il falso zūr, non reagisce con aggressività o arroganza e
non partecipa a contesti degradanti, ingiusti o immorali o a conversazioni distruttive, passa oltre con dignità, senza contaminarsi nè insultare.
Questa è la nobiltà nel comportamento, non rispondere al male con il male, non cadere nella provocazione e mantenere dignità e autocontrollo.
Il vero credente è una persona che non si sporca con la falsità e che cammina nel mondo con nobiltà, senza farsi trascinare nel basso.
Il versetto parla di questo, non di relazioni sociali, cortesia o auguri, non riguarda la partecipazione a festività altrui, nè tantomeno il semplice atto di augurare il bene.
Anche Shaykh Abdullah bin Bayyah (1935-vivente), studioso islamico mauritano, politico e professore di studi islamici presso l'Università King Abdul Aziz di Jeddah , in Arabia Saudita, nella
sua esegesi, indica chiaramente che il versetto (25,72) parla di partecipazione a falsità, non di gentilezza sociale. Riguarda la moralità personale, non le relazioni interreligiose.
Al-Bukhari riporta che "il Profeta (pace su di Lui) quando gli passò davanti il funerale di un ebreo si alzò e si alzarono i suoi compagni che gli dissero: -Ma Messaggero di Allah, è il funerale di un ebrero!- Ed Egli rispose: -Non è forse un'anima!-" (Sunna al-Bukhari)
Di per sé, non esiste nulla nel Corano che indica esplicitamente la proibizione di festeggiare o far gli auguri ai cristiani in occasione del Natale. E tutti questi versetti, spesso citati in supporto alle proprie ottuse convinzioni in merito alla proibizione di partecipare e fare gli auguri ai cristiani in occasione delle festività, ribadiscono il concetto di rispetto dei propri principi islamici e sopratutto delle proprie intenzioni (che sia buone e compiacenti ad Allah), ma che rimangono aperte anche alla convivenza e al buon auspicio anche nei confronti di chi non è musulmano.
Come sempre, bisogna considerare il contesto storico e culturale dell'epoca in cui sono stati rivelati questi versetti. Era il periodo in cui la neo-comunità di credenti in Allah, insediatasi da poco a Medina, si trovava a fronteggiare accuse di varie tipo strumentalizzate da contesti religiosi, quando in realtà era tutti giochi politici e di potere per avere il controllo sulle masse, tant'è vero che in un versetto successivo (al-Baqarah 2,113) viene rilevato il conflitto esistente fra ebrei e cristiani stessi. L'invito divino è quello di ignorare. I musulmani, quindi, in un'interpretazione più oggettivamente concreta, sono invitati ad ignorare le macchinazioni degli infedeli finché un esplicito ordine divino non imponga di dichiarare loro un'aperta ostilità. E' chiaramente in un clima di "guerra fredda", che prelude ai successivi anni di scontri, quello che si staglia nel contesto di questo versetto, contesto che non possiamo certo paragonare a quello attuale.
L'altro versetto è tratto dalla sura 5, Al-Mā'idah, una delle ultime rivelate a Medina e sancisce alcune istituzionalizzazioni dei riti islamici, grazie anche all'hadith secondo cui A'isha, una delle mogli del Profeta, avrebbe delineato quali sonoi precetti principali e definitivi dell'Islam califfale che andava a formarsi. Anche questo è un bel esempio di strumentalizzazione di versetti, usato nell'intimidazioni dei musulmani a non accodarsi ai riti cristiani, (non sostenetevi nel peccato e nella prevaricazione), ma che originariamente doveva per forza riferirsi al popolo di Mecca (un popolo che vi escluso dal sacro Tempio) che prima aveva combattuto l'Islam e solo in seguito si sottomise.
La sfera ortodossa e fondamentalista delle varie interpretazioni islamiche, in merito a questo argomento, si spinge oltre a colpi di quanto meno discutibili e sicuramente tardi ahadith. C'è chi afferma addirittura che festeggiare e/o scambiarsi gli auguri in occasione del Natale crsitiano sia "un peccato tanto grande quanto il congratularsi con qualcuno per il bere vino, o per l'uccidere qualcuno, o per l'avere rapporti sessuali illeciti e così via".
Tra i "famosi" usūlyyīn (gli studiosi degli usūl al-Fiqh, i fondamenti della giurisprudenza), antichi e moderni vi sono alcuni più intransigenti, più tradizionalisti, diciamo, che abbondano di rigide interpretazioni, ortodosse come:
- Al Uthaymin; Shaykh Ibn ‘Uthaymīn
- Muhammad Sālih al-Munajjid
- Abdullāh al-Faqīh
- Abdul-‘Azīz ibn ‘Abdullāh ibn Bāz
- Abdul-Razzāq ‘Afīfi
- Abdullāh ibn Ghudayyan
- Abdullāh ibn Qa’ūd
- Abdullāh ibn Bayyah (che riporta diverse narrazioni dall'Imām Ahmad ), in cui la congratulazione e l'augurio nei confronti dei non-Musulmani, in occasione delle loro festività, viene indicata rispettivamente come harām)
che fondamentalmente, si rifanno agli insegnamenti degli scritti di teologi e giuristi medievali come At-Tirmidhī (825 - 892), Ibn Taymiyyah (1263 - 1328) e Ibn al-Qayyim (1292 - 1350).
Formalmente il festeggiare il Natale, stare a tavola con i cristiani e fare loro gli auguri rappresenterebbe, in un contesto puramente giuridico islamico, una "licenza" (rukhsa). La premessa a questa "licenza" è quella di non trasgredire in nessun caso alle norme basilari della religione islamica sia in campo alimentare, sia nel rispetto dei rituali, come la preghiera.
Infatti, tra i vari "problemi" che vengono sollevati dai "sapienti" intransigenti elenchiamo:
- La presenza di pietanze a base di maiale e vino, chiaramente proibiti nell'Islam, nelle tavole dei festeggiamenti cristiani;
- Altro "problema" potrebbe esser quello della "non-appartenenza" di tali festività con l'Islam in sé;
- La questione della presunta "imitazione" nei confronti dei cristiani, e del mondo occidentale in generale, da parte di musulmani che aderiscono ai festeggiamenti di altre comunità religiose;
- Una delle condizioni stabilite da 'Umar ibn al-Khattāb, secondo califfo, e concordate dai Sahābah e da tutti i Fuqahā' dopo di loro, è quella secondo cui la Gente della Libro che accettava di vivere sotto il governo Islamico (Ahl ad-Dhimmah) non doveva celebrare apertamente le loro feste nella Dār al-Islām (terre sotto il governo Islamico).
Questi "problemi" determinerebbero, così, la proibizione nel festeggiare, nel celebrare e nel fare gli auguri, in quanto festività non musulmana, secondo molti studiosi islamici intransigenti.
Essenzialmente, l'opinione tradizionalista sulla proibizione del festeggiare altre festività che non siano islamiche, nasce dal fatto che i cristiani, a loro dire, verrebbero classificati come "mushrikīn" e "kuffār", (lett. coloro che commettono associazione), definendoli praticamente "eretici", "associatori", staccandosi così dal legame nella fede verso il Dio Unico, che accomuna i fedeli dei Libri e citano così a sproposito versetti contro le idolatrie pagane pre-islamiche (vedi Corano Al-Furqān, 72; Al-Ĥajj, 30). Inoltre, come ci confermano alcuni ahadith (riportati da da Abū Dāwūd), è evidente l'affermarsi del pensiero monoteistico sul contesto pagano pre-islamico fatto idoli, questa arcaica esasperazione viene riflessa anche verso i cristiani, nei confronti della loro presunta "associazione" (agli occhi degli arabi di allora), Gesù-Dio e trinità in genere.
Molte volte, infatti, viene chimato in causa anche il seguente versetto a sostegno della tesi zsecondo cui un musulmano non dovrebbero fare gli auguri ad un cristiano in occasione del Natale:

"...Sono certamente miscredenti quelli che dicono: « Allah è il Messia, figlio di Maria! ». Mentre il Messia disse: « O Figli di Israele, adorate Allah, mio Signore e vostro Signore». Quanto a chi attribuisce consimili ad Allah, Allah gli preclude il Paradiso, il suo rifugio sarà il Fuoco. Gli ingiusti non avranno chi li soccorra!..." (Corano Al-Ma'ida 5,72)
Ed è solo in ambito medinese (in seguito all'Egira) che traspare nel messaggio del profeta Muhammad questo distacco verso le comunità dei Libri precedenti, (si veda Al-Baqarah 2,148 sul cambio della qibla (direzione di preghiera) da Gerusalemme a Mecca e Al-Mā'idah, 48, interpretato sulla distinzione dei percorsi religiosi di ognuno di noi). Ad ognuno fa fede la propria direzione (qiblatayn) e le propire feste, quindi. Questo segnerebbe l'inizio di una storica tradizione di pensiero che strumentalizza tali versetti al fine di separarsi definitivamente dal cristianesimo e dall'ebraismo. Politicamente, tale separazione, infatti, non era possibile prima dell'Egira, prima che la neo-comunità islamica potesse istituzionalizzarsi e allargarsi fino ad ottenere la maggioranza.
La questione della non celebrazione delle festività non islamiche da parte dei musulmani, perché in epoca califfale tali feste non dovevano esser celebrate in pubblico, non trova chiaramente alcuna applicazione in quanto oggi come oggi non esiste più il califfato e le festività di cui parliamo si svolgono prevalentemente in ambienti di maggioranza cristiana.
Si può esprimere con sufficiente indizio di attendibilità storica che tale proibizione nacque nell'era califfale, durante la fase di istituzionalizzazione dell'Islam, in particolare con il secondo califfo. Come ci confermano i seguenti ahadith, più o meno attendibili:
- Al-Bayhaqī riportò con una isnād sahīh in "Bāb karāhiyat al-dukhūl 'ala Ahl ad-Dhimmah fi kanā'isihim wa'l-tashabbuh bihim yawmi nawrūzihim wa maharjānihim" (capitolo sull'abominio dell'entrare nelle chiese di Ahl al-Dhimmah in occasione del loro Capodanno e di altre celebrazioni): Da Sufyān At-T h awrī, da T h awr ibn Yazīd, da 'Ata' ibn Dīnār che disse: 'Umar disse: "Non imparate la lingua dei non-arabi, non entrate dai mushrikīn nelle loro chiese nei loro giorni di festa, a causa della collera (di Allāh) che sta scendendo su di essi."
- 'Umar ibn al-Khattāb disse: "Evitate i nemici di Allāh nelle loro feste."
- E' stato riportato con una isnād sahīh da Abū Usāmah: 'Awn ci raccontò da Abū'l-Mughīrah da 'Abd-Allāh ibn 'Amr: "Chi vive nella terra dei non-Arabi e celebra il loro capodanno e le loro feste, e li imita finché muore in quello stato, sarà riunito con loro nel Giorno della Resurrezione."
- 'Abd-Allāh ibn 'Amr affermò chiaramente: "Chi vive nella terra dei non-Arabi e celebra il loro capodanno e le loro feste, e li imita finche muore in quello stato, sarà riunito con loro nel Giorno della Resurrezione."
- Il Compagno del Profeta Abdullāh Bin Amr bin al-'Ās disse: "Chi celebra il giorno del Capodanno persiano o il loro carnevale e li imita finché muore, sarà resuscitato con loro nel Giorno
del Giudizio."
- "Chiunque imita un popolo ne fa parte" [Imām Ahmad e Abū Dāwūd]
Questa linea di pensiero ha dato vita in alcuni studiosi, a tutta una serie fatawa (sulla proibizione di augurare ai cristiani un buon Natale), il cui peso giuridico ha influenzato per anni il mondo islamico, troviamo, infatti, Muhammad ibn Salih Ibn ‘Uthaymin (1925-2001), teologo saudita salafita, allievo di Ibn Baz, a sua volta ispiratore di 'Azzam, Bin Laden e Al-Zawahiri padri fondatori di Al-Qa'ida che avrebbe detto:
Augurare ai miscredenti “buon Natale” o far loro gli auguri per un’altra delle loro feste religiose è vietato all’unanimità. [Majmu’ fatawa Ash-Sheikh al ‘Uthaymin 3/44]
Anche Sheykh Ibn Qayyim (1292 - 1350) avrebbe detto: "Quanto agli auguri presentati agli infedeli nell’ambito dell’esercizio dei culti che li riguardano, essi sono proibiti all’unanimità. Si tratta, ad esempio, di congratularsi per le loro feste o per il loro digiuno dicendo “buone feste” o “gioiose feste” o altre espressioni simili. Se chi dice queste espressioni non cade egli stesso nella miscredenza, commette un atto vietato tanto quanto chi fa gli auguri a qualcuno che si prosterna davanti ad una croce. È anche più grave agli occhi di Allah e più detestabile del fatto di congratularsi con qualcuno per aver bevuto dell’alcool o ucciso una persona o avuto rapporti sessuali illeciti, ecc. Tuttavia sono molti coloro che mancano di rispetto nei confronti della religione comportandosi in questo modo, incoscienti della gravità dei loro atti. Chiunque si congratula con una persona che compie un atto di disobbedienza, un’innovazione o un atto di miscredenza, si espone alla collera di Allah". [Ibn Qayyim – Ahkam Ahl Ad-Dimma].
Altro predicatore radicale esaltato, indiano respinto dalla Gran Bretagna e premiato dall'Arabia Saudita che ha dichiarato guerra agli auguri per il Natale, nel 2016, è il salafita. oratore televisivo e medico Zakir Naik. Si definisce esperto di “religioni comparate” e critica duramente su Twitter tutti quei musulmani che, in occasione delle feste natalizie cristiane porgono gli auguri ai confratelli ritenendo ciò un "grandissimo peccato, peggio dell’omicidio e della fornicazione".
Ad ogni modo, è veramente molto triste scoprire che tali narrazioni, posto il fatto che siano vere o meno, vengono strumentalizzate e usate per fini politici, egemonici, distintivi, economici, fino addirittura a considerare i cristiani come kuffār, mushrikīn e addirittura "nemici di Allāh".
Ed è proprio sulla base di questa tesi che si fonda il pensiero tradizionalista che proibisce anche solo fare gli auguri ai cristiani per il Natale. Ancora una volta l'unica fonte su cui veramente si basano questi islamici intransigenti nel affermare precetti alquanto discutibili da un punto di vita moderno e assolutamente più scientifico di quello di un tempo, è quella decisamente più debole: la Sunna, mentre, in effetti non sta scritto nulla in proposito di veramente esplicito nel Corano.
D'altra parte, invece, la conservazione dei rapporti dei legami famigliari dovrebbe considerarsi prioritaria rispetto alla questione della presenza o meno di una bottiglia di vino in tavola che di per sé non crea alcun illecito, in quanto la proibizione sta nell'assimilazione, non nello star a tavola con chi beve; la questione "vino" passa così in secondo piano, dinnanzi alla salvaguardia dell'unità della famiglia.
Al British Museum di London è custodito un manoscritto del XVI secolo il quale contiene un’illustrazione di quella che a prima vista è una tradizionale scena della Natività. Nel mezzo, c’è Maria con in braccio il Bambino Gesù e in primo piano ci sono i Re Magi, pronti a offrire i loro doni. Tuttavia, guardando più da vicino si nota quanto l’immagine sia inconsueta: i Magi sono vestiti da gesuiti mentre la Madonna è appoggiata ad un musnud, un trono indiano, ed è assistita da ancelle della dinastia Moghul.
Il Cristo bambino e sua madre sono seduti sotto un albero, in linea con la tradizione islamica che sostiene che Gesù non nacque in una stalla ma in un’oasi sotto una palma, i cui rami erano stati piegati in modo che Maria potesse coglierne i frutti durante il travaglio.
Tra le varie dinastie Moghul, sia l'imperatore Akbar (1542-1605), che nel 1580 invitò un gruppo di sacerodoti gesuiti portoghesi e permise loro di costituire una cappella nel suo palazzo, ma anche suo figlio Jehangir (1569-1627) erano infatti ferventi devoti di Gesù e della Madonna, senza avvertire in questo la minima contraddizione con la fede musulmana. Akbar fece scrivere un detto di Gesù nella moschea di Fatehpur Sikri, che recita: “Il mondo è un ponte: attraversalo, ma non costruirvi alcuna casa. Colui che spera per un’ora può sperare per l’eternità. Ma il mondo non dura che un’ora. Passala in preghiera, poiché il resto è invisibile”
Conclusioni
Fortunatamente, trascurando il panorama del riformismo islamico, oggi come oggi, anche nel mondo dell'esegesi classica e scolastica dell'Islam si solleva un'autorevole voce in favore di una lettura rivolta volta non solo a smentire certe chiuse interpretazioni esclusivistiche che si limitano a liquidare la questione a colpi di fatwa bollando l'usanza degli auguri come riprovevoli "innovazioni" che rasenterebbero l'idolatria, ma è, invece, rivolta anche a rivalutare positivamente la questione incentrando il discorso sul benevolo rapporto di fratellanza con la gente del libro e sul fondamentale atteggiamento misericordioso e positivistico che in ogni momento ogni buon musulmano (e più in generale ogni buon religioso) dovrebbe adottare.
Dopo tutto queste festività, che spesso si celebrano in contesti del tutto laici, rappresentano un'occasione di ritrovo con le famiglie e amici e ciò che conta non sono tanto gli auguri in sé, ma l'affetto, il rispetto e la benevolenza che noi possiamo dare nei confronti dei nostri cari. Come troppo spesso accade nell'indicare la Luna, molti preferiscono osservare il dito.
Il problema più grave che emerge da questo studio è che moltissimi musulmani, come d'altronde anche molte genti di altre fedi, si ritengono orgogliosi della propria religione, questo è grave. Non vi è orgoglio nella religione, non vi sono popoli eletti, ognuno di noi ha un proprio percorso da svolgere, con sottomissione, non con orgoglio. L'orgoglio determina separazione, distinzione, che, a sua volta sfocia in odio o indifferenza, non certo in compassione misericordiosa, come l'Altissimo ci insegna.
Ancor oggi, nel mondo islamico ortodosso classico, vengono spesso confuse e assimilate come tali festività cristiane, come quella del Natale, con festività o riti dell'era pagana della Jāhiliyyah e come tali, si assume quell'atteggiamento di disprezzo che deriva fondamentalmente dall'associazione della definzione di miscredenza (strumentalizzata nel corso degli anni) nei confronti di tutto ciò che è estraneo all'Islam, non riconoscendo i valori comuni di fratellanza, di compassione, che si basano anche sullo stare assieme e condividere reciprocamente le varie festività come occasione di comunananza e di apertura di spirito.
E' evidente che il Natale cristiano, essenzialmente, ha un'origine pagana, ma non per questo lo si deve associare dell'era pre-islamica pagana dell'Arabia della Jāhiliyyah con ciò che adesso rappresenta il Natale, sia in ambito religioso/cristiano che in ambito laico, perché è indubbio che il Natale, oggi, in moltissimi contesti, è festeggiato in modo del tutto laicoed i simboli sono oggi vissuti al di fuori dell'arcaico simbolismo pagano.
L'adozione di simboli precristiani non comporta necessariamente un carattere spurio, falsificatorio o "associativo" di quello che rappresenta oggi il Natale cristiano o laico. Condannare a priori ogni forma di paganesimo è scorretto, il paganesimo greco-romano era diverso da quello della Jāhiliyyah araba.
Oggi come oggi, tralasciando la questione puramente "laica", ma spesso consumistica del Natale, il senso religioso attuale della commemorazione della nascita del Cristo è spiritualmente incentrato sulla figura e sul significato del mandato del nostro profeta Gesù, comune ad entrambe le religioni, e il fatto che si celebri il 25 dicembre deve essere inteso come puramente convenzionale, allo stesso modo di come è convenzionale e puramente indicativa la data del 12 Rabi' al-awwal per la celebrazione del Mawlid an-Nabī, quale ricorrenza della nascita del profeta Muhammad, (alcuni, infatti, attestano sia stato il giorno di morte più che di nascita, difficile dire se sia stata veramente la data di nascita).
Associare la aya coranica Al-Mâ'ida 5,51, in tono intimidatorio, per affermare è alquanto superficiale e riduttivo.

"...Oh voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro . In verità Allah non guida un popolo di ingiusti.."
(Corano medinese Al-Mâ'ida 5,51)
I versetti coranici non devono essere mai presi letteralmente e isolati dal contesto. Non si cita mai così a caso... Si dovrebbe sapere, infatti, che quando si cita tale versetto che, insieme Al-Mujâdala 58,22, Al-Mumtahana 60,1 e Al-Mumtahana 60,8, i primi esegeti hanno classificato tutta una serie di rapporti possibili con i non musulmani (nel tardo contesto medinese profetico), le cui relazioni ispirate a simpatia reciproca (chiamate muwâsât) sono assolutamente lecite e consentite, così come sono lecite le mudârât (gentilezze imposte dalle buone maniere), cosi come le transazioni commerciali.
Fare gli auguri ai cristiani per il loro Natale, così come i cristiani ce li fanno a noi durante ʿīd al-Fitr e ʿīd al-adhā e al-Mawlid non c'è nulla di male proprio perché rientra sia nelle muwâsât che nelle mudârât.
E' davvero triste riconoscere che il pensiero salafita secondo cui offrire i propri auguri in occasione del Natale cristiano sarebbe haram e quindi proibito al musulmano, verte essenzialmente sull'accusa di miscredenza che fanno questi personaggi nei confronti dei cristiani, in seno al concetto di Gesù, figlio di Dio e Dio stesso, la trinità, ecc.. Questi non considerano nemmeno il concetto coranico di Ahl al-Kitāb, (ovvero "Gente del LIbro"), che sta ad indicare tutti i fedeli nel Dio unico che hanno ricevuto la rivelazione prima di quella lasciata al Profeta Muhammad, ovvero principalmente gli ebrei ed i cristiani, senza alcuna distinzione. I fautori di questa intransigente dettame accusano più o meno apertamente i cristiani di essere mushrikīn o kafirīn.
A questo proposito si cita strumentalmente An Nisà 4,48 e 4,171; Al Kàfirùn 109,6; con banali interpretazioni letteralistiche appositamente confezionate prive di alcuna contestualizzazione storica.
A parte il fatto che anche se fosse (e questo è tutto da vedere che i cristiani siano kafirun e infati mica tutti gli esegeti sono concordi su questo fatto), anche se fosse, un augurio non si nega nemmeno ad un kafirun, quale gesto di benevolenza. Oltre a ciò, un augurio non implica alcuna mescolanza, alcuna doverosa partecipazione attiva ai riti cristiani. E comunque se si parte dall'associazione cristiano-miscredente allora significa che non si ha capito nulla del messaggio coranico. Definire mushrikīn non significa rispettarlo, perché anche Lui crede nel Dio unico.
Ciò che sta alla base di un corretto comportamento di un musulmano è l'intenzione (niyyiah), vera e sincera che deve precedere ogni azione. In questo modo ecco si leva la semplicità dell'Islam e il suo messaggio di pace e di rispetto per ogni creatura, sopra ogni possibile interpretazione e va diritta alla pace ed alla compassione, messaggio comune di tutte le religioni.
Noi, sappiamo bene i nostri doveri e le cose da cui l'Altissimo ci dobbiamo astenerci e sono quelle chiare e sicure scritte nel Corano, tutto il resto sono solo supposizioni. Lo stare insieme con i propri famigliari (anche per i convertiti) di altre religioni e condividere insieme dei valori comuni, quali la fratellanza e la compassione, anche e sopratutto e reciprocamente, in occasione di festività, e comportandosi umanamente, coltivare anche l'aspetto laico di tali feste, non può certo considerarsi proibito, anzi.
E' questo il senso moderno del Natale cristiano e laico per i musulmani, si tratta comunque di una festa che riguarda la stragrande maggioranza dei concittadini italiani, a cui anche i musulmani in Italia partecipano (perché no?) dal punto di vista dell'empatia e benevolenza generale.
Grand Mufti 'Ali Gomaa e la fatwa sugli auguri di Natale
23 dicembre 2012 - autore: Grand Mufti 'Ali Gomaa
Traduzione a cura di Cinzia Aicha Rodolfi
Prima pubblicazione: 15 dicembre 2012
Grand Mufti 'Ali Gomaa e la fatwa sugli auguri di Natale
Domanda:
Abbiamo amici cristiani, l’islam ci permette di fare loro gli auguri di natale ?
Risposta:
- L’Islam è la religione della misericordia, della pietà e delle buone relazioni.
Uno degli obblighi per i musulmani oggigiorno è quello di invitare alla bellezza dell’islam ed esserne rappresentanti, attraverso le buone maniere e le buone azioni.
L’Islam non ci ordina di tagliare i ponti con la famiglia e gli amici, o essere ostili con loro; piuttosto ci raccomanda di trattare i membri della nostra famiglia ed i nostri amici con buone maniere.
C’è una grande differenza tra il fatto di “odiare il disubbidire” agli ordini di Allah l’Altissimo, e invece “odiare la gente” e la propria famiglia trattandoli come nemici perché non sono musulmani odiando ogni cosa che sta intorno a loro persino il paese dove sono nati.
Questo pensiero corrotto non ha nulla a che vedere con l’islam, con il Profeta Mohammed (pace e benedizione su di lui) e con la prima civiltà islamica che diffuse l’etica islamica nel mondo.
L’islam non comanda di biasimare le creature di Allah, bensì di amarle. Soprattutto l’uomo è la creazione di Allah e il Creatore non vuole che si faccia del male a colui che ha creato con le Sue stesse mani, ispirato il Suo stesso spirito e addirittura fatto prostrare gli angeli davanti.
Per questa ragione, rispettare l’umanità è una caratteristica angelica; dunque Allah ci ordina di amare gli esseri umani, mantenere buoni rapporti, e trattarli bene; usare buone parole, sorridere ed essere accoglienti e gentili.
Per questa etica l’islam si diffuse ovunque nel mondo e catturò il cuore della gente con amore prima di catturare le loro terre.
Cari fratelli, comportatevi come normalmente fareste con buona coscienza, e siate educati perché l’islam è bellezza e bontà; è lo spirito buono che porta serenità, ottimismo e speranza. Trattate le vostre famiglie e gli amici, i conoscenti, le persone con le quali avete rapporti e vi relazionate, con buone maniere…
(da questo si evince a non esitare a telefonare loro per fare auguri di ogni bene).
Condividere la loro felicità delle loro feste non comporta alcun contraddizione con l’islam.
Non c’è alcun impedimento a partecipare alla loro celebrazione della nascita di Gesù, pace su di lui. L’islam crede in tutti i profeti, perciò rispetta tutti i profeti e messaggeri, e invita i musulmani a trattare chi ha un credo diverso dal nostro con gentilezza; ricordatevi le parole di Allah l’Onnipotente:

"...Dialogate con belle maniere con la gente della Scrittura, eccetto quelli di loro che sono ingiusti. Dite [loro]: “Crediamo in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su di voi, il nostro Dio e il vostro sono lo stesso Dio ed è a Lui che ci sottomettiamo”
(Corano Al-'Ankabut, 46 trad. H. Piccardo)
Gesù, pace su di lui, è uno dei profeti che ci ha insegnato con determinazione la pazienza.
Il profeta Muhammad, pace e benedizione su di lui, disse : “Sono più vicino a Gesù, figlio di Maria, di qualsiasi altro in questa vita e nell’eternità; nessun altro profeta è stato mandato tra di noi due.”
Ogni musulmano crede che Gesù sia stato un uomo e un profeta che fece miracoli, quali resuscitare i morti, curare i malati, per conto di Allah Onnipotente. Gesù non era un dio, nemmeno il figlio, giacché Allah non ha figli (tutti gli esseri umani sono creature, mortali, di Allah, nessuno superiore ad un altro se non nella devozione che hanno verso il Creatore.
Festeggiare la nascita di Gesù, ricordiamo, è un rito cristiano al quale partecipare noi musulmani alla loro festa rappresenta un atto di rispetto verso di loro.
Pertanto, se, anche nell'occasione del Natale, ci comportiamo da musulmani, ovvero non mangiamo la loro carne nemmeno beviamo bevande alcoliche, come è consuetidine fare fra i cristiani, senza biasimarli, bensì spiegando loro le nostre motivazioni educatamente, resteremo nel nostro lecito e non commetteremo alcun peccato, anzi, avvremmo così fatto un atto caritevole e degno di un lodevole comportamento.
Non date ascolto a coloro che vogliono farvi rovinare i rapporti con le vostre famiglie e con i vostri amici, nel nome dell’islam, perché questo non ha nulla a che vedere con l’islam -
Commento di Sheikh Idris Lodovico Zamboni
Non è un problema semplice quello che si desume dalla fatwa. Essa per sommi capi è giusta anche se pare dettata più che da un ragionamento dottrinale o di fede, da un amore di quieto vivere (che per altro non è necessariamente estraneo all’Islam).
La norma fondamentale rispetto ai riti di altre religioni consiste (secondo un hadith profetico) nel fatto di non partecipare e di non biasimare, con buona pace sia di coloro che tendono ad una sorta di sincretismo buonista, sia di coloro che sono affetti da estremismo settario.
Andando addentro ancora alla cosa bisogna dire che l’Islam da una parte ammette senza ombra di dubbio la veridicità divina delle religioni precedenti, e dall’altra si pone senza ombra di dubbio come la sintesi finale di tutte le tradizioni precedenti, e in questo richiede il riconoscimento di un proprio privilegio. In realtà il Natale è una festa sacra per i cristiani e noi non abbiamo alcun diritto di biasimarla essendo stata stabilita agli albori di questa religione da santi ispirati; tuttavia la nostra partecipazione a tal genere di feste non può che limitarsi allo stretto necessario, e in particolare alla misericordia dei nostri congiunti cristiani (specialmente i genitori) che in queste occasioni vanno comunque confortati in quella che in ogni caso, per loro, è una forma di adesione (o un residuo di adesione) alle norme divine, nella consapevolezza di due cose: della veridicità originaria di ciò che loro stanno festeggiando (ad esempio l’albero di Natale rappresenta l’Asse verticale attraverso il quale discende la Baraka del Profeta ‘Isa) e del fatto che nell’Islam tutto questo è presente in maniera molto più diretta e molto più pura (sempre stando nell’esempio, la Leylat al Qadr, contiene lo stesso simbolismo della discesa del Verbo, cioè il Corano). In nessun caso però vanno contravvenute le norme islamiche sia quelle alimentari sia quelle relative alla salat, anche se la norma che vieta di sedere con chi beve alcolici viene superata all’occasione, da quella che ingiunge la misericordia nei confronti dei parenti stretti.
L’ultima osservazione riguarda il fatto che non esistono hadith troppo precisi al riguardo, a parte quello che ho appensa citato: questo dipende dalla natura estremamente riservata della dottrina riguardante i rapporti tra le varie religioni (dottrina che si può sintetizzare nella concezione secondo cui l’Islam c’è sempre stato, e che le altre religioni non sono altro che sue forme, e secondo cui d’altra parte l’Islam storico rappresenta la sintesi finale di tutte le tradizioni precedenti e come tale va obbedito in via privilegiata), dottrina che però di questi tempi conviene invece tener ben presente e anche diffondere in un certo senso.
Quando parlo di parenti stretti (alla cui mensa, a mio avviso, è lecito sedere in certe occasioni anche quando bevono vino) intendo in special modo i genitori, o chi eventualmente ha un ruolo analogo come i nonni.
In realtà bisogna sempre considerare qual è la Hikma (Sapienza divina) che è implicita nella norma che impedisce di sedere assieme a chi beve alcol: quest’ultimo rappresenta (per lo meno nel suo significato inferiore, che è quello che prevale nella Sharia) offuscamento dell’intelletto e la conseguente cecità del cuore dovuti all’amore per il basso mondo e al mancato riconoscimento e rispetto del Principio Unico. Da ciò il Legislatore divino ci ha saggiamente distolto e anzi ci ha ordinato di allontanarci, affinché la nostra intenzione rimanga sempre fissa su Allah nella misura delle nostre possibilità. Tuttavia bisogna considerare che i legami di sangue, e in primis i legami della famiglia intesa in senso stretto, sono presenti secondo alcuni noti hadith sotto il Trono di Allah, il Quale chiede loro sempre se sono soddisfatti.
Le famiglie italiane almeno fino a poco tempo fa erano ordinate in senso gerarchico, ciò che è da considerare una vera provvidenza; la ‘rottura’ dei rapporti con gli esseri umani che a volte è necessaria nell’intraprendere non solo la Via, ma anche solo per dedicarsi con attenzione alla Religione, trova il suo limite appunto in tali rapporti che sono intangibili, nel senso preciso che dal nostro punto di vista (islamico) possono essere rotti solo da altri che noi e mai da noi. Noi siamo tenuti alla misericordia nei loro confronti per un motivo superiore che consiste nel fatto che i genitori fanno parte di noi, e noi facciamo parte di loro. Hadith del Profeta (su di lui la preghiera e la Pace divine): “Il figlio è il segreto del padre”.
Dunque il fatto che essi abbiano abitudini non conformi all’Islam non infrange questo statuto, né infrange i nostri doveri nei loro confronti, tra cui quello di sedere con loro a tavola (che era un obbligo nella struttura della famiglia tradizionale), e questo perché la norma giuridica riguardante la misericordia nei loro confronti, è più forte e più essenziale della norma giuridica riguardante il vino. Certo la situazione che si viene a creare è molto particolare.
E’ una situazione in cui Allah mette sia noi che loro di fronte ad un problema: loro possono vivere anche molto male quella che comunque è la rottura di una convivialità che per loro consiste nel bere e mangiare le stesse cose; noi viviamo sulle spine perché naturalmente non passa minuto in cui non ricordiamo il patto di essere fedeli con Dio. Questo problema reciproco, che si viene a creare proprio perché si rispetta fino in fondo la Sharia e la gerarchia delle sue norme giuridiche, ha secondo me un significato profondo: loro infatti in questa rottura della convivialità e dell’unità, dovranno prima o poi vedere, inshallah, che l’unità si è rotta perché è terminata la pratica dell’adorazione dell’Unico, ciò che implica come conseguenza diretta la frammentazione del composto sociale (dice il Corano “Wa hum fi shiqaq”: ed essi sono nella divisione).
Noi viceversa abbiamo davanti a noi la realtà di una parte dei nostri cari che segue una religione diversa dall’Islam in quanto religione Muhammadiana, questo ci obbliga ad un salto di qualità se vogliamo il bene dei nostri congiunti, e cioè comprendere a fondo e operativamente che quello che loro seguono, o seguivano, altro non è che una forma precedente di Tawhid: la conoscenza di questo non è una cosa immediata e Dio non la dà certo a tutti. Tuttavia bisogna sapere che se non si comprende bene questo fatto ,e se non si smette di dire che il Cristianesimo era una forma di idolatria (ciò che è smentito palesemente sia dal Corano che dalla Sunna dove si parla di kufr e non di shirk) non si ha alcuna via per praticare la dawa (chiamata) di cui tanti si sciacquano la bocca, perché non si ha conoscenza di ciò che nel loro comportamento e nelle loro credenze è veramente e profondamente illegittimo e ciò che invece non è altro che obbedienza ad una forma precedente di Islam, e che all’occorrenza, quando Dio apre la porta della Sua Grazia, non sarà un problema superare per adattarsi alla nuova Religione che in realtà nella loro fonte tutte precedenti, e che proprio per questo può essere chiamata superiore.
Allahumma guidaci ad una comprensione profonda dell’Islam e guida i nostri congiunti ad assaggiare la Bellezza della Fede, fino all’obbedienza delle norme del nostro Profeta Muhammad (su di lui la Preghiera e la Pace divine) Luce delle genti. Idris Lodovico Zamboni
Parlano di noi...
Joni Scarpolini - Da Islamitalia.it gli auguri di Natale che (non) ti aspetti - Il Giornale.it (06/12/2015)
![]() |
![]() |
Sul sito italiano ufficiale della religione musulmana si leggono parole di conciliazione: "Possiamo tranquillamente sederci, festeggiare e mangiare insieme ad amici e parenti cristiani. Isolarsi non porta a nulla, se non al contrasto"
PRECISAZIONE: Si precisa solamente che il presente sito Islamitalia.it NON ha alcuna pretesa di assurmersi l'onere di esser considerato come "il sito italiano ufficiale della religione musulmana", come citato nell'articolo di cui sopra. Il presente sito è totalmente indipendente da qualsiasi associazione, scuola o istituzione islamica, pertanto non si associa alcuna ufficialità in merito. Ringraziamo comunque l'autore dell'articolo per la citazione.
Riferimenti bibliografici e links utili
- Il Corano a cura di A. Ventura trad. di Ida Zilio-Grandi - 2010 Mondadori
- Il Corano a cura di Hamza R. Piccardo 1994/1999 Newton & Compton Editori
- al-Bukhari -as-Sahīh (al-Jāmiʿ as-Sahīh al-musnad al-mukhtahar min umūr Rasūl Allāh wa sunanihi wa ayyāmihi - Sunna)
- Abū ʿAbd Allāh Muhammad al-Bukhārī - al-Jāmiʿ Sahih - Sunna
- Shaykh al-Islām Ibn Taymiyyah - "Iqtida' as-Sirāt al-Mustaqīm Mukhālifat Ashāb al-Jahīm"
- Imām Ahmad - ahādīth “al- Musnad”
- Ibn al-Qayyim - "Ahkām Ahl ad-Dhimmah"
- Mohammad Ali Amir-Moezzi - Dizionario del Corano - Ediz. italiana a cura Ida Zilio-Grandi - 2007
- Gérard Rossé - Il Vangelo di Luca: commento esegetico e teologico
- Elena Savino - Le radici pagane del Natale
- Eraldo Baldini - Giuseppe Bellosi - Tenebroso Natale - 2012
- Franco Cardini - I re Magi. Storia e leggenda - 2000
- Tim C. Leedom e Maria Murdy - Il libro che la tua chiesa non ti farebbe mai leggere - 2008
- Shaykh al-Munajjid - Il Natale è una festa prescritta da Gesù ? Quali sono le sue origini ?
- Michele Loconsole - Quando è nato Gesù (2011) San Paolo Edizioni
- Alessandro Magni - Le palle di Natale - Focus Storia n.12/2005
- Maria Leonarda Leone - Magiche storie- Focus Storia
- Nino Gorio - Tra fatti e tradizioni - Focus Storia
- Nino Gorio - L'uomo Gesù- Focus Storia
- Nino Gorio - C'era una volta...- Focus Storia
- Allievi: «Il Corano non vieta di festeggiare il Natale» - Monica Ricci Sargentini - Corriere della Sera 02 gennaio 2017
- Michele Loconsole - La storia conferma la nascita di Gesù il 25 dicembre
- Mauro Maggio - Natale: Storia e mito (Blog "Leggere tra le righe" - ADEA Edizioni)
- Fare gli auguri di Natale e festeggiarlo. Ecco cosa dice l'Islam (Bladibella.com - 26/12/2012)
- Gesu' Nazareno nacque nell'anno 7 a.C. sotto il "segno" della Bilancia (Ivano Mariani (Galeazzo Arcibalbo di Romagna))
- Giovanni Vasso - Il predicatore islamico: "Auguri di Natale? Il peggiore dei peccati" - Il Giornale (27/12/2016)
- Origini del Natale - Dies Natalis - RomanoImpero.com - dicembre 2011
- Why Is Christmas on December 25? - The strange and contradictory origins of Jesus' birthday, which only emerged centuries after the event - Haaretz.com 21 dicembre 2025
- Cristina Gulfi - Cosa condividono cristiani e musulmani ? Una riflessione natalizia - Arabpress.eu vers. originale di William Dalrymple (22/DIC/2013):
http://en.qantara.de/content/what-muslims-and-christians-share-a-christmas-meditation - Qantara.de
Tutti i diritti sono riservati. Nel caso si volesse riportare su altri siti l'intero articolo o anche solo parti di esso si prega di informare l'autore e di citare codesta fonte. Le informazioni contenute in questa pagina possono differire dalle consuete interpretazioni popolari e scolastiche in campo teologico islamico. Le opinioni espresse in questa pubblicazione rappresentano il ibero pensiero dell'autore e sono di esclusiva responsabilità degli autori e non riflettono necessariamente il punto di vista di Islamitalia.it




